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Facebook, tre brevetti per anticipare le nostre destinazioni e profilarci sempre meglio

di Alessandro Crea

Facebook, come molti altri colossi del Web, può già oggi sapere facilmente dove ci troviamo, ma non gli basta: per profilarci sempre meglio e proporci contenuti mirati sempre più chirurgicamente, vuole sapere anche dove stiamo per andare. A questo servono infatti tre brevetti depositati di recente presso lo US Patent and Trademark Office, l’ufficio nazionale preposto a marchi e brevetti.

Interrogato in merito, Anthony Harrison, un portavoce di Facebook, ha detto che come tutti sanno la maggior parte dei brevetti registrati non vedranno mai alcuna applicazione concreta e che non bisogna dunque prendere gli ultimi tre in questione come indicatori della direzione in cui il brand ha intenzione di muoversi. Può darsi, ma se c’è qualcosa di vicino alla distopia di 1984 sono questi brevetti, davvero inquietanti.

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Il primo si chiama Offline Trajectories e, come dice il nome, descrive un metodo per prevedere dove abbiamo intenzione di dirigerci, in base ai nostri dati di posizione. La tecnologia descritta nel brevetto calcolerebbe una “probabilità di transizione basata almeno in parte su dati relativi all’ubicazione registrata in precedenza, associati a una pluralità di utenti che sono stati nella posizione corrente”.

Tradotto significa che Facebook incrocerebbe i nostri dati posizionali con quelli di altre persone che conosciamo, per cercare di determinare la nostra destinazione. A che pro?‎ Ad esempio per caricare in anticipo il nostro newsfeed in modo che sia leggibile anche se siamo offline, se immagina che ci stiamo dirigendo in un luogo dove la copertura di segnale mobile o wifi è scarsa o assente. Questa è la parte bella e utile, ma la verità è che ovviamente con questo tipo di dati potrebbe fare di tutto.

Le altre due tecnologie brevettate infatti rivelano maggiormente lo scopo, che alla fine come detto è raggiungere un livello di profilazione sempre più preciso. Il brevetto intitolato “Location Prediction Using Wireless Signals on Online Social Networks” descrive ad esempio come rilevare l’intensità dei segnali NFC, Wi-Fi e Bluetooth per stimare la posizione corrente dell’utente con una precisione maggiore rispetto al GPS, al fine di anticipare la destinazione successiva. Un esempio concreto? Tramite questa tecnologia sarebbe possibile “imparare” la categoria a cui appartiene la posizione corrente dell’utente, gli orari di apertura e quelli più frequentati a seconda delle fasce di età e, in base a questo, comprendere in quale delle diverse destinazioni vicine potrebbe recarsi.

Predicting Locations and Movements of Users Based on Historical Locations for Users of an Online System” infine spiega più nel dettaglio come utilizzare i dati di localizzazione di più utenti per comprendere le tendenze e i flussi di spostamento da un luogo a un altro, in base a età o interessi simili.

Facebook raccoglie molti di questi dati già ora. Se dunque siete preoccupati per la vostra privacy potete cercare di limitare i dati che passate al social network disabilitando i servizi di localizzazione dell’app mobile, o potreste addirittura adottare una soluzione più drastica, rinunciando all’app mobile e tornando a usare Facebook dal browser, ovviamente evitando di usare la geolocalizzazione per i contenuti che pubblicate.

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Come inviare messaggi vocali su Instagram

di Gaetano Abatemarco
Instagram permette di inviare messaggi vocali tramite Direct, in questo modo potete velocemente dialogare con i vostri contatti senza dover digitare del testo. L’invio dei messaggi è molto semplice ma prima di mostrarvi come inviare leggi di più...

Come scoprire follower Instagram falsi o comprati

di Fabrizio De Santis
Avere molti follower su Instagram aiuta sicuramente ad accrescere la propria popolarità. Inoltre, le aziende contatteranno molto più facilmente i profili che sono caratterizzati da un numero di follower molto alto. Il numero di follower leggi di più...

Spectacles by Snapchat

di Flavio Piccioni

Non ci sono dubbi, le stories sono ormai fra i metodi di condivisione preferiti dagli utenti dei social network, e sono state adottate da diverse piattaforme inclusa, pochi giorni fa, YouTube. Ma forse non tutti sanno che la prima applicazione a far uso di questa tecnica effimera è stata Snapchat, produttore anche della linea di occhiali Spectacles: occhiali da sole con una telecamera integrata per riprendere storie e condividerle direttamente con amici e follower.

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Pillowfort, il sito candidato a sostituire Tumblr

di Marco Grigis

Gli esuli di Tumblr potrebbero aver già trovato una nuova casa, seppur ancora in fase di arredamento. Pillowfort, un portale di social networking lanciato qualche tempo fa su Kickstarter, sembra essersi infatti candidato per accogliere la diaspora di utenti che, dal prossimo 17 dicembre, abbandoneranno il rivale. Come già noto, Tumblr ha infatti deciso di vietare tutti i contenuti per adulti dalla propria piattaforma, non solo pubblicazioni sessualmente esplicite ma anche rappresentazioni artistiche, come la nudità se non inserita in un contesto di rivendicazione politica o d’attualità.

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Chef Barbieri e Learning360 Award Pasquale Ruju

di Andrea Alfano

Durante l’evento LEARNING360, lo chef Bruno Barbieri ha presentato, in anteprima nazionale, la sua accademia online

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Social Media Sitter negli hotel Ibis: pubblica su Instagram al posto tuo

di Valerio Porcu

La catena di hotel Ibis (Accor Hotels) ha introdotto l’inedita figura del Social Media Sitter. Una persona che si prenderà cura dei vostri account social mentre voi vi rilassate in vacanza. L’idea soggiacente sembra essere che le persone non riescono a staccare da Instagram nemmeno nei momenti di relax, e che questo finisca per rovinare le giornate di riposo e divertimento.

Potrebbe sembrare un’idea bizzarra, magari balzana, ma dopotutto viene da persone che di vacanze ne sanno almeno un po’, e magari non è nemmeno troppo distante dalla realtà. Anche perché stando a una ricerca Expedia del 2017, i cosiddetti millenials spesso scelgono le proprie destinazioni non in base al prezzo o al valore culturale o altri parametri “vecchi”, ma stabilendo quanto il luogo si presta alla condivisione su Instagram,

“Goditi il tuo viaggio senza stress digitale”, afferma infatti la promozione di Ibis. “Il nostro Social Media Sitter si occupa del tuo profilo Instagram. E tu puoi esplorare la città in pace“. Un annuncio che per ora campeggia sul sito tedesco di Ibis, per un servizio disponibile a Ginevra e Zurigo.

Chi visiterà queste città e alloggerà presso un hotel della catena, dunque, potrà godersi la visita mentre qualcun altro si occuperà di pubblicare su Instagram le relative immagini. Perché, sembra di intuire, non si è fatto veramente un viaggio se non c’è la prova sul social network fotografico più famoso al mondo.

I millenial raramente vivono i momenti speciali senza distrazioni. Il loro mantra è “Senza fotografia non è successo”.

Il video promozionale è piuttosto chiaro: la giovane coppia non riesce a godersi il momento turistico, perché Instagram e le interazioni con gli altri utenti si intromettono. Una variazione sul tema dello smartphone che in qualche modo degrada le relazioni personali – pensiero che bene o male tutti abbiamo fatto almeno una volta.

Ibis però fa un passo oltre: dove gli altri semplicemente consigliano di mettere da parte lo smartphone, i responsabili marketing tedeschi scelgono una strada diversa. Sembrano aver capito che le persone sarebbero anche disposte, forse, a stare senza telefono; ma qualcuno proprio non può rinunciare alla pubblicazione compulsiva. Ed ecco la soluzione: il costo del Social Media Sitter non è specificato nella prenotazione, ma a quanto riporta The Evening Standard è di circa 80 euro. Dettaglio interessante: il vostro account non sarà nelle mani di una persona qualsiasi, perché Ibis ha scelto per l’incarico alcuni influencer emergenti del paese.

In fase di prenotazione si può anche scegliere chi sarà il nostro Social Media Sitter, anche se al momento le persone disponibili sono poche. Bisogna poi indicare il proprio username Instagram, e in questa schermata c’è un rassicurante messaggio che recita “Non preoccuparti, i tuoi dati sono in buone mani con noi e saranno trasmessi in forma crittografata”. Rassicurante fino a un certo punto, visto che la connessione non è nemmeno in HTTPS – e comunque non viene chiesta la password in questo momento.

La password dovrete darla alla persona incaricata quando la incontrerete. Il che rappresenta un punto dolente. Ibis forse ha fiutato l’affare e non c’è nulla di male nel creare una nuova attività commerciale; ma come si fa a chiedere una password con tanta leggerezza, proprio nell’anno in cui è entrato in vigore il GDPR, con i data breach che si susseguono e i dati di centinaia di milioni di persone messi a rischio?

Certo, legalmente non ci dovrebbero essere problemi se rivelo la mia password a una persona di cui mi fido. Ma il punto è proprio chiedere e aspettarsi fiducia verso un totale sconosciuto; gli operatori selezionati saranno anche famosi, ma i clienti Ibis difficilmente li conosceranno personalmente, men che meno avranno con loro un rapporto di fiducia.

Ancora più preoccupante, è il fatto che a fidarsi saranno appunto persone poco consapevoli dei rischi informatici. E quindi saranno anche, probabilmente, persone che usano la stessa password anche altrove, amplificando i rischi a dismisura. Certo, in cambio avrete un profilo Instagram bellissimo, che magari sarà l’invidia dei vostri amici. Ma non sono sicuro che ne valga la pena.

Se state progettando una vacanza e potete farlo senza Instagram, magari vi interessa un powerbank da 20.000 mAh. Gigante!

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Introduzione alla social media strategy

di Angelo Rosati
Avere una strategia social è cruciale nell'ambito del digital marketing moderno: ecco quindi cosa significa attuarne una e quali fattori entrano in gioco. Leggi Introduzione alla social media strategy

Social network e adolescenti: più sicuri e supportati grazie al web, secondo questo sondaggio

di Thomas De Faveri

I social network come strumenti di supporto e sicurezza per gli adolescenti: ecco i dati di una nuova ricerca sul tema, ma guai a parlare di temi scottanti o a farsi vedere deboli.

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Creare un server HTTP con Python

di Vito Gentile
Sfruttando il modulo http.server messo a disposizione di Python, è possibile implementare un semplice server HTTP in pochissimo tempo: ecco come. Leggi Creare un server HTTP con Python

La top 5 degli epic fail di Google

di Valerio Porcu

Sbagliando si impara, e sbagliando molto si impara molto. Questo è uno di quei casi in cui la saggezza popolare trova sempre riscontro nella realtà, e uno degli esempi migliori che si possano fare a riguardo è proprio Google. Quest’azienda è passata da iniziativa microscopica a colosso mondiale in poco più di vent’anni, e nel farlo ha inanellato molti successi ma anche qualche sonoro tonfo. Eccone cinque tra i  più significativi.

Jaiku

Nel 2007 Facebook e Twitter erano appena nate, ma già si capiva che avrebbero avuto un impatto notevole. Nel tentativo di tenersi al passo e competere “nei social”, Google cercò da una parte di sviluppare i propri progetti, e dall’altra di comprare piattaforme esistenti con l’intento di farle crescere. Jaiku apparteneva a questa seconda categoria: era una piattaforma di micro blogging che avrebbe dovuto competere con Twitter. Nel 2009 andava già male e Google decise di abbandonare lo sviluppo e renderla open source, finendo per chiudere tutto nel 2012.

Social Fail: da Wave a Google+

Presentato in pompa magna, Google Wave doveva rivoluzionare il nostro modo di comunicare online. Doveva essere un reiventare l’email in chiave moderna, con elementi “social” che nel 2009 sembravano una necessità prioritaria (Facebook macinava già numeri da capogiro). Si creavano “onde” con documenti e commenti, da passarsi tra colleghi e amici. Sembrava una gran cosa ma era un gran caos.

Google recuperò quel poco che c’era di buono e lo riversò in Google+, un social network che voleva essere uno “strato social” da aggiungere al web. Come sappiamo, non ha mai preso veramente piede. Recentemente c’è stato un problema di sicurezza e Google ha preso la palla la balzo per chiudere tutto.

Photo credit - depositphotos.com

Knol

La concorrenza con i social non è l’unica cosa a preoccupare Google. C’è anche Wikipedia, e per un momento Google Knol ha tentato di sfidare la famosa enciclopedia online. Proponendo la stessa cosa: gli utenti Knol potevano creare pagine su un certo argomento o modificare quelle esistenti, con l’obiettivo, alla lunga, di creare un’enciclopedia collaborativa. Il prodotto ha arrancato con qualche anno senza riuscire mai a coinvolgere abbastanza persone, ed è stato chiuso nel 2012.

Lively

Alcuni lettori ricorderanno senz’altro Second Live, una tra le prime e più longeve realtà simulate mai esistite. Oggi non sono più moltissime le persone che si collegano per vivere la propria “seconda vita”, ma il servizio esiste e continua a evolversi. Qualche anno fa invece ci fu un vero e proprio boom, così Google cercò di inseguire la moda del momento con Lively. Il progetto durò pochissimo, poco più di sei mesi, e fu chiuso a dicembre 2008.

Google Buzz

Ecco un altro tentativo di affrontare la sempre spinosa “questione social”. Buzz era una via di mezzo tra social network e messaggi istantanei, integrato direttamente in Gmail. In una forma più semplice è ancora al suo posto, e infatti è possibile chattare con i propri contatti in tempo reale direttamente dall’interfaccia Web. Buzz però fu attivato forzosamente per tutti gli utenti da un giorno all’altro, sollevando critiche tanto per i molti bug quanto per evidenti problemi di privacy. Pochi mesi dopo Google faceva un passo indietro e ritirava il prodotto.

Sono solo cinque tra i casi in cui Google “ha toppato”, ma ce ne sarebbero molti altri. Ed è un bene che ci siano storie così da raccontare, perché per arrivare al vertice fallimenti come questi sono utili tanto quanto i successi – sempre che si sia in grado di imparare qualcosa dagli errori. Voi ricordate qualcosa di simile?

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Twitter: il 6% dei bot posta il 31% delle bufale

di Antonino Caffo

Un nuovo studio dell’Università dell’Indiana ha esaminato 400 mila articoli di “bassa credibilità” su Twitter, scoprendo che sono stati condivisi da oltre 14 milioni di messaggi in un anno. L’interesse di un simile dato? Beh, il 31% delle notizie false diffuse sul microblog sono frutto del 6% dei bot presenti online.

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Anche LinkedIn ha le sue Storie

di Marco Grigis
LinkedIn ha deciso di lanciare la propria declinazione delle Storie, inizialmente dedicate agli studenti universitari: ecco tutte le caratteristiche del progetto. Leggi Anche LinkedIn ha le sue Storie

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di Marco Grigis

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Monitoraggio dell’hardware

di Sergio Monteleone
Monitorare le risorse hardware di una macchina server è fondamentale: ecco quindi i principali strumenti di monitoraggio a disposizione su Ubuntu Server. Leggi Monitoraggio dell’hardware

Cina o distopia alla Black Mirror? Presto non ci sarà differenza

di Valerio Porcu

Il governo cinese continua nel suo sforzo volto a trasformare l’intero Paese in un episodio di Black Mirror, e pare che entro il 2021 tutti i residenti di Pechino avranno un punteggio “social” – assegnato anche in base alle attività online – che determinerà privilegi e limitazioni. Entro la fine del 2020 dovrebbe concludersi la fase sperimentale, che vede già coinvolti 22 milioni di persone.

Stando ai piani del governo le persone con un basso punteggio saranno ritenute indegne di fiducia e “non potranno muovere un passo”, come riporta un articolo di Bloomberg sul tema. Anche altre città cinesi stanno sviluppando lo stesso sistema, con l’idea di farne una realtà nazionale entro pochi anni.

Le punizioni per i cittadini con punteggi troppo bassi includono l’impossibilità di viaggiare in aereo o su treni veloci, iscrivere i propri figli a una certa scuola, accesso a Internet solo a bassa velocità. Le azioni premianti includono cose come la donazione di sangue o il volontariato, mentre quelle che costano punti sono violazioni del codice stradale o farsi pagare commissioni nascoste – ma anche pubblicare qualcosa che risulti sgradito alle autorità fa perdere punti. Anche essere associati a qualcuno con un basso punteggio fa abbassare il proprio. Il punteggio sociale, poi, si può usare anche pubblicamente – già lo fa almeno un sito di incontri, secondo Wikipedia.

Le autorità locali si affidano a diversi partner per monitorare i cittadini e tenere il punteggio di ogni persona, raccogliendo i dati da diversi enti pubblici e privati in tutti i settori, dal turismo alla salute pubblica. A facilitare le operazioni c’è la notevole “modernità” del sistema paese in Cina: qui le app e gli smartphone hanno un ruolo molto più centrale che in Europa, e non esistono strumenti a tutela della privacy comparabili al GDPR.

Tutti hanno radici digitali di cui non possono fare a meno, affondate nel terriccio costituito dal controllo governativo. È difficile agire, anche solo vivere, senza che un qualche amministratore sappia chi siete e cosa fate. Per le strade ci sono già centinaia di migliaia di videocamere con riconoscimento facciale, e gli strumenti per restare anonimi online scarseggiano (e non si sa se fidarsi di quelli esistenti).

Conoscendo così tante informazioni su ogni individuo, dunque, assegnare i punti risulta semplice. Si tratta solo di una questione tecnica: incrociare i database, aggiungere le informazioni raccolte dai provider e dai fornitori di servizio, creare poi un profilo per ogni cittadino e attivare un sistema automatico che tiene traccia dei punteggi.

Ufficialmente questo sistema dovrebbe aiutare la Cina a superare una cronica mancanza di fiducia commerciale – in altre parole, impedire che la gente continui a truffarsi o a vendersi cibo intossicato. Creare dunque un mercato autoregolamentato grazie ai Big Data.

Difficile non vederci un incubo distopico. Come definire, altrimenti, uno spazio dove il governo sa tutto e controlla tutto, e influenza direttamente la vita e le possibilità dei cittadini senza dover muovere un dito? Sono già milioni, pare, i voli rifiutati in virtù di questo sistema, le iscrizioni a scuola, i prestiti, l’uso di carte di credito o i colloqui di lavoro.

Con un po’ di ottimismo si potrebbe chiudere la questione affermando che accade solo in Cina, che in Europa non potrebbe mai succedere. In verità ci sono sperimentazioni in Regno Unito e Germania, per quanto al momento ancora molto lontane da quanto accade in Cina.

Se vi piace la fantascienza distopica vale la pena di leggere Altered Carbon. Sperando che non diventi saggistica.

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Come vedere Storie Instagram da PC

di Fabrizio De Santis
Da anni ormai Instagram è diventato il social network più utilizzato e amato da tutti gli utenti. Una delle funzionalità più apprezzate del social newtork è sicuramente la possibilità di pubblicare delle Storie. Le Storie Instagram sono leggi di più...

Instagram vi dirà quanto tempo passate online

di Andrea Rossi
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Facebook in crisi, sarebbe meglio chiudere tutto?

di Valerio Porcu

Mark Zuckerberg, fondatore e attuale dirigente di Facebook, ha pensato di chiudere tutto, più di una volta. Lo ha confessato durante una recente intervista con giornalisti di tutto il mondo, spiegando che ogni volta si sarebbe trattato di un gesto estremo per difendere la privacy dei suoi utenti da questo o quell’attacco.

A rendere necessario l’incontro con i giornalisti c’è l’ennesima ragione di imbarazzo per Zuckerberg e Facebook. Dopo lo scandalo di Cambridge Analytica e altre violazioni più o meno gravi, dopo le accuse di abusare della fiducia degli utenti, ci sono i report secondo cui l’azienda non è stata in grado di contrastare, addirittura avrebbe favorito, l’ingerenza di parti terze (russe) nel processo elettorale. Proprio negli ultimi giorni, forse in risposta alle polemiche, l’azienda ha fatto sapere di aver rimosso centinaia di migliaia di account falsi, usati probabilmente per attività illecite.

Più volte, inoltre, Facebook è stata accusata di non fare abbastanza per tenere a freno chi incita all’odio e alla violenza. Ed è recentissima la notizia che riguarda Definers Public Affairs, che ha collaborato con Facebook ma ha anche alimentato un discorso distorto legato alla figura di George Soros – polemiche che in genere sono di stampo antisemite e legate alle destre più radicali e violente.

“Non sapevo che lavorassero per noi o che lavoro stessero facendo, ma avrei dovuto”, ha scritto la seconda in comando Sheryl Sandberg, “ho grande rispetto per George Soros, e le teorie cospirazioniste e antisemite contro di lui inorridiscono”.

Le polemiche nascono in particolare da un reportage del New York Times secondo cui Facebook, per ordine diretto di Sandberg e Zuckerberg, avrebbe manipolato le informazioni sui dati pubblicitari, di fatto ingannando i suoi clienti paganti – gli inserzionisti. Zuckerberg, similmente, ha detto di essere venuto a conoscenza di questi fatti dal quotidiano newyorkese. La risposta ha comprensibilmente colto di sorpresa i giornalisti all’ascolto: com’è possibile che non sapessero di aver avviato una collaborazione con un’agenzia politicizzata, e che questa stesse portando avanti azioni discutibili a loro nome? Per capirci qualcosa, probabilmente, Zuckerberg dovrà tornare di nuovo di fronte a una commissione parlamentare e rilasciare una dichiarazione giurata.

Gli articoli del NYT (almeno quattro negli ultimi giorni, su questo tema), tendono a dipingere la dirigenza Facebook come un gruppo di persone spietate, disposte a fare qualsiasi cosa per raggiungere gli obiettivi di crescita.

Vista la situazione, dunque, forse Mark Zuckerberg si trova in uno di quei momenti in cui considera di chiudere Facebook. La fiducia degli utenti è ai minimi storici (e i più giovani non sembrano interessati a iscriversi), gli inserzionisti li accusano di non avere morale, i politici minacciano leggi restrittive, la stampa li tratta quasi come collaborazionisti delle spie russe, nonché sostenitori di complottisti e paranoici. Insomma, non è certo un quadro rassicurante per il social network più grande del mondo.

“Non ci si può fidare di Facebook per un’autoregolamentazione”, ha detto il Deputato David Cicilline, “questo reportage rende chiaro che i dirigenti Facebook metteranno sempre i loro enormi profitti davanti all’interesse dei loro clienti” – è bene ricordare che chi usa Facebook non è un cliente, ma più sensatamente il prodotto in vendita. I clienti, quelli veri, sono quelli che pagano per fare pubblicità.

Ma Facebook è un’impresa enorme, con i suoi 10mila dipendenti e le decine, forse centinaia di migliaia di persone nel mondo che in qualche modo hanno costruito un’attività commerciale a partire da questo social network. Non si può semplicemente chiudere, e questo Zuckerberg dovrà tenerlo in considerazione. Ma non si possono nemmeno prendere contromisure tali da ridurre troppo i profitti, altrimenti si finisce comunque gambe all’aria.

E allora che si può fare? Come potrebbe rispondere Facebook alle critiche? La missione è di quelle più difficili: da una parte a Zuckerberg si chiedono interventi affinché Facebook smetta di essere un ricettacolo di falsità, teorie del complotto e della cospirazione, paranoie di vario genere, incitazioni all’odio e alla violenza. Ma dall’altra questi sono i contenuti che più di tutti innescano la viralità e generano denaro. Se Facebook li togliesse, e tecnicamente forse potrebbe, poi da dove prenderebbe il denaro? Potrebbero fare tutto e il contrario di tutto, ma senza un’attenta valutazione delle conseguenze si rischia il salto nel buio. E nessuno nei panni di Zuckerberg vorrebbe farlo. Voi sì?

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Wikipedia, oggi parte il raduno a Como

di Antonino Caffo

Dopo il primo raduno a Trento nel novembre 2017, la comunità dei contributori di Wikipedia e degli altri progetti Wikimedia ha scelto Como come sede del suo appuntamento annuale, la itWikiCon.

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