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Ieri — 23 Gennaio 2019RSS feeds

Game of Thrones 8: quanto dureranno gli episodi?

di Raffaele Giasi

Game of Thrones è ormai prossimo all’attesissima messa in onda della sua ultima stagione. Sarà una stagione di semi-commiato, visto che la serie ritornerà quasi certamente quanto meno con uno spin-off, ma è ovvio che i fan siano più avidi che mai nei confronti dello show, complice tanto la popolarità della serie, quanto ovviamente il fatto che la prossima sarà in tutto e per tutto l’ultima stagione.

Non meraviglia, quindi, la forsennata ricerca di notizie su quelle che saranno le future vicende che investiranno il Westeros sebbene, c’è da dirlo, HBO sia stata veramente abilissima nell’evitare qualunque fuga di notizie. Già in passato la produzione era riuscita ad arginare al problema, lasciando che fosse leakata giusto qualche foto dal set.

Tuttavia non c’è possibilità da parte di HBO di monitorare costantemente, e in tutto e per tutto, le notizie anche solo lontanamente riguardanti lo show che vengono diffuse nel mondo ogni giorno. Un caso esemplare di questa situazione è stato il frutto della notizia del giorno, relativa alla durata degli episodi dell’ultima stagione del serial. Sebbene fosse stato chiaro che l’ultima stagione avrebbe avuto episodi del tutto privi di un durata prefissata, l”informazione non era mai stata chiarita del tutto.

A fare luce sull’argomento ci ha pensato però oggi, involontariamente, il gruppo televisivo francese Orange, che ha in queste ore presentato agli addetti ai lavori quello che sarà il programma dei suoi palinsesti televisivi. Tra questi non mancherà ovviamente Game of Thrones che, presentato tramite una rapida scheda informativa (diffusa in rete dalla rivista francese Première), è stato presentato come uno show con episodi che vanno dai 60 agli 80 minuti!

Précision utile : @OCSTV a expliqué oralement que les deux premiers épisodes de la saison finale de #GameOfThrones allaient durer 60 minutes, et les quatre suivants 80 mn d'après les dernières infos de HBO https://t.co/UIDwB7xtvU

— Première (@PremiereFR) January 22, 2019

Qualcuno ha pensato che si trattasse di una comunicazione generica, ottenuta dalle dichiarazioni effettuate da HBO prima dell’inizio delle riprese dello show, ma Orange ha specificato di essere a conoscenza della durata effettiva degli episodi, la cui durata sarà di 60 minuti per quanto riguarda i primi due e di 80 minuti per i restanti quattro. Gli episodi, dunque, saranno solo 6, e saranno diffusi con un minutaggio al di sopra di quella che è la comune media televisiva.

Précision utile : @OCSTV a expliqué oralement que les deux premiers épisodes de la saison finale de #GameOfThrones allaient durer 60 minutes, et les quatre suivants 80 mn d'après les dernières infos de HBO https://t.co/UIDwB7xtvU

— Première (@PremiereFR) January 22, 2019

Ovviamente la notizia non può essere ancora data per certa, e non è detto che, per motivi strettamente legati alla diffusione televisiva (ed ai relativi accordi commerciali), HBO non possa effettuare degli tagli che aumentino il numero di episodi accorciandone quindi la durata.

A questo punto non resta che attendere il 14 aprile, quando il serial farà il suo debutto in contemporanea con gli Stati Uniti tramite il canale Sky Atlantic.

Game of Thrones sta per tornare, e quale occasione migliore per un bel ripasso! La serie completa è infatti disponibile in edizione blu-ray su Amazon, grazie ad un comodo cofanetto integrale. 

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Adrian: la serie di Celentano è stata un evento, ma per i motivi sbagliati

di Raffaele Giasi

Dopo un’attesa durata anni (almeno per i fan duri e puri del Molleggiato), Adrian, ovvero la serie animata scritta, diretta, doppiata, prodotta e forse anche disegnata (visti i risultati) da Adriano Celentano, fa infine il suo debutto in TV. Un debutto che, ci dicono, ha vinto la serata delle reti in chiaro battendo, per altro, Ultimo Tango a Parigi e Bastardi Senza Gloria. Mica poco.

Nonostante tutto, però, Adrian si è dimostrato un prodotto a dir poco scadente dal punto di vista qualitativo, mostrando il fianco a tutta una serie di problemi che, si sia fan o meno, sono stati evidenti a tutti, tanto da avviare un teatrino tipico di Internet, fatto di battute caustiche, critiche e soprattutto meme.

A questo punto vorrei aggiungere una premessa: chi vi scrive non aveva alcuna intenzione di dare spazio al prodotto di Celentano, e il perché è presto detto: la ricetta per il disastro era infatti ampiamente prevedibile, non fosse bastata la defezione di Sky di qualche anno fa dal progetto (investitore originale, ricordiamolo), o i più recenti spot televisivi messi su nel bagno di Celentano con l’aggiunta di effetti a la After Effects. Adrian, insomma, molto difficilmente poteva essere qualcosa di sensato e dignitoso, e lo diciamo con il massimo rispetto per i nomi coinvolti tra cui, ovviamente, il Maestro Milo Manara.

Adrian – Promo con Adriano Celentano

Adrian, la serie.Dal 21 e 22 gennaio, su Canale 5.

Publiée par Adrian La Serie sur Mardi 15 janvier 2019

Adrian, diciamolo subito, è stato uno spettacolo di una bruttezza rara, eppure credo abbia raggiunto pienamente il suo scopo: creare quell’hype mediatico a metà tra ammirazione, fascinazione e sdegno che è poi tipico degli show televisivi di Celentano, non ultimo il suo controverso Rockpolitik. Una ricetta stra-abusata dal cantante lombardo, che da sempre mette al centro dei sui prodotti un ego affascinante e smisurato, ad uso e consumo del suoi fan. Piaccia o meno è la sintesi della rock star e Celentano, con tutta probabilità, è forse l’unica vera rock star su modello americano che il nostro Paese abbia mai avuto. Questo va detto e va, in qualche modo, ammirato.

Adrian – Trailer Date – 1

Adrian, la serie. Su Canale 5, dal 21 e 22 gennaio 2019.

Publiée par Adrian La Serie sur Lundi 14 janvier 2019

Nonostante ciò, una ben nota regola di Internet dice che “se una cosa è vittima di un meme, o se diventa essa stessa un meme, allora è famosa”, e in effetti è difficile negare che nella sua mediocrità strutturale (trama, animazione, regia, montaggio) Adrian sia, in questo momento, di per sé una produzione già così famosa da aver oscurato buona parte dell’animazione italiana più recente. Fa male, fa molto male, ma è così. Di Gatta Cenerentola, il bellissimo film animato nostrano ad opera di Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri e Dario Sansone – giusto per citare uno dei prodotti più belli e meritevoli della nostra (scarsa) cultura animata – si è parlato giusto il tempo di una messa in sala e di qualche premiazione. Di Adrian – mi verrebbe da dire “ahimè” – si parlerà probabilmente per mesi, se non per anni, non fosse altro per l’eco che genererà nel panorama della produzione televisiva in cui, è facile prevederlo, si aprirà certamente un dibattito.

L’Orwell fatto in casa

E dunque, di che parla questo Adrian? Qual è la trama? A voler cercare una logica in un montaggio quanto mai “eclettico”, la storia è quella di un giovane Celentano, reimmaginatosi nel futuro e con alla base un qualche rimando autobiografico, almeno a sentire l’artista. 

Adrian la serie

L’anno è il 2069, e la città è una Milano distopica che pare voler per forza attingere all’immaginario di Blade Runner e opere annesse. Al vertice c’è un potere corrotto e di orwelliana memoria, che vigila sulla gente affinché si comporti come deve, che resti fedele al regime e che non pensi troppo con la propria testa.

Il nostro protagonista è Adrian, un Celentano di parecchio più giovane che di mestiere, come il Molleggiato in gioventù, fa l’orologiaio, o almeno ci prova, visto il carattere “infoiato” della sua compagna Gilda (una Claudia Mori procace e impulsiva, re-immaginata dall’arte di Manara). Seguiamo quindi le vicende, in gran parte sconclusionate, di Adrian che cerca di fare da buon vicino alla piccola comunità di via Gluck, dove sembra che le persone si confidino con lui quando in cerca di soluzioni ai problemi di cuore, Milano intanto è in attesa del concerto di fine anno, monumento del regime totalitario che aleggia sulla città perché, pare, sia capace di sedare anche gli animi meno propensi al controllo. Tra montaggi a dir poco scialbi e approssimativi, ed un uso svogliato della tecnica del motion comics sulle tavole di Manara, con un rapido giro di boa si arriva al fatidico concerto, che vedrà sul palco tale Johnny Silver, un cantante glam rock del futuro che per motivi oscuri canta pezzi dei Negramaro con la voce di Giuliano Sangiorgi. È sempre il 2069, non dimentichiamolo. Preso il posto di Silver sul palco, Adrian incanterà le folle con il suo pezzo “I Want to know”, scatenando per motivi oscuri l’ira del regime che costringerà l’orologiaio e la sua compagna alla fuga.

Adrian La Serie – trailer promo

Adrian, la serie evento ideata, scritta e diretta da Adriano Celentano.A gennaio su Canale 5.

Publiée par Adrian La Serie sur Vendredi 4 janvier 2019

Se la trama vi sembra quanto mai sconclusionata e banale non temete, sembra esattamente quello che è. Eppure il problema non è neanche questo. Se Adrian fosse stato un prodotto privo di una logica narrativa o, come poi è, una mera accozzaglia di stereotipi e cliché mal argomentati (per dire il più celebre, il palazzo della “Mafia International” che troneggia su una futuristica Napoli in preda al degrado e al pattume) allora avremmo archiviato il tutto per quello che è: una prova di raro e sublime imbarazzo.

Il problema è constatare che al netto dei nomi coinvolti, Adrian si sia dimostrato indecente anche e soprattutto sotto il profilo tecnico e dell’animazione in generale, a fronte per altro di un budget di tutto rispetto (c’è chi dice 13 milioni di euro, chi dice 20, chi addirittura di più). Le animazioni sono approssimative e tutto ciò che non è figlio diretto dell’arte di Manara, ovvero il character design, è brutto, scomposto, anatomicamente inesatto. 

Adrian la serie

È un peccato. Non solo per i nomi coinvolti di immensa caratura tecnica, ma anche e soprattutto perché Adrian ha avuto in effetti un pregio, ovvero quello di portare all’attenzione del pubblico un prodotto animato che, in effetti, è di molto distante dal tipico consumo televisivo in prima serata. A questo va aggiunto che parliamo di un prodotto firmato, in parte, da Manara, un artista dal tratto sottile ed erotico, le cui figure femminili sono sempre sensuali e disinibite. Celentano, insomma, solo perché “è Celentano”, ci ha portato in TV un cartone animato fimato Manara e in prima serata, e non solo questo è ricco di scene osé e senza censure (tranquilli, son già partite le critiche), ma ha anche attirato su di sé una grande attenzione mediatica.

Adrian – La serie evento

Come ti chiami?Non l'ho detto#Adrian, a gennaio su Canale 5

Publiée par Adrian La Serie sur Vendredi 14 décembre 2018

La cosa più curiosa di questa faccenda, è che Adrian non è quel “salto dello squalo” che molti ritengono all’interno nella carriera di Celentano. Il prodotto, per quanto orribile e stereotipato, è anzi perfettamente in linea con la filosofia del personaggio, con le sue esagerazioni, e persino con la sua “sperimentazione”.

La sintesi è che al di là della bruttezza, Celentano abbia perfettamente raggiunto il suo scopo: enfatizzare ancora una volta il culto di se stesso. In tal senso Adrian è un prodotto quasi evangelico per il pubblico celentaniano che, non a caso, ne ha apprezzato lo stile e la “sintesi”. Quel che però non va fatto è credere che tutto questo sia il fenomenale esperimento di una figura iconoclastica, che voglia in tutto e per tutto rompere lo schema televisivo e la sua presupposta mediocrità. Mai nulla fu più errato: Adrian è semplicemente il risultato diverso di una formula che Celentano ha sperimentato (già con successo) agli albori della sua carriera televisiva. Semmai va studiato quanto abbia senso continuare a proporre al suo pubblico la formula della sua auto-celebrazione ma, come si suol dire “chi nasce tondo non può morire quadrato”. Ben inteso che il nostro parere si è espresso solo dopo il primo episodio, ci pare francamente molto difficile che la situazione si possa ribaltare. In ogni caso i nostri sinceri auguri a chiunque vorrà continuare a flagellarsi per le restanti puntate che, ci dicono, saranno ben 10.

American Gods, trailer e data d’uscita per la seconda stagione

di Raffaele Giasi

Dopo oltre un anno di attesa, Starz ha finalmente fatto luce sul futuro della sua ottima American Gods, serie TV tratta dal popolare ed omonimo romanzo di Neil Gaiman, e arenatasi per problemi di produzione dopo una straordinaria stagione di debutto.

Si temeva quasi che il serial potesse essere cancellato, orfano com’era dei suoi showrunner originali, ovvero Michael Green e Bryan Fuller, e invece lo show pare godere (per fortuna) di ottima salute, tanto da essere prossimo alla messa in onda della sua seconda stagione!

La notizia ci arriva direttamente da Starz, grazie alla diffusione del trailer di lancio della nuova stagione, che riprenderà la storia lì dove l’avevamo lasciata, seguendo ancora le vicende di Shadow (Ricky Whittle), tuttofare del misterioso Mr Wednesday (Ian McShane), che altri non è che il dio nordico Odino che, come altre antiche divinità, è sul piede di guerra con gli dei contemporanei, creatisi con la nascita della tecnologia e del consumismo.

Il cast vedrà anche il ritorno degli attori Orlando Jones (il dio africano Anansi) e di Peter Stormare (il dio slavo Chernobog), mentre abbandonano il cast Kristin Chenoweth (lo spirito della Pasqua) e Gillian Anderson, resa celebre dal suo ruolo come agente Scully in X-Files, qui incarnazione dei media. Impegnata nella produzione di Sex Education e The Crown, l’attrice ha infatti dato il suo addio al cast.

La prima stagione di American Gods è arrivata in italia grazie ad Amazon Prime. Non ci sono notizie in merito alla messa in onda italiana, ma il serial farà il suo nuovo debutto in America il prossimo 10 marzo. 

La nuova edizione illustrata di American Gods è disponibile su Amazon, ed è una lettura veramente consigliata! Qualora poi voleste recuperare la prima stagione, essa è disponibile in edizione blu-ray, ovviamente in italiano.

Carmen Sandiego e Netflix: l’esempio di come va fatto un remake

di Raffaele Giasi

Dov’è finita Carmen Sandiego? Ce lo siamo chiesto per 20 anni più o meno, e nessuno si era degnato di darci una risposta. Qualcuno di voi, probabilmente, dovrà addirittura fare un passo indietro e chiedersi: chi è Carmen Sandiego? La domanda è comprensibile, perché lo show è stato vincolato ad una visibilità brevissima, consumata in appuntamenti domenicali la cui continuità, come di costume per l’epoca, non era il punto forte.

Facile quindi che il clamore per il nuovo show animato di Netflix sia, per molti, incomprensibile e ingiustificabile, specie quando si scopre che, come altri cartoon squisitamente anni ’90 (pensiamo ad esempio a Capitan Planet), dietro le avventure dell’avvenente ladra in rosso ci fosse in realtà uno show educativo, in questo specifico caso legato alla geografia ed alle nozioni ad essa legate.

In modo anomalo persino per l’epoca, inoltre, Carmen Sandiego muoveva in realtà i suoi passi direttamente dal mondo dei software educativi, quelli insomma a metà tra una enciclopedia interattiva ed un videogame, il cui scopo era quello di scovare la ladra in giro per il mondo, vestendo i panni di un anonimo e silenzioso agente dell’agenzia A.C.M.E., da sempre sulle tracce dell’inafferrabile donna in rosso e della sua criminosa organizzazione, la V.I.L.E..

Di quei software rimane oggi molto poco, del cartoon è invece rimasto un segno indelebile in buona parte del mondo, complice un ottimo mix di azione e avventura, e l’abilità nella sceneggiatura di non rendere le informazioni offerte dallo show leziose o noiose. Il fulcro, poi, era l’ovvia fascinazione per la misteriosa Carmen Sandiego, a metà tra ladra e anti-eroina, e avvolta da un mistero fitto su quelli che erano i suoi progetti e le sue motivazioni. Personaggio che all’epoca fu doppiato dall’attrice Rita Moreno che, per l’occasione, è stata reclutata nel cast del nuovo show partecipando ad un simpatico “passaggio di testimone”. Oltre non diremo, scoprite voi quale.

Data la nostalgia che pervade i prodotti di questi anni, e soprattutto una fan base che, silenziosamente, è sempre rimasta molto legata allo show, Netflix ha ben pensato di accaparrarsi i diritti del brand, che è covato nel cuore degli spettatori come una vera e propria “sleeping hit”, nell’attesa che la prima parte dei 22 episodi commissionati (parte di un progetto più ampio che prevederà addirittura un film live action) arrivasse finalmente sulla piattaforma, la qual cosa è successa poi il 18 gennaio, con il rilascio della prima stagione da – purtroppo – soli 9 episodi.

Con la lungimiranza che (quasi sempre) la contraddistingue, Netflix ha però deciso di non sprecarsi in una mera riproposizione del canovaccio originale, ed anzi è partita con l’intenzione di dare alla Sandiego un’identità più solida di quanto non le fosse stato concesso in origine, tanto che la domanda d’apertura, ovvero, “chi è Carmen Sandiego?”, è il leit motiv che muove, silenziosamente, la trama di questa intera prima stagione.

La pecora nera

Scegliendo la strada del reboot, Netflix ha sviluppato questo progetto con il chiaro intento di far collimare due esigenze: la prima è quella di uno show animato ad uso e consumo di un pubblico molto giovane, idealmente dai 7-10 anni in su. La seconda, quella di creare uno show che potesse comunque essere gradevole per i fan che, ad occhio e croce, si aggireranno oggi tutti attorno alla trentina, se non di più. La missione, dunque, non era per nulla semplice, ma è un gran piacere ammettere che è in gran parte riuscita, a patto ovviamente che ci si approcci allo show senza troppe pretese dal punto di vista narrativo sebbene, vi sia chiaro, la serie è scritta più che degnamente, ed offre persino qualche colpo di scena molto apprezzabile.

La storia è quella di una giovane che viene adottata in tenerissima età da una congrega di ladri più o meno senza scrupoli, la V.I.L.E. per l’appunto, che si occupa di formare i manigoldi di domani su di un’isola segreta nei pressi delle Canarie. La bambina, che verrà identificata con il nome in codice “pecora nera”, per il suo carattere incontrollabile e a volte persino molesto, crescerà quindi in un mondo di ladri, di cui crescendo comincerà a condividere le mire e le ambizioni. Raggiunta l’età giusta per poter frequentare la scuola della V.I.L.E. la ragazzina comincerà pian piano a porsi delle domande sul senso del furto e sulle mire dei suoi genitori adottivi, ovvero il corpo docenti della congrega, maturando quei pensieri che la porteranno poi a crearsi una nuova identità, quella di Carmen Sandiego, l’inafferrabile ladra in cappotto e fedora rossi, doppiata per altro con grande verve dall’attrice Gina Rodriguez.

Accompagnata dai fratelli Zack e Ivy, e supportata a distanza da un ragazzo, nome in codice “Player”, Carmen comincerà la sua carriera di furti in giro per il mondo, in una lotta continua con i suoi ex “compagni di scuola” e cercando al contempo di eludere la caccia ad opera dell’Interpol che ha fatto della Sandiego la ricercata numero 1 in tutto il mondo.

La serie, insomma, getta nuova luce sul personaggio, ed a differenza del passato ci offre molte informazioni originariamente ignote sul passato di Carmen, sulla sua crescita, la sua formazione e sul perché si sia dedicata al furto. I primi due episodi, in particolare, sono un vero e proprio prequel alla serie, tant’è che entrambi non presentano sigla e si chiamano “Becoming Carmen Sandiego”, offrendo quindi a spettatori vecchi e nuovi tutte le informazioni sulla affascinante ladra e sulle vicende antecedenti all’inizio della trama orizzontale che, dunque, va intesa quasi come in “media res”, lasciando volutamente un vuoti indefinito tra la fine degli “studi” di Carmen e la sua nuova vita.

Carmen Sandiego

La storia funziona e coinvolge. Ogni episodio dal terzo in poi è strutturato secondo lo schema dei “caper”, ovvero di quei racconti di escapologia che, in termini animati, sono stati meravigliosamente sviluppati dalla tradizione del Lupin III di Monkey Punch e che prevedono, come da canovaccio, furti impossibili e fughe ancor più sofisticate. Proprio Lupin III, inoltre, è evidentemente una delle bussole dello show, tanto che certi trucchi, certe situazioni, e persino certi personaggi sembrano rifarsi a Monkey Punch in modo evidente, ma mai farsesco, come è il caso di un personaggio specifico: il poliziotto dell’Interpol Chase Devineaux, permeato di quell’aura a la “Ispettore Zenigata” che non guasta e non disturba mai.

Old but gold

Progettato da Duane Capizzi, ovvero uno dei talentuosi showrunner animati degli anni ’90 (suo, per dirne uno, il bellissimo Darkwing Duck), Carmen Sandiego riprende tutti quegli stereotipi dell’animazione dell’epoca che hanno reso grande, ad esempio, i contenitori pomeridiani made in Disney e Cartoon Network, offrendo un connubio apprezzabile di avventura, mistero e divertimento, senza mai scadere in un prodotto infantile o pretestuoso, ma anzi riuscendo sempre a mantenere un ottimo equilibrio tra dialoghi ed azione, tale da rendere, come detto, lo show del tutto digeribile anche ad un pubblico decisamente più in là con gli anni rispetto al target d’origine.

Carmen Sandiego

Allo stesso modo, dalla scuola di Cartoon Network, Carmen Sandiego eredita una direzione artistica estrosa, fatta di disegni dai bordi sottili, quasi inesistenti, e da personaggi dalle forme squadrate, il cui tratto richiama alla mente il meraviglioso lavoro che fu di Genndy Tartakovsky per il suo immenso Samurai Jack da cui, per altro, Carmen Sandiego eredita persino la composizione dell’animazione. La differenza sostanziale si gioca tutti sui colori, che se per Jack erano volutamente “piatti”, quasi monodimensionali, qui invece trovano profondità grazie al sovente uso di pennellate digitali, che donano spesso ai colori anche una certa “porosità”, ed arricchendo il tutto con delle ottime luci digitali. L’effetto è interessante, complice un’animazione che non è mai approssimativa, ed anzi riprende quello stile anni ’90 in modo del tutto voluto, replicandone persino i velati difetti, come piccoli problemi di definizione in situazioni di zoom esagerato. Piccolezze, per altro assolutamente volute e non frutto, come qualcuno potrebbe pensare, di una qualche mollezza creativa.

Carmen Sandiego

Intrigante, infine, il recupero dal passato di tutto quel che era parte della serie originale, riconfigurato però ad uso e consumo del racconto odierno: ritroviamo quindi Zack e Ivy ma, come detto, anche “Player”, che in origine altro non era che il videogiocatore dei vari software educativi, e che qui invece assume l’aspetto di un personaggio vero e proprio, per altro doppiato in lingua originale dal giovane ma talentuoso Finn Wolfhar, ovvero il Mike di Stranger Things. Ma soprattutto ritorna la geografia, ritorna il concetto di nozione ed educazione all’avventura che, per quanto oggi forse meno impattante che in passato, riesce a trovare il suo spazio nello show senza troppe forzature, utilizzando di nuovo il pretesto dei viaggi di Carmen in giro per il mondo.

Carmen Sandiego, insomma, è tornata, ed è in gran forma. Per l’occasione Netflix ha messo in piedi uno show apprezzabile sotto diversi punti di vista, dal piano meramente narrativo, che non gioca mai troppo forzatamente sulle citazioni passate per intrigare lo spettatore più stagionato, a quello artistico, con uno show colorato, brillante e così gradevolmente “retrò” nella sua scelta di mettere in luce le competenze del network nel campo dell’animazione tradizionale. A dirla tutta l’unico neo è proprio la brevità della stagione, che chiudendosi con un ricco climax dopo solo 9 episodi, lascia lo spettatore un po’ amareggiato per la voglia di vedere e saperne di più. Uno smacco che è purtroppo figlio della produzione serrata della piattaforma che, già con Castlevania, aveva mostrato il fianco alla stessa problematica. Un difetto da “poco” se vogliamo, se non fosse la mancanza di una data certa per la release della seconda stagione, già in produzione praticamente dall’annuncio.

Non molto è rimasto di Carmen Sandiego, se non a prezzi esorbitanti, per fortuna di recente Funko ha messo in commercio un bellissimo Pop dedicato alla affascinante ladra!

Le 10 migliori serie TV commedia

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American Gods 2 si mostra nella versione estesa del video trailer

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Netflix sta lavorando al reboot di Unsolved Mysteries

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Unsolved Mysteries Netflix

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Le serie TV di Mediaset Premium a febbraio 2019 (anche su Sky)

di Lorenzo Spada
Shameless Mediaset Premium febbraio 2019

Dopo avervi mostrato i film in prima visione su Mediaset Premium, su Sky Cinema e su Infinity TV nel mese di febbraio, così come le nuove serie TV di Sky, rimaniamo in argomento mostrandovi le nuove serie TV che andranno in onda su Mediaset Premium, su Mediaset Play e, grazie all’accordo con Sky, anche sulla piattaforma satellitare, nel mese di febbario 2019. […]

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Dove vedere Napoli – Lazio in streaming e TV

di Massimo Spera

Scopri dove guardare Napoli Lazio in Streaming e in TV. Tutte le alternative legali, gratuite o a pagamento per non perderti il match di Serie A.

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Netflix presenta Sex Education, serie TV sulle esperienze degli adolescenti

di Andrea Balena

Nonostante ci troviamo in un periodo di continua sperimentazione con la serialità televisiva, la sessualità è una tematica estremamente difficile da trattare nella narrazione. Rappresentare le infinite sfaccettature della sfera intima attuale è un’impresa quasi più complessa che inscenare un omicidio a schermo per i più disparati motivi: sicuramente i network tradizionali mostrano ancora un po’ di resistenza sull’argomento, imponendo diversi limiti e censure.

Sex Education, la nuova serie teen drama britannica dell’iperattiva Netflix, dimostra come la rottura di queste restrizioni possa condurre a un prodotto piacevole, fresco e con una buona dose di autoironia, perché non c’è niente di più chimerico, folle e allo stesso tempo drammatico dell’identità degli adolescenti moderni.

Otis (Asa Butterfield, Hugo Cabret) è il classico nerd abbastanza sfigato che vive nell’anonimato della classe. A causa del divorzio dei suoi genitori e il controllo della madre strizzacervelli (Gillian Anderson, la Dana Scully di X-Files) che esercita sulla sua sfera privata, il nostro reprime i classici impulsi della sua età, mentre i suoi compagni di scuola sono nel pieno della scoperta di questa meravigliosa “materia”. Ma nonostante questo, Otis ha una conoscenza vastissima dell’argomento grazie ai libri e studi genitoriali, e insieme alla compagna di classe ribelle Maeve (Emma Mackey) aprirà una clinica clandestina durante gli orari scolastici per aiutare tutti i suoi coetanei alle prese con le prime imbarazzanti esperienze e salvarli da problemi più seri.

Sin dai primi minuti avrete una chiara dimostrazione di cosa c’è di diverso in questo show rispetto ad altre serie sull’argomento: Sex Education è completamente senza filtri verbali e per poco anche visivi. Se ormai siamo già da un po’ di tempo abituati a vedere nudi integrali in TV, la fisicità mostrata in questa serie è per certi versi diversa e messa sotto una luce inedita. Non ci sono enfatizzazioni o inquadrature unicamente votate a mostrare le grazie di un attore qualsiasi, perché sono parte integrante della narrazione visiva dello show. Questa “normalizzazione” la si sente anche nei dialoghi, scritti da persone che non solo hanno colto il linguaggio delle nuove generazioni, ma sono riusciti a mostrare anche il loro lato ribelle così come le enormi insicurezze che tutti, prima o poi, hanno affrontato durante quest’età della propria vita.

L’Otis dell’ex ragazzo prodigio ne è la prova: Butterfield riesce a cambiare fantasticamente il suo registro attoriale dal weirdo incapace di reggere una conversazione a vero e proprio guru, più spigliato e carismatico agli occhi dello spettatore così come dei suoi compagni che iniziano a notare la sua esistenza. Il suo personaggio è il prototipo dell’adolescente medio, ricolmo di idiosincrasie verso genitori e società, alla ricerca di una risposta univoca che funzioni in ogni situazione ma allo stesso tempo schiavo di sensazioni e pensieri a cui non riesce a dare spiegazioni.

Ogni puntata dello show si concentra su un determinato “caso clinico” presentato nell’antefatto, che va a scimmiottare quelli di un medical drama. Che si tratti di ansia da prestazione, casi di vendette mediatiche o seri problemi fisici, Otis riesce a trovare una soluzione o un consiglio adatto. Qui si vede il lato più serio dello show: anche se alcuni casi risultano bislacchi o troppo assurdi per essere veri, l’analisi delle situazioni porta alla luce tutti i maggiori problemi di un’età umana piena di incomprensioni e paure camuffate. All’improvviso, dal ridere per battute esplicite e talvolta di dubbio gusto, lo show passa a proporre dei momenti più drammatici e introspettivi sui suoi personaggi e sulla situazione che stanno affrontando, come per esempio la fortissima sequenza nella clinica del terzo episodio.

In uno show del genere non può certo mancare la componente LGBT, qui messa in scena nella vicenda del giovane Eric, il migliore amico di Otis. Inizialmente mostrato come una figura stereotipata di gay stravagante, col passare degli episodi e con l’evoluzione del suo rapporto col protagonista apprendiamo la sua complicata battaglia nel fare coming out in una famiglia estremamente religiosa e far accettare la sua particolare persona nell’ambiente scolastico, anche con situazioni parecchio forti da vedere.

A differenza di molti teen drama recenti che si sono fregiati di sceneggiature realistiche e attenzione nella rappresentazione dell’adolescenza (Baby, sto parlando con te) Sex Education propone un quadro iniziale assurdo e quasi fumettistico – la presentazione del liceo, in cui tutti gli studenti stanno contemporaneamente pensando alla stessa cosa – ma con l’avanzare delle puntate ci viene rivelata una situazione più approfondita e realistica, in cui anche la macchietta più assurda si dispiega davanti ai nostri occhi e racconta la sua unicità.

Sex Education non è nulla di trascendentale e non rivoluzionerà il medium stilisticamente o visivamente, ma è una interessante analisi a metà fra la commedia e il dramma nudo e crudo sull’adolescenza, il periodo più folle e paradossale della vita di tutti noi.

Volete riscoprire la carriera del giovane attore protagonista? Vi consigliamo Hugo Cabret, un bellissimo film di Martin Scorsese!

The Punisher 2 disponibile su Netflix

di Lorenzo Spada
The Punisher

Dopo aver fatto la sua prima apparizione nella serie TV Daredevil e dopo aver sorpreso molti per la popolarità ava nella prima stagione della serie TV dedicata, The Punisher ha fatto ritorno su Netflix con la seconda stagione. The Punisher 2 è disponile alla visione, da oggi 18 gennaio, sulla piattaforma di Netflix. The Punisher […]

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Nightflyers: la serie Netflix basata sul racconto di George R.R. Martin ha una data

di Raffaele Giasi

Netflix ha oggi diffuso il primo trailer ufficiale per il serial televisivo “Nightflyers”, una serie di fantascienza che sarà basata sul racconto omonimo di fantascienza scritto da George R.R. Martin, ovvero il padre de “Il Trono di Spade”.

Il trailer presenta brevemente quelli che saranno i personaggi e l’ambientazione del serial e, soprattutto, ci offre quella che sarà la data d’uscita ufficiale dello show, ovvero il prossimo 1° febbraio.

Prodotta e distribuita dal canale satellitare americano Syfi, Nightflyers racconterà di otto scienziati e di un telepate, imbarcatisi in una missione per l’esplorazione dei limiti estremi del nostro sistema solare, nel tentativo di contattare una qualunque forma di vita aliena. Il gruppo sarà parte di un equipaggio molto più grande che, con il procedere del viaggio, comincerà a sgretolarsi in seguito ad alcuni misteriosi eventi, tali da mettere a rischio la missione stessa, che rischierà di essere bruscamente interrotta.

Nella serie un cast di attori già affermatisi nel panorama televisivo internazionale e non solo, tra cui Eoin Macken (The Night Shift), Gretchen Mol (Boardwalk Empire) e David Ajala (Fast & Furious 6). Nightflyers è arrivata negli Stati Uniti lo scorso dicembre, ricevendo pareri molto contrastanti. Nonostante ciò, la serie pare sia stata rinnovata per una seconda stagione, probabilmente in arrivo alla fine del 2019.

Nonostante sia poco noto, il racconto Nightflyers è arrivato anche in Italia, ed è disponibile su Amazon in versione con copertina flessibile.

Titans: una serie piacevolmente imperfetta

di Raffaele Giasi

Quando Titans è stata annunciata è stata accolta con una certa titubanza, per passare direttamente ai fischi e le pernacchie quando è stato rivelato il suo cast, annesso all’arrivo in rete del primo trailer. Sembrava tutto sbagliato, a partire da quell’aura che sembrava forzatamente “dark” per far spazio a quello che è il mood della DC al cinema, incastratasi, praticamente fino a Justice League, in un loop di incomprensibile auto-flagellazione.

Saranno anche gusti, ma ai fan proprio non andava giù l’idea di un Dick Grayson quanto mai cupo, ma soprattutto di una Starfire così apertamente vamp (senza contare quanti criticavano il casting di una attrice di colore per il ruolo, ma quelli lì lasceremo a marcire nelle sacche più squallide della rete. È il posto che meritano). C’era, insomma, aria di flop.

Una brutta aria, che ci ha portato a guardare la stagione con una certa titubanza, pensando già che la fortunata carriera del brand al di fuori dei fumetti, cesellata da due serie di straordinario spessore (“Teen Titans” ad opera della fu Cartoon Network, e la più recente “Young Justice”) fosse giunta tristemente al termine. Sorpresa delle sorprese, non è così!

Titans arriva in rete lo scorso 12 ottobre, per opera della stessa DC, che utilizza la serie per lanciare la sua piattaforma di streaming digitale, attualmente vincolata alla sola distribuzione US, utilizzando quindi il porto sicuro di Netflix per l’arrivo in Europa, con un lancio avvenuto quasi in sordina, come se si temesse un nuovo scontento dei fan.

11 puntate, per una stagione che ha lasciato dietro di sé pochi dubbi. Titans è infatti un prodotto di gran spessore, il cui unico neo è quello di non contribuire affatto a fare ordine nell’ormai affollatissimo universo multimediale DC che, quanto meno per il panorama televisivo, può già contare sul vasto scenario messo in piedi da The CW con il popolare “Arrowverse”, a cui la serie non solo non è collegata, ma da cui prende addirittura le distanze. Da qui la domanda più ovvia: “serviva un altro universo narrativo DC?”. Forse no, ma c’è e va bene così.

La storia è quella dell’omonimo gruppo di giovani eroi, qui praticamente alla loro genesi, rivista e riscritta ad uso televisivo, ed avente al centro dei propri eventi la figura di Rachel/Raven (o Corvina se siete nostalgici di un certo cartoon), una giovane che nasconde dentro di sé un potere dalle fattezze demoniache che, per qualche motivo, sarà centrale per la messa in moto di un intrigo che ne farà a pezzi la vita e, in parte, la psiche. Accanto a lei Dick Grayson, ormai un Robin adulto e tormentato, che sente su di sé il peso di una maschera che, col tempo, ne ha cambiato il carattere rendendolo cinico e violento, nonché una Starfire priva di memoria ed un Beast Boy ancora incapace di trovare il proprio posto nel mondo.

Titans poster

Ripercorrendo uno dei più celebri archi narrativi dedicati al supergruppo, ovvero quello relativo al primo grande villain della loro storia (non faremo spoiler, tranquilli), DC sceglie quindi la strada del “racconto delle origini”, in cui far confluire innanzitutto i personaggi, per poi dar loro uno scopo comune: la protezione di Rachel e la scoperta del mistero che motiva i suoi inseguitori. Fin qui sembrerebbe tutto banale e molto telefonato, se non fosse per quei guizzi che conferiscono alla serie un gran fascino ed un ritmo molto apprezzabile il che, al netto di una stagione che si spende anche, e moltissimo in parole, è un pregio piuttosto lodevole.

Raccontando la storia della genesi del gruppo dei Titans, originariamente una sorta di Justice League in piccolo composta, per lo più, dai sidekick dei supereroi principali, la Titans proposta dalla DC televisiva compie in realtà un passo in avanti, in primis scollandosi proprio dall’idea che il gruppo sia composto da eroi che sussistono, o meglio, hanno senso in virtù dei loro maestri.

Non più giovani ragazzini in maschera e calzamaglia alla ricerca dell’emulazione dei grandi eroi DC, ma giovani adulti con “superproblemi”, di cui praticamente il solo Robin/Dick Grayson è figlio di un illustre retaggio supereroistico. Anche qui la questione è costantemente messa in discussione, perché questo Dick, così crepuscolare e tormentato, è ormai ideologicamente già molto distante da Batman, da cui ha ereditato sì il retaggio, ma andando oltre il desiderio di essere un semplice comprimario o, se vogliamo, un’arma al servizio del cavaliere di Gotham. Titans racconta di un Dick Grayson che sente il bisogno di andare avanti, di costruirsi una propria identità, ritornando quindi a quel bisogno che è proprio della pubertà, da parte di un figlio di allontanarsi dall’ombra di suo padre, mescolando in modo bonario un po’ del Grayson originale, un po’ di Jason Todd, che pure è presente nella serie e che sarà centrale per definire al meglio l’identità tanto di Dick quanto di Robin.

Chi è Robin? A cosa serve? Perché dovrebbe essere Dick e non Jason, e cosa serve in ogni caso a distinguere un eroe da un sociopatico? Se sentite, anche solo in lontananza, l’eco di un certo Watchmen state tranquilli, non siete i soli ed è assolutamente voluto.

Peccato che il contorno supereroistico non sia dello stesso livello, se non – paradossalmente – per mezzo di due gruppi di comprimari ovvero il duo di Hawk e Dove, originariamente poco più che rimasugli del fumetto anni ’60, culminati in tragicità in occasione dell’avvento (parliamo di fumetti) de “La notte più profonda” (genesi delle Lanterne Nere, sempre di Geoof Johns, per cui come vedete “la vita è un cerchio”), e della Doom Patrol, ovvero una sorta di versione DC dei più noti X-Men, nata in contemporanea agli uomini di Xavier, ma consacratisi solo più tardi grazie al genio di Grant Morrison nell’era Post-Crisis. E qui chiuderemo ogni discorso più tecnicamente “nerd”.

Titans Raven

Lo spazio riservato a entrambe le compagini di eroi secondari non è troppo esteso, eppure negli episodi che li vedono protagonisti (entrambi scritti da Geoff Johns per altro, e si vede!) catalizzano così tanto l’attenzione da far salire subito la voglia di uno spin-off o di un maggior minutaggio cosa che, quanto meno per la Doom Patrol, come saprete si realizzerà ben presto.

I restanti membri dei Titans si passano un po’ il testimone, lasciando quasi del tutto escluso solo Beast Boy, che resta sempre molto indietro rispetto al resto del cast, risultando spesso del tutto inutile. Se Rachel/Raven mantiene una sua centralità per scopi meramente narrativi, risultando talvolta persino odiosa, per Starfire il discorso è completamente diverso.

Il personaggio è diversissimo dalla sua parte fumettistica, e non solo per mere questioni razziali. Questa versione di Cory è dura, badass, decisamente disinibita e si gioca alcune delle migliori scene del serial, rubando per altro la scena persino all’ottimo e succitato Robin.

Il cast c’è, funziona in larga parte, e prendendo le distanze dalla DC di CW, si avvicina in modo molto più maturo (o se vogliamo “furbo”) a quanto visto su Netflix per casa Marvel, tanto che questi Titans sembrano ricalcare, nel modo giusto, la filosofia con cui Snyder si è approcciato al mondo dei supereroi, non tanto per la semplice cupezza, o per una palette cromatica spesso tendente alle tonalità del grigio e del blu, ma più per il modo in cui cerca di far aderire umano e divino, similmente a quanto si era visto nel suo Watchmen da cui questo Titans eredita palesemente la violenza e la fisicità.

Certo non mancano dei problemi, alcuni dettati meramente dal budget, altri dall’impostazione stessa della serie. Nata come web-serie più che come vera e propria serie TV, Titans mostra praticamente sempre il fianco ad effetti speciali rozzi e anacronistici, specie negli schizzi di sangue e nella creazione di effetti particellari digitali, tutti accomunati da un aspetto posticcio e datato.

Se poi è vero che è molto apprezzabile, finanche doverosa, la caratterizzazione matura del serial, è evidente che in certi frangenti il canovaccio narrativo si lascia decisamente prendere troppo la mano, presentando dei ragazzini che più che supereroi sembrano giustizieri, accumulando alle loro spalle un numero di cadaveri totali che risulta in certi frangenti inspiegabile. Come se si calcasse troppo la mano sulla parte più ruvida e gretta della componente narrativa, solo per dare al tutto una certa aurea di “figaggine”.

Ma ancora una volta, al netto di tutto, la serie funziona e funziona bene. Ci sono i drammi giovanili squisitamente teen, ci sono le botte fisiche e violente ereditate dai nuovi supereroi a la Mark Millar, e ci sono i risvolti più squisitamente supereroistici ereditati dalla grande letteratura DC. A volte tutto questo si amalgama male, e le prove del cast non sono sempre memorabili, e nonostante questo mare eterogeneo di ingredienti il cocktail che ne viene fuori è comunque saporito e narcotico, tanto da galvanizzare e pretendere un serratissimo binge watching. C’è ampio spazio di miglioramento, indubbiamente, ma siamo di molto lontani dal flop (come si prevedeva) e più vicini all’applauso. A questo punto non vediamo l’ora di scoprire come verrà fuori il progetto dedicato alla Doom Patrol.

Se avete voglia di scoprire di più sui Titans, il nostro consiglio è di rivolgere la vostra attenzione al ciclo fumettistico scritto proprio da Geoff Johns, a dir poco seminale per la più recente evoluzione dei giovani supereroi, e facilmente reperibile via Amazon.

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