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Infortunio autista privo di adeguata formazione: la ditta ne risponde

di Raffaele Dambra

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Nell'eventualità di un infortunio a un autista che risulta privo di adeguata formazione, il titolare della ditta di autotrasporto ne risponde penalmente

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La catena d’oro, la prima recensione di The Last Hours

di Stefania Ricco
La catena d’oro è un libro Fantasy e Young Adult di Cassandra Clare che fa parte della saga degli Shadowhunters, arrivato nelle librerie di mezzo mondo il 3 Marzo 2020, appena prima del lockdown. È il primo libro del nuovo ciclo: The Last Hours, il cui titolo fa riferimento a Grandi Speranze di Charles Dikens, continuamente […]

Ente proprietario di una strada è responsabile dei terreni laterali privati

di Raffaele Dambra

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Per la Corte di Cassazione l'ente proprietario di una strada è responsabile anche dei terreni laterali privati, ampliando quindi gli obblighi già previsti dall'art. 14 del Codice della Strada

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Omicidio stradale: niente condanna senza accertamento della velocità

di Raffaele Dambra

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Importante sentenza della Cassazione su un caso di omicidio colposo, che oggi sarebbe omicidio stradale: non può esserci condanna senza effettivo accertamento della velocità

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Recensione Tronsmart T2 Plus: suona bene!

di Manuel Baldassarre
State cercando una cassa speaker Bluetooth per ascoltare musica a tutta potenza? Allora questa soluzione di TRONSMART potrebbe interessarvi. Il modello TRONSMART T2 PLUS è davvero completo: ha uno slot per la microSD, uno AUX leggi di più...

Incidente con auto ferma in corsia d’emergenza senza necessità

di Raffaele Dambra

Incidente con auto ferma in corsia d’emergenza

La Corte di Cassazione ha esaminato la vicenda di un incidente con auto ferma in corsia d’emergenza senza reali necessità: in casi del genere non si esclude il concorso di colpa

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Proprietà di un veicolo: i dati del PRA sono solo presuntivi

di Raffaele Dambra

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Nel definire l'effettiva proprietà di un veicolo i dati del PRA sono solo presuntivi e possono essere superati con ogni mezzo di prova. Lo precisa la Corte di Cassazione

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Autoradio ad alto volume, la Cassazione conferma: è reato

di Raffaele Dambra

Autoradio ad alto volume

Siete tra coloro che amano ascoltare l’autoradio ad alto volume, ‘a palla’ come si dice in gergo? Se la risposta è sì state attenti a non esagerare con i decibel perché rischiate di commettere un reato. Lo ha confermato la Corte di Cassazione attraverso una recentissima sentenza, la n. 2685/2020, con cui tra l’altro ha chiarito che per accertare il reato di ‘disturbo del riposo e delle occupazioni delle persone’ non servono necessariamente denunce o accertamenti tecnici, ma è sufficiente la testimonianza diretta di un operatore delle Forze dell’ordine.

AUTORADIO AD ALTO VOLUME: COSA PREVEDE IL CODICE PENALE

Per l’art. 659 del Codice Penalechiunque, mediante schiamazzi o rumori, ovvero abusando di strumenti sonori o di segnalazioni acustiche ovvero suscitando o non impedendo strepiti di animali, disturba le occupazioni o il riposo delle persone, ovvero gli spettacoli, i ritrovi o i trattenimenti pubblici, è punito con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a 309,00 euro”. Alla luce di ciò il conducente di un’auto era stato chiamato a comparire davanti a un giudice per aver circolato in un’area urbana durante le ore serali con l’autoradio accesa, diffondendo musica a un volume molto alto e comunque superiore alla soglia delle normale tollerabilità. Dopo i primi gradi di giudizio che avevano dato esiti contrastanti, la vicenda è giunta in Cassazione che ha stabilito la colpevolezza del conducente.

AUTORADIO A PALLA: PER CONTESTARE IL REATO BASTA LA TESTIMONIANZA DI UN AGENTE

In particolare la Suprema Corte ha rigettato le motivazioni del giudice di merito che in primo grado aveva assolto l’uomo, precisando che in casi del genere per procedere con la contestazione del reato basta la deposizione dell’ufficiale di polizia giudiziaria che ha proceduto al sequestro dell’autoradio, avendo rilevato di persona come i rumori prodotti dalla cassa acustica si sentissero già a debita distanza e fossero tali da far suonare persino gli allarmi delle altre vetture in sosta. Dal punto di vista giuridico non risulta quindi corretta la decisione del giudice di primo grado, che aveva negato la violazione dell’art. 659 c.p. facendo riferimento all’assenza di denunce per disturbo al riposo delle persone e alla mancanza di un qualsivoglia accertamento per verificare il superamento del limite di normale tollerabilità dell’emissione sonora.

AUTORADIO AD ALTO VOLUME: QUANDO DIVENTA REATO

Per la Cassazione, però, queste due azioni non sono necessarie. Infatti, per accertare l’effettivo disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone mediante l’abuso di strumenti sonori, non serve che l’offesa raggiunga soggetti determinati (e che procedano quindi con la denuncia), ma è sufficiente la sua idoneità a disturbare un numero indeterminato di individui. Inoltre l’accertamento dell’idoneità delle emissioni sonore nel recare disturbo è una valutazione rimessa all’apprezzamento del giudice, che pertanto non è obbligato a ricorrere ad accertamenti di tipo tecnico potendo fondare il proprio convincimento sulla base di dati fattuali (come la testimonianza dell’ufficiale di polizia giudiziaria) suscettibili di giudizio e sintomatici dell’esistenza di un fenomeno oggettivamente disturbante.

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Autovelox mobili: qual è la distanza minima tra segnale e postazione?

di Raffaele Dambra

Multa con Autovelox annullabile

In presenza di autovelox mobili qual è la distanza minima tra il cartello di segnalazione del limite di velocità e il dispositivo di rilevazione? A questa domanda ha recentemente risposto la Corte di Cassazione con la sentenza n. 32104/2019, intervenendo sulla vicenda di un automobilista multato per aver circolato oltre i limiti consentiti. In particolare la Suprema Corte ha ricordato che autovelox fissi e mobili prevedono una distanza minima diversa tra segnale e dispositivo, e che bisogna tenerne conto quando si accertano eventuali infrazioni.

AUTOVELOX E DISTANZA MINIMA TRA SEGNALE E DISPOSITIVO MOBILE, IL CASO IN QUESTIONE

Il caso preso in esame dalla Cassazione, riportato da Altalex, ha riguardato un uomo multato per eccesso di velocità per aver circolato a 88 km/h su una strada con limite di 70 km/h (velocità rilevata con autovelox mobile). Dopo la notifica della multa il presunto trasgressore ha fatto ricorso al Giudice di Pace, lamentando che lo strumento di rilevazione della velocità si trovava a una distanza minima inferiore a quella prevista per legge, ovvero 1 km, dal segnale che impone il limite. Il GdP gli ha dato torto ma in sede di appello il tribunale ha accolto la sua tesi, annullando la sanzione amministrativa. La vicenda è finita quindi in Cassazione, i cui giudici hanno dovuto stabilire se la distanza di 1 km dal cartello di segnalazione debba essere osservata solo in caso di dispositivi fissi, o anche per quelli mobili presidiati dagli agenti accertatori.

AUTOVELOX: LA DISTANZA DI 1 KM TRA SEGNALE STRADALE E DISPOSITIVI È SOLO PER QUELLI FISSI

Ebbene, la Corte di Cassazione ha ‘sposato’ la prima ipotesi, spiegando che la norma che prevede la distanza di almeno 1 km dal segnale che impone il limite di velocità (art. 25 comma 2 legge 120/2010) si riferisce solo ed esclusivamente agli apparecchi di controllo remoto. Questo perché per gli autovelox fissi la legge considera congrua distanza di 1 km tra il segnale e la postazione di rilevamento per avvisare gli automobilisti del mutamento del limite di velocità. Viceversa in caso di accertamento eseguito con modalità ‘mobile’ mediante apparecchi elettronici presidiati in loco dalla pattuglia della polizia stradale tale distanza non è più giustificata, dato che la postazione dell’autovelox mobile con tanto di agenti al seguito rappresenta un elemento per effetto del quale un conducente è messo nelle condizioni di avvistarla con maggiore anticipo.

AUTOVELOX MOBILI: LA DISTANZA TRA SEGNALE E POSTAZIONE VA VALUTATA CASO PER CASO

Di conseguenza, non essendoci una norma precisa che regola l’esatta distanza tra il segnale del limite di velocità e la postazione mobile, per la Cassazione (rifacendosi anche a precedenti sentenze come la 25769/2013 e la 20327/2018) tale distanza deve essere soltanto ‘adeguata allo stato dei luoghi’. Allo stesso tempo si ricorda che gli autovelox mobili devono essere segnalati con cartelli posizionati ad almeno 400 metri dal punto in cui è collocato l’apparecchio di rilevamento della velocità. Alla luce di ciò la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del tribunale d’appello ma non ha ripristinato la multa al conducente sanzionato, rinviando la questione al giudice di merito che, come suggeritogli dalla Suprema Corte, dovrà esprimersi dopo aver valutato l’adeguatezza della distanza tra il cartello di segnalazione e la postazione mobile, con riferimento allo stato dei luoghi.

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Alcoltest non attendibile se eseguito alcune ore dopo il sinistro

di Raffaele Dambra

Alcoltest non attendibile

L’alcoltest non è attendibile per verificare lo stato d’ebbrezza del conducente se viene effettuato alcune ore dopo il sinistro. In questo caso, affinché ci sia reato, è necessaria la presenza di ulteriori elementi indiziari dello stato di alterazione al momento dell’incidente. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 39725 del 27/09/2019, occupandosi del caso di un automobilista che aveva provocato un sinistro stradale guidando con un tasso alcolemico oltre i limiti consentiti, la cui misurazione era però avvenuta circa tre ore dopo i fatti.

PERCHÉ UN ALCOLTEST EFFETTUATO DOPO ALCUNE ORE È INATTENDIBILE

Nella fattispecie, come riporta il portale giuridico Altalex, il fatto di aver accertato lo stato di ebbrezza del guidatore (0,95 g/l in prima misurazione e 1,05 g/l in seconda, quando il limite in Italia è di 0,50 g/l) a distanza di diverse ore dall’incidente, contrasta la regola scientifica (la ben nota curva di Widmark) secondo la quale il picco dell’alcool nel sangue si rileva tra i venti ed i sessanta minuti dopo l’assunzione, fino a quando la curva ha un andamento ascendente, mentre successivamente il tasso degrada. È evidente quindi che il tasso alcolemico ben oltre i limiti rilevato tre ore dopo l’evento non poteva riferirsi a un’assunzione di alcol prima del sinistro ma successiva, come del resto dichiarato dal conducente e confermato da un testimone.

ALCOLTEST NON ATTENDIBILE: PER PROVARE LA GUIDA IN STATO D’EBBREZZA SERVONO ALTRI ELEMENTI INDIZIARI

Per condannare il responsabile del sinistro si deve dunque dimostrare inoppugnabilmente che fosse ‘ubriaco’ al momento dell’accaduto, sottoponendolo immediatamente ad alcoltest o al massimo entro mezzora dall’incidente. Altrimenti, come la giurisprudenza aveva già sentenziato, il decorso di un intervallo di tempo di alcune ore tra la condotta di guida incriminata e l’esecuzione del test alcolemico rende necessario, ai fini di verificare l’effettivo stato di ebbrezza (come da articolo 186 del Codice della Strada), la presenza di altri elementi indiziari.

L’ALCOLTEST ESEGUITO IN RITARDO IMPEDISCE DI ATTRIBUIRE LO STATO DI EBBREZZA

In definitiva, si legge nella sentenza della Corte di Cassazione, “è evidente che la considerazione dell’elemento probatorio inerente l’effettuazione dei controlli spirometrici, svolti dopo un lungo lasso temporale rispetto al momento dell’assunzione, impedisce di attribuire a quei rilievi valore scientifico certo circa lo stato di ebbrezza risalente a un momento di ore precedente quello dell’effettuazione del controllo, qualora la curva di Widmark si presenti ancora ascendente durante l’esecuzione del test”. Si desume perciò che l’alcoltest non è attendibile se eseguito alcune ore dopo il sinistro.

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Investimento notturno, la Cassazione condanna il pedone

di Raffaele Dambra

Investimento notturno

Il pedone è di sicuro il soggetto più vulnerabile della strada ma non ha sempre ragione. Seguendo un orientamento già affermato in precedenza con numerose altre sentenze, la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei familiari di un donna che era rimasta vittima di un investimento notturno, addossandole la totale responsabilità del sinistro e negando di conseguenza qualsivoglia risarcimento. Gli Ermellini hanno infatti scagionato il conducente dell’auto, riconoscendo che la condotta imprudente e imprevedibile della defunta debba ritenersi l’unica causa dell’incidente.

INVESTIMENTO NOTTURNO, PEDONE CONDANNATO: IL CASO IN ESAME

In verità la Cassazione, con la sentenza n. 25027/2019, non ha fatto altro che confermare quanto sentenziato dal Giudice di Pace e dalla Corte d’Appello nei precedenti gradi di giudizio. Entrambi, come ricorda il portale giuridico studiocataldi.it, si erano già espressi sfavorevolmente dinanzi alle richieste dei congiunti della vittima, investita da un’auto mentre attraversava a piedi una strada extraurbana durante le ore notturne. Più specificatamente, la Corte d’Appello aveva rilevato che la donna aveva attraversato una strada a scorrimento veloce “in ora notturna ove era vietato l’attraversamento pedonale (vista la presenza al centro della carreggiata di uno spartitraffico con siepe, ndr), senza usare la massima prudenza e senza dare la precedenza al veicolo che sopraggiungeva”. Circostanza che di fatto escludeva una presunzione di responsabilità del conducente, prevista dall’art 2054 c.c.

PEDONE INVESTITO PER CONDOTTA IMPRUDENTE: NESSUN RISARCIMENTO

Chiamata a pronunciarsi dopo il ricorso delle parti civili, la Corte di Cassazione ha dato definitivamente torto ai parenti della vittima, ribadendo un concetto fondamentale: il pedone che attraversa la strada di corsa, sia pure sulle apposite strisce pedonali (e nel caso in oggetto non era neppure così), immettendosi nel flusso dei veicoli marcianti alla velocità imposta dalla legge, pone in essere un comportamento colposo che può costituire causa esclusiva del suo investimento da parte di un veicolo. Di conseguenza “in caso di investimento di pedone la responsabilità del conducente è esclusa quando risulti provato che non vi era, da parte di quest’ultimo, alcuna possibilità di prevenire l’evento. Situazione ricorrente allorché il pedone abbia tenuto una condotta imprevedibile ed anormale, sicché l’automobilista si sia trovato nell’oggettiva impossibilità di avvistarlo e comunque di osservarne tempestivamente i movimenti”.

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Pedone investito da un conducente abbagliato dal sole: c’è colpa?

di Raffaele Dambra

Pedone investito da un conducente abbagliato dal sole

Nel caso di un pedone investito da un conducente abbagliato dal sole, quest’ultimo può sfuggire dalle proprie responsabilità portando come giustificazione l’improvviso accecamento che gli ha impedito di scorgere il passante? A maggior ragione se costui stava attraversando fuori dalle strisce pedonali? A tale quesito ha risposto la Corte di Cassazione con la sentenza n. 27876/2019, che non è risultata favorevole all’automobilista.

PEDONE INVESTITO DA UN CONDUCENTE ABBAGLIATO DAL SOLE: IL CASO PRESO IN ESAME

La Suprema Corte si è espressa sul caso di un investimento pedonale accaduto a Enna, in Sicilia, dopo che il locale Giudice di Pace aveva dichiarato il non luogo a procedere nei confronti di una conducente imputata del reato di lesioni colpose gravi aggravate dalla violazione della disciplina sulla circolazione stradale ai danni di due pedoni. Dalla ricostruzione dei fatti era emerso infatti che l’imputata, quantunque giunta nel tratto stradale in questione a velocità superiore al limite consentito, non aveva potuto evitare l’impatto sia per l’imprudenza dei pedoni stessi, sbucati all’improvviso dallo spazio tra due vetture parcheggiate e fuori dalle strisce pedonali, sebbene non troppo distanti; e sia perché abbagliata dal sole, circostanza peraltro confermata dagli agenti intervenuti sul luogo del sinistro.

TRA CONDUCENTE E PEDONE È IL PRIMO CHE DEVE PRENDERE LE MAGGIORI PRECAUZIONI

La vicenda però non si è chiusa lì perché la parte civile ha fatto ricorso in Cassazione, contestando la contraddizione tra la pronuncia del Giudice di Pace e l’assodato principio giurisprudenziale secondo cui l’attraversamento improvviso del pedone, pure al di fuori delle strisce pedonali, va considerato un rischio tipico e prevedibile della circolazione stradale. E soprattutto che l’abbagliamento da sole non esclude automaticamente la responsabilità del conducente, trattandosi di caso decisamente non fortuito che impone al guidatore di adottare tutte le cautele del caso per non ostacolare la circolazione ed evitare l’insorgere di ulteriori pericoli (per esempio indossando degli occhiali da sole, abbassando le alette parasole e, nei casi più estremi, arrestando la marcia dell’auto), fino al ripristino della corretta visibilità.

PERCHÉ IL CONDUCENTE ACCECATO DAL SOLE È COMUNQUE RESPONSABILE

Rilievi che la Corte di Cassazione ha fatto propri accogliendo il ricorso sulla base, appunto, di due principi consolidati già evidenziati da precedenti sentenze. Il primo attribuisce sempre al conducente che non ha osservato una prudente condotta di guida (mantenendo una velocità moderata) la responsabilità di un eventuale impatto con un pedone, anche se costui ha attraversato la carreggiata fuori dalle strisce (poi, caso per caso, si può valutare la sussistenza di un concorso di colpa); il secondo principio prevede che, in tema di circolazione stradale, l’abbagliamento da raggi solari del conducente non possa considerarsi una circostanza inattesa e, pertanto, non escluda la penale responsabilità per i danni che ne siano derivati alle persone. Ogni automobilista ha infatti il dovere di adottare le dovute cautele, anche prima di mettersi in marcia, per evitare che il sole gli impedisca di guidare in sicurezza.

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Etilometro non revisionato: l’onere della prova spetta all’accusa

di Donato D'Ambrosi

Guida in stato di ebbrezza auto confiscata

Dimostrare se l’etilometro usato dalla polizia per l’alcoltest non è revisionato può costituire una prova valida all’annullamento di una sentenza in sede penale. La sentenza della Suprema Corte di Cassazione chiarisce un ulteriore dettaglio sui ricorsi in caso condanna per guida in stato di ebbrezza ed etilometro non revisionato. Con la sentenza n. 38618/19 la quarta sezione penale della Corte di Cassazione ha chiarito chi e quando, tra pubblica accusa o difesa, deve provare che l’etilometro non è revisionato.

ALCOL ALLA GUIDA, MA TEST ETILOMETRO IMPUGNABILE

Il caso giunto fino in Cassazione riguarda un automobilista risultato positivo all’alcoltest (1,88 g/l e 1,84 g/l dopo 13 minuti) mentre era alla guida della sua auto. Il verbale della Polizia Stradale però non conteneva chiare indicazioni sul superamento della revisione etilometro. Con rito abbreviato il Tribunale di Pavia aveva condannato l’imputato a 4 mesi di carcere con una sanzione di 1000 euro, sentenza confermata poi dalla Corte di Appello. Alla sentenza però l’imputato ha fatto appello ricorrendo contro l’onere di dover dimostrare che l’etilometro era si omologato ma non revisionato.

RICORSO IN CASO DI ETILOMETRO OMOLOGATO MA NON REVISIONATO

Dopo la sentenza per guida in stato di ebbrezza, l’imputato ha fatto ricorso in Cassazione contro la decisione della Corte d’Appello di Milano. Il ricorso si fondava sul fatto che l’etilometro usato per l’alcoltest era omologato ma senza revisione periodica (art. 379, comma 8 DPR 495 del 2002). Inoltre la Corte territoriale, secondo la difesa, aveva omesso di applicare la riduzione della pena alla metà di quella irrogata in caso di giudizio abbreviato. La leva maggiore però sta nell’onere della prova sulla revisione periodica dell’etilometro, che spetta alla pubblica accusa. La pubblica amministrazione ha un preciso che se non assolto, non permette di considerare legittimo l’uso degli apparecchi e i loro risultati.

LA PROVA DELL’ETILOMETRO NON REVISIONATO, TRA ACCUSA E DIFESA

In caso di alcoltest positivo spetta alla difesa dell’imputato fornire prove contrarie all’accertamento eseguito. Ad esempio la sussistenza di vizi e difettosità nell’etilometro utilizzato per l’alcoltest o errori nella procedura utilizzata dagli agenti. Secondo la Cassazione l’accusa deve provare i fatti che costituiscono il reato. La difesa dell’imputato deve provare i fatti estintivi o modificativi del caso. L’onere della difesa di dimostrare il contrario (cioè che l’etilometro non è revisionato) sono subordinati alla prova della pubblica accusa. Quindi la difesa dell’imputato ha l’onere di dimostrare che l’etilometro non era revisionato solo se il Pubblico Ministero si accerta del reale funzionamento e regolarità delle verifiche dello strumento. Con queste motivazioni la Cassazione ha accolto il ricorso, annullando la sentenza della Corte d’Appello con rinvio per un nuovo giudizio.

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Guida sotto effetto di farmaci: si rischia multa fino a 1500 euro

di Redazione

La quarta sezione penale della Cassazione, con sentenza 18324/2019, fa chiarezza in tema di guida in stato alterato. Parliamo dell’articolo 187 del Codice della strada: chi si mette al volante dopo aver assunto sostanze stupefacenti o psicotrope è punito. Ci sono l’ammenda di 1.500 euro e l’arresto da sei mesi a un anno. All’accertamento del reato consegue la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente da uno a due anni, che perde 10 punti. Sanzione di 3.000 euro se il guidatore causa un incidente. Ma cosa si intende per sostanze stupefacenti o psicotrope? Cosa si rischia per la guida sotto l’effetto di farmaci?

GUIDA SOTTO L’EFFETTO DI DROGHE

Anzitutto, la legge punisce la guida sotto l’effetto di droghe: ecco le sostanze stupefacenti che rappresentano la guida in stato di alterazione psico-fisica. Il test preliminare delle Forze dell’ordine che fermano il guidatore è il drogometro. È un esame non invasivo che uno specifico test con metodo di laboratorio conferma. Permette di accertare, attraverso l’analisi di un tampone salivare, la presenza di sostanze tossiche. Cioè cocaina, oppiacei, cannabinoidi (hashish e marijuana), anfetamine e metanfetamine. Per utilizzare il drogometro, la Polizia ha una “clinica mobile” per la visita, un frigorifero per la conservazione dei test, e un medico per effettuare correttamente i prelievi. Se il drogometro è positivo, ossia se il guidatore era sotto l’effetto di stupefacenti, questi perde la patente per una decina di giorni: seguono ulteriori analisi di laboratorio su altri campioni per la guida sotto l’effetto di farmaci.

GUIDA SOTTO L’EFFETTO DI FARMACI

Ma la Cassazione va oltre e analizza meglio l’articolo 187 del Codice della strada, che parla di guida sotto l’effetto di sostanze psicotrope per guida in stato di alterazione psico-fisica. Ossia? Medicine pesanti. Il caso in esame riguarda un incidente del 2013: guida sotto l’effetto di farmaci. Il conducente responsabile del sinistro versava in una situazione di palese obnubilamento mentale, come dice il verbale di Polizia. L’uomo, nelle tasche, aveva scatole di medicinali della stessa specie di quelle presenti nell’auto. Gli accertamenti tossicologici in ospedale evidenziavano la presenza di sostanze di ooppiacei. Per via di numerosi interventi chirurgici ortopedici e dei forti dolori a carico dell’apparato osteoarticolare, l’uomo doveva assumere un farmaco composto da codeina e paracetamolo. Avente l’effetto collaterale di incidere (in ragione dell’oppiaceo) sulla capacità di vigilanza. Multa di 1.500 euro (3.000 in caso di incidente), come per guida sotto l’effetto di droghe, e come per guida con oltre 1,5 grammi di alcol ogni litro di sangue.

STATO ALTERATO: RESTA IL PROBLEMA DELLA PREVENZIONE

Comunque, il Codice della strada rende difficile fare prevenzione in tema di guida in stato di alterazione psico-fisica C’è il problema della prova: occorre dimostrare che il guidatore fosse drogato nel momento in cui la Polizia lo ferma. Per la dimostrazione, ci sono gli accertamenti biologici in associazione ai dati sintomatici: operazione non facile. Ecco perché diversi guidatori positivi al drogatest subiscono la multa, ma poi alla fine riescono a non pagarla.

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Auto abbandonata in strada privata: niente multa per la Cassazione

di Raffaele Dambra

Auto abbandonata in strada privata

Abbandonare un’auto in disuso in un’area pubblica è un reato perseguibile anche penalmente. O, ben che vada, con una salatissima sanzione pecuniaria. Viceversa se l’auto è abbandonata in una strada privata non è prevista neppure una multa. Lo stabilito di recente la Cassazione pronunciandosi sul caso di un cittadino siciliano, che si è rivolto alla Suprema Corte per ricorrere contro la violazione contestatagli di aver abbandonato su una strada un veicolo di sua proprietà. Ma se la strada è privata non c’è infrazione e quindi nessuna multa.

AUTO ABBANDONATA IN STRADA: LA VICENDA IN QUESTIONE

La vicenda in questione parte ben 10 anni fa, nel 2009 (eh, i tempi della giustizia italiana…), quando al protagonista viene notificato un verbale di contestazione per aver violato gli articoli 180 e 181 del Codice della Strada. Motivo: una vettura di sua proprietà si trovava in stato di abbandono ai bordi di una strada. L’uomo si rivolge al Giudice di Pace prima e al Tribunale poi, reclamando la natura privata della strada in cui era parcheggiato il mezzo (con tanto di cartelli recanti la scritta ‘proprietà privata’). Ma per i giudici la circostanza non esclude i presupposti dell’infrazione contestata. Tocca quindi ricorrere alla Corte di Cassazione, che gli dà finalmente ragione.

AUTO ABBANDONATA IN STRADA PRIVATA: LA MULTA NON SUSSISTE

Come riporta il portale giuridico laleggepertutti.it, la Cassazione, con l’ordinanza n. 6359/2019, ha verificato che l’accesso al terreno di proprietà esclusiva del ricorrente, proprio quello in cui è stata rinvenuta l’auto abbandonata, corrispondeva in effetti a un’area privata. “Perché un immobile possa ritenersi di uso pubblico”, si legge nella pronuncia degli Ermellini, “occorre che l’uso dello stesso avvenga da parte di una collettività indeterminata di soggetti, considerati quali titolari di un pubblico interesse di carattere generale”. Né può valere, continua, “il principio della presunzione di uso pubblico. Che sussiste soltanto quando il tratto di strada colleghi due strade pubbliche, trattandosi di strada priva di marciapiede e, pertanto, non destinata alla circolazione dei pedoni e che, precipuamente, è a vicolo cieco”. Di conseguenza, accertata la natura privata dell’area in cui hanno trovato l’autovettura, la contravvenzione è stata annullata.

AUTO ABBANDONATA IN STRADA: QUANDO C’È SANZIONE

Ricordiamo che un’auto viene considerata ‘in stato di abbandono’ in presenza di determinate caratteristiche che fanno supporre la volontà da parte del proprietario di disfarsi del veicolo. 1) Assenza delle targhe o del contrassegno di circolazione; 2) mancanza di parti essenziali per l’uso e la conservazione del mezzo; 3) sosta, regolare o irregolare, protratta nel tempo sul suolo pubblico. Un veicolo in stato di abbandono non viene subito rimosso (a meno che sia in sosta vietata). Ma gli organi accertatori appongono sul parabrezza un avviso per informare il proprietario che il veicolo sarà portato via se non provvederà a recuperarlo. Dopo 60 giorni, se nulla è accaduto, la polizia locale sequestra la vettura e la porta in un’autorimessa autorizzata per la demolizione. Al proprietario, una volta individuato, spetta una multa di 1666,67 euro (per le auto) o di 600 euro (per moto e rimorchi), più le spese per la rimozione. Qualche anno fa, come accennavamo all’inizio, la stessa Cassazione ha prefigurato per chi abbandona un’auto su strada pubblica il reato penale di inquinamento ambientale.

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Incidente con semaforo giallo e rosso: colpa a metà tra i due conducenti

di Redazione

Semaforo rosso e semaforo giallo: chi ha ragione in un incidente? La Cassazione fa chiarezza con la sentenza numero 37004 del 10 aprile 2019, pubblicata il 4 settembre (quarta sezione penale). Non si tratta della solita multa per passaggio col rosso: 167 euro e taglio di 6 punti-patente, secondo l’articolo 146 del Codice della strada. Parliamo invece di un reato: un sinistro con feriti seri o morti al semaforo, che rientra nel Codice penale (si tratta di omicidio). Quindi, stabilire chi ha torto e chi ha ragione diventa ancora più importante.

UNO COL GIALLO, L’ALTRO COL ROSSO: INCIDENTE MORTALE

La dinamica dell’incidente al semaforo (rosso o giallo) preso in esame è semplice. Ecco la scena: entrambi i mezzi viaggiano sulla stessa strada di Roma e nella medesima direzione, paralleli. L’autobus nella corsia centrale, riservata ai mezzi pubblici; la motocicletta nella corsia alla destra dell’autobus. Giunti a una grande piazza con incrocio regolato da semaforo, l’autobus impegna l’incrocio col semaforo giallo a 42 km/h (col limite di 50); la moto, in precedenza fermo alla linea di stop, parte quasi contemporaneamente bus, svolta verso sinistra a 30 km/h col rosso. Andando a urtare, al centro della piazza, contro il fianco destro del bus, che lo ha agganciato e trascinato per più di 20 metri: per questo, il centauro muore.

COLPA AL 50% FRA I DUE GUIDATORI

Il semaforo rosso imponeva al motociclista di fermarsi. Il semaforo giallo obbligava il guidatore del bus a non oltrepassare gli stessi punti stabiliti per l’arresto, a meno che vi si trovava così prossimo, al momento dell’accensione della luce gialla, che non poteva più arrestarsi in condizioni di sufficiente sicurezza: in tal caso, doveva sgombrare sollecitamente l’area di intersezione con prudenza. Secondo la Cassazione, però, la colpa dell’incidente al semaforo è metà. Il motivo? Le norme sulla circolazione stradale impongono severi doveri di prudenza e diligenza proprio per far fronte a situazioni di pericolo, determinate anche da comportamenti irresponsabili altrui, se prevedibili.

SEMAFORO: UN PRINCIPIO “SACRO”

La Cassazione richiama un principio della circolazione, già fissato in passato: il conducente con diritto di precedenza ha l’obbligo di tenere una condotta prudente. Non può solo invocare il comportamento imprudente del guidatore col rosso, se prevedibile. Un principio che vale sia in presenza di semafori, sia quando ci sono i cartelli triangolari sulla precedenza, sia infine col classico cartello di stop. Per determinare meglio le colpe degli incidenti così complessi, saranno decisivi il verbale delle Forze dell’ordine e le relazioni dei periti.

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Investimento sulle strisce: per la Cassazione il pedone ha sempre ragione

di Raffaele Dambra

Investimento sulle strisce

In caso di investimento sulle strisce il pedone ha sempre ragione, anche se ha attraversato la strada in maniera imprudente. Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con una recente sentenza, precisando che in questi casi la responsabilità cade sempre sul conducente dell’auto. Questo perché, in prossimità delle strisce pedonali, l’automobilista è tenuto a prevedere la condotta del pedone, anche se avventata, ponendo eventualmente in essere tutte le manovre di emergenza necessarie a evitare l’impatto.

AUTO IN PROSSIMITÀ DELLE STRISCE: COSA PREVEDE IL CODICE

L’articolo 141 del Codice della Strada dispone (comma 1) che “è obbligo del conducente regolare la velocità del veicolo in modo che […] sia evitato ogni pericolo per la sicurezza delle persone e delle cose e ogni altra causa di disordine per la circolazione”. Inoltre (comma 2) il conducente “deve sempre conservare il controllo del proprio veicolo ed essere in grado di compiere tutte le manovre necessarie in condizione di sicurezza, specialmente l’arresto tempestivo del veicolo entro i limiti del suo campo di visibilità e dinanzi a qualsiasi ostacolo prevedibile”. Ma soprattutto (comma 4) “deve ridurre la velocità e, occorrendo, anche fermarsi […] in prossimità degli attraversamenti pedonali e, in ogni caso, quando i pedoni che si trovino sul percorso tardino a scansarsi o diano segni di incertezza”.

INVESTIMENTO SULLE STRISCE: IL CASO GIUDICATO DALLA CASSAZIONE

Basandosi su questi principi la Cassazione si è pronunciata sul caso di un uomo condannato per omicidio colposo dopo aver investito una donna sulle strisce a Roma. Dopo la condanna in appello l’uomo si era rivolto alla Suprema Corte lamentando che la vittima aveva attraversato sulle strisce pedonali di notte, in una zona scarsamente illuminata e a un incrocio segnalato da un semaforo a luce gialla lampeggiante. Giustificando quindi l’investimento sulle strisce con il fatto di non aver visto la donna a causa dell’oscurità, pur procedendo a una velocità rispettosa dei limiti.

INVESTIMENTO SULLE STRISCE: PERCHÉ IL PEDONE HA SEMPRE RAGIONE

La Cassazione ha però rigettato il ricorso di questo conducente ravvisando una condotta di guida caratterizzata da negligenza, imprudenza e imperizia, perché pur viaggiando a una velocità consentita avrebbe dovuto moderare ulteriormente l’andatura, vista l’ora notturna e le scarse condizioni di visibilità. Chi guida, ha sancito più volte la giurisprudenza, deve infatti aver la possibilità di porre in atto tutte le manovre di emergenza necessarie a evitare un urto o uno scontro, anche in caso di un comportamento imprudente altrui. Pensiamo per esempio a un pedone che cambia direzione sulle strisce, oppure che attraversa la strada con imprudenza avviandosi sull’asfalto solo in prossimità dell’attraversamento pedonale, o di notte o in un’area a scarsa illuminazione. Sono tutte situazioni che un automobilista deve prevedere e prevenire. L’unica eccezione riguarda invece un eventuale comportamento del pedone assolutamente imprevedibile: solo in questo caso si può valutare la sua corresponsabilità.

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Tutor attivi in autostrada: la Cassazione cancella lo stop

di Raffaele Dambra

Tutor attivi in autostrada

Notizia molto importante per gli automobilisti impegnati nell’esodo e nel contro-esodo delle vacanze estive 2019. Ci sono di nuovo i tutor attivi in autostrada dopo la pronuncia della Cassazione che ha ribaltato una sentenza della Corte d’Appello del 10 aprile di un anno fa, i cui effetti avevano imposto il momentaneo spegnimento dei dispositivi per la violazione di un brevetto depositato dall’azienda Craft di Greve in Chianti. I tutor autostradali si stanno gradualmente riaccendendo, perciò consigliamo di osservare fedelmente i limiti di velocità (cosa che peraltro andrebbe fatta sempre) fin da subito per non incorrere in brutte sorprese.

TUTOR IN AUTOSTRADA: LA CAUSA LEGALE

Come forse molti ricorderanno, la vicenda dei tutor in autostrada si trascinava fin dal 2006 a causa di una disputa legale tra Autostrade per l’Italia e la Craft per una questione di brevetti. In pratica la piccola azienda toscana lamentava che il colosso Autostrade, in combutta con la Polizia Stradale, si fosse attribuita la paternità del dispositivo capace di ‘leggere’ le targhe dei veicoli, copiando di fatto una propria invenzione. Dopo alcune sentenze a favore di ASPI, il 10 aprile 2018 la Corte d’Appello di Roma aveva clamorosamente dato ragione alla Craft, riconoscendo la violazione e ordinando la rimozione e la distruzione dei tutor esistenti.

TUTOR ATTIVI IN AUTOSTRADE: LA SENTENZA DELLA CASSAZIONE

Ma pochi giorni fa, con un ennesimo colpo di scena, la Corte di Cassazione ha dato invece ragione ad Autostrade per l’Italia, ritenendo, così come riporta l’Ansa, “che il sistema di controllo della velocità media (ossia il tutor, ndr) non violi le norme relative alla proprietà intellettuale della società Craft”. E che perciò non sussistano più i motivi per imporne la rimozione. “Abbiamo già riattivato le squadre per la reinstallazione dei tutor”, ha comunicato infatti la società Autostrade, “Così da consentirne la messa a disposizione in tempi brevi alla Polstrada, al fine di potenziare i controlli già in essere sulla rete autostradale tramite il sistema SICVe-PM“.

TUTOR AUTOSTRADALI DI NUOVO IN FUNZIONE

Come già anticipato, ASPI sta lavorando a pieno ritmo per ripristinare quanto prima i tutor autostradali, in maniera da renderli tutti pienamente efficienti nei weekend del contro-esodo previsti il 24 e 25 agosto e il 31 agosto e 1 settembre 2019. “L’impiego dei tutor è fondamentale per la sicurezza stradale in autostrada”, si legge in una nota stampa della società che ha vinto il ricorso, “Dal 2004 grazie a questo sistema sulle autostrade è diminuita del 25% la velocità di picco e del 15% quella media, col risultato che il numero delle vittime è calato del 70%”.

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