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Oggi — 23 Gennaio 2019RSS feeds

Netflix, condividere film e serie TV su Instagram

di Candido Romano

Di solito per condividere le esperienze migliori riguardo le proprie preferenze sulle serie TV e film ci si affida ai social network. Facebook è uno di questi, usato però sempre meno dai giovani. Instagram è invece la piattaforma del momento ed è al centro di una nuova funzione proprio di Netflix, per ora disponibile su iOS, ma arriverà presto anche su Android. La popolare piattaforma di streaming video mira proprio a questo: consentire ai propri utenti di far sapere a tutti i propri consigli su cosa vedere.

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Se Netflix introducesse gli spot tra un episodio e l’altro rischierebbe di perdere il 50% di abbonati

di Dario D'Elia

Netflix è leader negli Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Danimarca, Svezia e Norvegia ma se mai dovesse decidere di introdurre spot tra episodi rischierebbe di perdere più del 50% dei clienti. La conferma proviene da una recente indagine di Audience Project su 16mila utenti di 7 mercati di riferimento. Rispetto a quelli già citati c’è anche la Finlandia, che però risulta essere un po’ una mosca bianca dato che vanta come leader di settore Yle Areena, la piattaforma online a finanziamento pubblico.

Secondo l’indagine Netflix ha perso un po’ di terreno rispetto all’anno scorso a causa del moderato successo di BBC iPlayer nel Regno Unito, DR TV in Danimarca, SVT Play in Svezia e NRK TV in Norvegia. Insomma, fisiologico che si sia accesa un po’ di competizione. Certo è forse più preoccupante l’arrembante Amazon Prime che negli Stati Uniti e nel Regno Unito ha goduto di una crescita rispettivamente del 31% e del 33%. In Germania poi non è escluso il sorpasso nei prossimi mesi.

Per quanto riguarda gli spot, la scorsa estate Netflix li ha sperimentati in alcuni Paesi tra un episodio e l’altro di alcune serie TV. Quando è stato chiesto se la loro introduzione avrebbe pregiudicato gli abbonamenti la risposta è stata positiva per la metà, e in alcuni Paesi anche fino a due terzi del campione. Anche l’eventuale parallela riduzione del costo non avrebbe influito sulla scelta.

Insomma, per chi è abituato allo streaming online la pubblicità è sgradita e forse l’unica possibilità potrebbe essere quella di campagne molto profilate sui gusti dell’utente. Un terreno comunque scivoloso.

Netflix entra a far parte della MPAA

di Matteo Tontini

Netflix entra a far parte della Motion Picture Association of America (“Organizzazione americana dei produttori cinematografici”, MPAA), diventando così la prima piattaforma per lo streaming all’interno dell’organizzazione hollywoodiana. Per chi non lo sapesse, gli altri membri della MPAA sono i sette studi principali del cinema statunitense: Walt Disney, Sony, Metro-Goldwyn-Mayer, Paramount Pictures, 20th Century Fox, Universal Studios e Warner Bros.

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Netflix permette di creare delle storie di Instagram con i titoli che si stanno guardando

di Lorenzo Spada
Password Netflix

Instagram è diventato ormai il social network più “cool” per molte persone, tanto che i numeri di crescita sono migliori persino di quelli di Facebook. Netflix è a conoscenza di ciò e, visti gli ottimi risultati in termini di pubblicità gratuita avuti da coloro che hanno condiviso la Bird Box Challenge, ora permette di creare […]

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Netflix permette di condividere i titoli preferiti sulle Storie di Instagram

di Roberto F.

Netflix ha annunciato che gli utenti iOS possono condividere i titoli di questo popolare servizio streaming direttamente sulle Storie di Instagram

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Ieri — 22 Gennaio 2019RSS feeds

Netflix, con Roma boom di nomination agli Oscar

di Marco Grigis

È un traguardo importante, quello raggiunto oggi dalla piattaforma di streaming Netflix. L’Academy ha infatti reso note le nomination per la novantunesima edizione dei Premi Oscar e il colosso dello streaming non ha solo fatto incetta di candidature, ma ha anche ottenuto la nomination per Miglior Film. Tutto merito di “Roma”, la pellicola in bianco e nero di Alfonso Cuarón, già Leone d’Oro a Venezia.

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Google, in Francia multa da 50 milioni di euro per infrazioni al GDPR. A rischio altri colossi digitali

di Alessandro Crea

La Francia ha appena comminato una multa da 50 milioni di euro a Google per non aver rispettato alcune direttive del GDPR in materia di privacy e gestione dei dati degli utenti. Nel frattempo NYOB, un’organizzazione non profit europea, ha evidenziato come Amazon, Spotify, Netflix, DAZN, YouTube e altri servizi di streaming siano anch’essi a rischio, avendo acconsentito, o avendo acconsentito solo parzialmente, alla richiesta di poter ottenere copia di tutti i dati posseduti sul richiedente stesso, come invece prevede l’articolo 15 del GDPR.

Per quanto riguarda Google, secondo l’agenzia governativa CNIL che si è occupata del caso, non solo Google avrebbe violato le direttive del GDPR, ma le starebbe ancora violando. I problemi principali sarebbero due: ‎non rendere sufficientemente accessibili le proprie direttive in materia di raccolta dati e non aver ottenuto da parte degli utenti il consenso specifico per la personalizzazione degli annunci pubblicitari per ciascuno dei suoi tanti servizi, tra cui YouTube, Google Maps e molti altri.

Proprio YouTube, assieme ad Amazon Prime, Apple Music, DAZN, Flimmit, Netflix, SoundCloud e Spotify è stato poi segnalato come a rischio multe da un’associazione non profit europea chiamata NYOB (None of Your Business). Tutti questi servizi di streaming infatti non avrebbero rispettato in tutto o in parte le direttive stabilite dall’articolo 15 del GDPR, che prevede per un utente la possibilità di chiedere copia di tutti i dati in possesso delle aziende, che lo riguardino direttamente. In molti casi infatti i dati non sono stati forniti e in quei pochi casi in cui è stato possibile ottenerli essi erano incompleti o in formati proprietari che non ne hanno consentito la comprensione o quantomeno ostacolata.

Insomma a quasi un anno di distanza dall’entrata in vigore del GDPR c’è ancora molto da fare in materia di privacy e gestione dei dati. I colossi non hanno intenzione di mollare facilmente una delle maggiori risorse economiche in loro possesso e anzi ciò che sta succedendo è che, per non essere costretti a seguire le direttive comunitarie, molti siti extraeuropei hanno iniziato ad applicare filtri IP su base geografica, onde evitare l’accesso agli utenti europei, risolvendo così drasticamente qualsiasi problema, ovviamente a proprio vantaggio.

Meno recentiRSS feeds

Carmen Sandiego e Netflix: l’esempio di come va fatto un remake

di Raffaele Giasi

Dov’è finita Carmen Sandiego? Ce lo siamo chiesto per 20 anni più o meno, e nessuno si era degnato di darci una risposta. Qualcuno di voi, probabilmente, dovrà addirittura fare un passo indietro e chiedersi: chi è Carmen Sandiego? La domanda è comprensibile, perché lo show è stato vincolato ad una visibilità brevissima, consumata in appuntamenti domenicali la cui continuità, come di costume per l’epoca, non era il punto forte.

Facile quindi che il clamore per il nuovo show animato di Netflix sia, per molti, incomprensibile e ingiustificabile, specie quando si scopre che, come altri cartoon squisitamente anni ’90 (pensiamo ad esempio a Capitan Planet), dietro le avventure dell’avvenente ladra in rosso ci fosse in realtà uno show educativo, in questo specifico caso legato alla geografia ed alle nozioni ad essa legate.

In modo anomalo persino per l’epoca, inoltre, Carmen Sandiego muoveva in realtà i suoi passi direttamente dal mondo dei software educativi, quelli insomma a metà tra una enciclopedia interattiva ed un videogame, il cui scopo era quello di scovare la ladra in giro per il mondo, vestendo i panni di un anonimo e silenzioso agente dell’agenzia A.C.M.E., da sempre sulle tracce dell’inafferrabile donna in rosso e della sua criminosa organizzazione, la V.I.L.E..

Di quei software rimane oggi molto poco, del cartoon è invece rimasto un segno indelebile in buona parte del mondo, complice un ottimo mix di azione e avventura, e l’abilità nella sceneggiatura di non rendere le informazioni offerte dallo show leziose o noiose. Il fulcro, poi, era l’ovvia fascinazione per la misteriosa Carmen Sandiego, a metà tra ladra e anti-eroina, e avvolta da un mistero fitto su quelli che erano i suoi progetti e le sue motivazioni. Personaggio che all’epoca fu doppiato dall’attrice Rita Moreno che, per l’occasione, è stata reclutata nel cast del nuovo show partecipando ad un simpatico “passaggio di testimone”. Oltre non diremo, scoprite voi quale.

Data la nostalgia che pervade i prodotti di questi anni, e soprattutto una fan base che, silenziosamente, è sempre rimasta molto legata allo show, Netflix ha ben pensato di accaparrarsi i diritti del brand, che è covato nel cuore degli spettatori come una vera e propria “sleeping hit”, nell’attesa che la prima parte dei 22 episodi commissionati (parte di un progetto più ampio che prevederà addirittura un film live action) arrivasse finalmente sulla piattaforma, la qual cosa è successa poi il 18 gennaio, con il rilascio della prima stagione da – purtroppo – soli 9 episodi.

Con la lungimiranza che (quasi sempre) la contraddistingue, Netflix ha però deciso di non sprecarsi in una mera riproposizione del canovaccio originale, ed anzi è partita con l’intenzione di dare alla Sandiego un’identità più solida di quanto non le fosse stato concesso in origine, tanto che la domanda d’apertura, ovvero, “chi è Carmen Sandiego?”, è il leit motiv che muove, silenziosamente, la trama di questa intera prima stagione.

La pecora nera

Scegliendo la strada del reboot, Netflix ha sviluppato questo progetto con il chiaro intento di far collimare due esigenze: la prima è quella di uno show animato ad uso e consumo di un pubblico molto giovane, idealmente dai 7-10 anni in su. La seconda, quella di creare uno show che potesse comunque essere gradevole per i fan che, ad occhio e croce, si aggireranno oggi tutti attorno alla trentina, se non di più. La missione, dunque, non era per nulla semplice, ma è un gran piacere ammettere che è in gran parte riuscita, a patto ovviamente che ci si approcci allo show senza troppe pretese dal punto di vista narrativo sebbene, vi sia chiaro, la serie è scritta più che degnamente, ed offre persino qualche colpo di scena molto apprezzabile.

La storia è quella di una giovane che viene adottata in tenerissima età da una congrega di ladri più o meno senza scrupoli, la V.I.L.E. per l’appunto, che si occupa di formare i manigoldi di domani su di un’isola segreta nei pressi delle Canarie. La bambina, che verrà identificata con il nome in codice “pecora nera”, per il suo carattere incontrollabile e a volte persino molesto, crescerà quindi in un mondo di ladri, di cui crescendo comincerà a condividere le mire e le ambizioni. Raggiunta l’età giusta per poter frequentare la scuola della V.I.L.E. la ragazzina comincerà pian piano a porsi delle domande sul senso del furto e sulle mire dei suoi genitori adottivi, ovvero il corpo docenti della congrega, maturando quei pensieri che la porteranno poi a crearsi una nuova identità, quella di Carmen Sandiego, l’inafferrabile ladra in cappotto e fedora rossi, doppiata per altro con grande verve dall’attrice Gina Rodriguez.

Accompagnata dai fratelli Zack e Ivy, e supportata a distanza da un ragazzo, nome in codice “Player”, Carmen comincerà la sua carriera di furti in giro per il mondo, in una lotta continua con i suoi ex “compagni di scuola” e cercando al contempo di eludere la caccia ad opera dell’Interpol che ha fatto della Sandiego la ricercata numero 1 in tutto il mondo.

La serie, insomma, getta nuova luce sul personaggio, ed a differenza del passato ci offre molte informazioni originariamente ignote sul passato di Carmen, sulla sua crescita, la sua formazione e sul perché si sia dedicata al furto. I primi due episodi, in particolare, sono un vero e proprio prequel alla serie, tant’è che entrambi non presentano sigla e si chiamano “Becoming Carmen Sandiego”, offrendo quindi a spettatori vecchi e nuovi tutte le informazioni sulla affascinante ladra e sulle vicende antecedenti all’inizio della trama orizzontale che, dunque, va intesa quasi come in “media res”, lasciando volutamente un vuoti indefinito tra la fine degli “studi” di Carmen e la sua nuova vita.

Carmen Sandiego

La storia funziona e coinvolge. Ogni episodio dal terzo in poi è strutturato secondo lo schema dei “caper”, ovvero di quei racconti di escapologia che, in termini animati, sono stati meravigliosamente sviluppati dalla tradizione del Lupin III di Monkey Punch e che prevedono, come da canovaccio, furti impossibili e fughe ancor più sofisticate. Proprio Lupin III, inoltre, è evidentemente una delle bussole dello show, tanto che certi trucchi, certe situazioni, e persino certi personaggi sembrano rifarsi a Monkey Punch in modo evidente, ma mai farsesco, come è il caso di un personaggio specifico: il poliziotto dell’Interpol Chase Devineaux, permeato di quell’aura a la “Ispettore Zenigata” che non guasta e non disturba mai.

Old but gold

Progettato da Duane Capizzi, ovvero uno dei talentuosi showrunner animati degli anni ’90 (suo, per dirne uno, il bellissimo Darkwing Duck), Carmen Sandiego riprende tutti quegli stereotipi dell’animazione dell’epoca che hanno reso grande, ad esempio, i contenitori pomeridiani made in Disney e Cartoon Network, offrendo un connubio apprezzabile di avventura, mistero e divertimento, senza mai scadere in un prodotto infantile o pretestuoso, ma anzi riuscendo sempre a mantenere un ottimo equilibrio tra dialoghi ed azione, tale da rendere, come detto, lo show del tutto digeribile anche ad un pubblico decisamente più in là con gli anni rispetto al target d’origine.

Carmen Sandiego

Allo stesso modo, dalla scuola di Cartoon Network, Carmen Sandiego eredita una direzione artistica estrosa, fatta di disegni dai bordi sottili, quasi inesistenti, e da personaggi dalle forme squadrate, il cui tratto richiama alla mente il meraviglioso lavoro che fu di Genndy Tartakovsky per il suo immenso Samurai Jack da cui, per altro, Carmen Sandiego eredita persino la composizione dell’animazione. La differenza sostanziale si gioca tutti sui colori, che se per Jack erano volutamente “piatti”, quasi monodimensionali, qui invece trovano profondità grazie al sovente uso di pennellate digitali, che donano spesso ai colori anche una certa “porosità”, ed arricchendo il tutto con delle ottime luci digitali. L’effetto è interessante, complice un’animazione che non è mai approssimativa, ed anzi riprende quello stile anni ’90 in modo del tutto voluto, replicandone persino i velati difetti, come piccoli problemi di definizione in situazioni di zoom esagerato. Piccolezze, per altro assolutamente volute e non frutto, come qualcuno potrebbe pensare, di una qualche mollezza creativa.

Carmen Sandiego

Intrigante, infine, il recupero dal passato di tutto quel che era parte della serie originale, riconfigurato però ad uso e consumo del racconto odierno: ritroviamo quindi Zack e Ivy ma, come detto, anche “Player”, che in origine altro non era che il videogiocatore dei vari software educativi, e che qui invece assume l’aspetto di un personaggio vero e proprio, per altro doppiato in lingua originale dal giovane ma talentuoso Finn Wolfhar, ovvero il Mike di Stranger Things. Ma soprattutto ritorna la geografia, ritorna il concetto di nozione ed educazione all’avventura che, per quanto oggi forse meno impattante che in passato, riesce a trovare il suo spazio nello show senza troppe forzature, utilizzando di nuovo il pretesto dei viaggi di Carmen in giro per il mondo.

Carmen Sandiego, insomma, è tornata, ed è in gran forma. Per l’occasione Netflix ha messo in piedi uno show apprezzabile sotto diversi punti di vista, dal piano meramente narrativo, che non gioca mai troppo forzatamente sulle citazioni passate per intrigare lo spettatore più stagionato, a quello artistico, con uno show colorato, brillante e così gradevolmente “retrò” nella sua scelta di mettere in luce le competenze del network nel campo dell’animazione tradizionale. A dirla tutta l’unico neo è proprio la brevità della stagione, che chiudendosi con un ricco climax dopo solo 9 episodi, lascia lo spettatore un po’ amareggiato per la voglia di vedere e saperne di più. Uno smacco che è purtroppo figlio della produzione serrata della piattaforma che, già con Castlevania, aveva mostrato il fianco alla stessa problematica. Un difetto da “poco” se vogliamo, se non fosse la mancanza di una data certa per la release della seconda stagione, già in produzione praticamente dall’annuncio.

Non molto è rimasto di Carmen Sandiego, se non a prezzi esorbitanti, per fortuna di recente Funko ha messo in commercio un bellissimo Pop dedicato alla affascinante ladra!

Netflix sta lavorando al reboot di Unsolved Mysteries

di Lorenzo Spada
Unsolved Mysteries Netflix

Fra i numerosi show in produzione in quel di Netflix bisogna aggiungere anche il reboot di Unsolved Mysteries, serie tv nata alla fine degli anni ’80 e incentrata sui misteri paranormali. Oltre che essere in fase di produzione, abbiamo scoperto che Netflix ha adfidato a Shawn Levy, già produttore di Stranger Things, la direzione generale della produzione. Non sappiamo con […]

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Netflix presenta Sex Education, serie TV sulle esperienze degli adolescenti

di Andrea Balena

Nonostante ci troviamo in un periodo di continua sperimentazione con la serialità televisiva, la sessualità è una tematica estremamente difficile da trattare nella narrazione. Rappresentare le infinite sfaccettature della sfera intima attuale è un’impresa quasi più complessa che inscenare un omicidio a schermo per i più disparati motivi: sicuramente i network tradizionali mostrano ancora un po’ di resistenza sull’argomento, imponendo diversi limiti e censure.

Sex Education, la nuova serie teen drama britannica dell’iperattiva Netflix, dimostra come la rottura di queste restrizioni possa condurre a un prodotto piacevole, fresco e con una buona dose di autoironia, perché non c’è niente di più chimerico, folle e allo stesso tempo drammatico dell’identità degli adolescenti moderni.

Otis (Asa Butterfield, Hugo Cabret) è il classico nerd abbastanza sfigato che vive nell’anonimato della classe. A causa del divorzio dei suoi genitori e il controllo della madre strizzacervelli (Gillian Anderson, la Dana Scully di X-Files) che esercita sulla sua sfera privata, il nostro reprime i classici impulsi della sua età, mentre i suoi compagni di scuola sono nel pieno della scoperta di questa meravigliosa “materia”. Ma nonostante questo, Otis ha una conoscenza vastissima dell’argomento grazie ai libri e studi genitoriali, e insieme alla compagna di classe ribelle Maeve (Emma Mackey) aprirà una clinica clandestina durante gli orari scolastici per aiutare tutti i suoi coetanei alle prese con le prime imbarazzanti esperienze e salvarli da problemi più seri.

Sin dai primi minuti avrete una chiara dimostrazione di cosa c’è di diverso in questo show rispetto ad altre serie sull’argomento: Sex Education è completamente senza filtri verbali e per poco anche visivi. Se ormai siamo già da un po’ di tempo abituati a vedere nudi integrali in TV, la fisicità mostrata in questa serie è per certi versi diversa e messa sotto una luce inedita. Non ci sono enfatizzazioni o inquadrature unicamente votate a mostrare le grazie di un attore qualsiasi, perché sono parte integrante della narrazione visiva dello show. Questa “normalizzazione” la si sente anche nei dialoghi, scritti da persone che non solo hanno colto il linguaggio delle nuove generazioni, ma sono riusciti a mostrare anche il loro lato ribelle così come le enormi insicurezze che tutti, prima o poi, hanno affrontato durante quest’età della propria vita.

L’Otis dell’ex ragazzo prodigio ne è la prova: Butterfield riesce a cambiare fantasticamente il suo registro attoriale dal weirdo incapace di reggere una conversazione a vero e proprio guru, più spigliato e carismatico agli occhi dello spettatore così come dei suoi compagni che iniziano a notare la sua esistenza. Il suo personaggio è il prototipo dell’adolescente medio, ricolmo di idiosincrasie verso genitori e società, alla ricerca di una risposta univoca che funzioni in ogni situazione ma allo stesso tempo schiavo di sensazioni e pensieri a cui non riesce a dare spiegazioni.

Ogni puntata dello show si concentra su un determinato “caso clinico” presentato nell’antefatto, che va a scimmiottare quelli di un medical drama. Che si tratti di ansia da prestazione, casi di vendette mediatiche o seri problemi fisici, Otis riesce a trovare una soluzione o un consiglio adatto. Qui si vede il lato più serio dello show: anche se alcuni casi risultano bislacchi o troppo assurdi per essere veri, l’analisi delle situazioni porta alla luce tutti i maggiori problemi di un’età umana piena di incomprensioni e paure camuffate. All’improvviso, dal ridere per battute esplicite e talvolta di dubbio gusto, lo show passa a proporre dei momenti più drammatici e introspettivi sui suoi personaggi e sulla situazione che stanno affrontando, come per esempio la fortissima sequenza nella clinica del terzo episodio.

In uno show del genere non può certo mancare la componente LGBT, qui messa in scena nella vicenda del giovane Eric, il migliore amico di Otis. Inizialmente mostrato come una figura stereotipata di gay stravagante, col passare degli episodi e con l’evoluzione del suo rapporto col protagonista apprendiamo la sua complicata battaglia nel fare coming out in una famiglia estremamente religiosa e far accettare la sua particolare persona nell’ambiente scolastico, anche con situazioni parecchio forti da vedere.

A differenza di molti teen drama recenti che si sono fregiati di sceneggiature realistiche e attenzione nella rappresentazione dell’adolescenza (Baby, sto parlando con te) Sex Education propone un quadro iniziale assurdo e quasi fumettistico – la presentazione del liceo, in cui tutti gli studenti stanno contemporaneamente pensando alla stessa cosa – ma con l’avanzare delle puntate ci viene rivelata una situazione più approfondita e realistica, in cui anche la macchietta più assurda si dispiega davanti ai nostri occhi e racconta la sua unicità.

Sex Education non è nulla di trascendentale e non rivoluzionerà il medium stilisticamente o visivamente, ma è una interessante analisi a metà fra la commedia e il dramma nudo e crudo sull’adolescenza, il periodo più folle e paradossale della vita di tutti noi.

Volete riscoprire la carriera del giovane attore protagonista? Vi consigliamo Hugo Cabret, un bellissimo film di Martin Scorsese!

The Punisher 2 disponibile su Netflix

di Lorenzo Spada
The Punisher

Dopo aver fatto la sua prima apparizione nella serie TV Daredevil e dopo aver sorpreso molti per la popolarità ava nella prima stagione della serie TV dedicata, The Punisher ha fatto ritorno su Netflix con la seconda stagione. The Punisher 2 è disponile alla visione, da oggi 18 gennaio, sulla piattaforma di Netflix. The Punisher […]

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Netflix ritiene che Fortnite sia il suo vero avversario, non le altre piattaforme di streaming

di Nicola Armondi

Non è un periodo roseo per Netflix. Oltre ad aver dichiarato di voler aumentare i prezzi sul suolo americano (gli spettatori non amano mai queste notizie), la piattaforma deve prepararsi alla perdita del 20% del proprio contenuto in seguito al ritiro delle licenze di Disney e NBC Universal, in procinto di creare il proprio servizio streaming. Tutti sembrano pronti a lanciarsi in questo mercato, ma Netflix non pare preoccupata. La vera minaccia, infatti, è Fortnite.

In una lettera agli investitori, Netflix afferma che HBO non è il suo principale avversario. La compagnia è maggiormente in competizione con il gioco di Epic Games, sopratutto per quanto riguarda il tempo che le persone spendono di fronte allo schermo.

Possiamo infatti leggere che: “Negli Stati Uniti, abbiamo circa il 10% dello screen time televisivo e poco meno sul mobile. Competiamo più con Fortnite che con HBO. Quando YouTube si è bloccato globalmente per pochi minuti, in ottobre, le nostre visite e visualizzazioni sono aumentate molto.”

In questo momento Netflix ha 139 milioni di sottoscrizioni, mentre Fortnite può vantare 200 milioni di account registrati. Al tempo stesso, gli utenti attivi mensilmente su Fortnite sono circa 80 milioni, mentre quelli Netflix sono 100 milioni. La vera questione, però, è legata al tempo speso sull’uno o sull’altro: le persone passano più ore a giocare o guardare qualcuno che gioca a Fortnite di quanto guardino serie TV o film su Netflix. E voi? Cosa preferite tra i due?

Se siete più tipi da multiplayer che da serate a base di pop-corn, potreste essere interessati a questo pacchetto speciale di Fortnite!

Netflix raggiunge i 139 milioni di abbonati

di Marco Grigis

Importanti traguardi per Netflix, il colosso dello streaming a livello internazionale, nel corso dell’ultimo trimestre del 2018. La società, infatti, ha raggiunto quota 139 milioni di abbonati, aggiungendone quindi altri 9 rispetto alla precedente rilevazione. Un risultato al di sopra delle stesse aspettative del gruppo, pronto pochi mesi fa a indicare una guidance di 7.6 milioni di nuovi utenti.

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Nightflyers: la serie Netflix basata sul racconto di George R.R. Martin ha una data

di Raffaele Giasi

Netflix ha oggi diffuso il primo trailer ufficiale per il serial televisivo “Nightflyers”, una serie di fantascienza che sarà basata sul racconto omonimo di fantascienza scritto da George R.R. Martin, ovvero il padre de “Il Trono di Spade”.

Il trailer presenta brevemente quelli che saranno i personaggi e l’ambientazione del serial e, soprattutto, ci offre quella che sarà la data d’uscita ufficiale dello show, ovvero il prossimo 1° febbraio.

Prodotta e distribuita dal canale satellitare americano Syfi, Nightflyers racconterà di otto scienziati e di un telepate, imbarcatisi in una missione per l’esplorazione dei limiti estremi del nostro sistema solare, nel tentativo di contattare una qualunque forma di vita aliena. Il gruppo sarà parte di un equipaggio molto più grande che, con il procedere del viaggio, comincerà a sgretolarsi in seguito ad alcuni misteriosi eventi, tali da mettere a rischio la missione stessa, che rischierà di essere bruscamente interrotta.

Nella serie un cast di attori già affermatisi nel panorama televisivo internazionale e non solo, tra cui Eoin Macken (The Night Shift), Gretchen Mol (Boardwalk Empire) e David Ajala (Fast & Furious 6). Nightflyers è arrivata negli Stati Uniti lo scorso dicembre, ricevendo pareri molto contrastanti. Nonostante ciò, la serie pare sia stata rinnovata per una seconda stagione, probabilmente in arrivo alla fine del 2019.

Nonostante sia poco noto, il racconto Nightflyers è arrivato anche in Italia, ed è disponibile su Amazon in versione con copertina flessibile.

Dove vedere o scaricare film completi

di Alessio Salome
Visto che nel fine settimana avete sempre del tempo libero a disposizione, siete alla ricerca su Internet di piattaforme dove vedere o scaricare film completi da poter guardare su PC, Smart TV, tablet o smartphone. leggi di più...

I migliori operatori per navigare e streaming? Netflix ci mostra quelli di dicembre 2018

di Giovanni Pardo

Il report di Netflix mensile sulle velocità medie degli ISP è arrivato: Vodafone Grecia migliora più di tutti, Austria e Portogallo perdono 6 posizioni. In Italia migliorano quasi tutti, anche se di poco.

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Titans: una serie piacevolmente imperfetta

di Raffaele Giasi

Quando Titans è stata annunciata è stata accolta con una certa titubanza, per passare direttamente ai fischi e le pernacchie quando è stato rivelato il suo cast, annesso all’arrivo in rete del primo trailer. Sembrava tutto sbagliato, a partire da quell’aura che sembrava forzatamente “dark” per far spazio a quello che è il mood della DC al cinema, incastratasi, praticamente fino a Justice League, in un loop di incomprensibile auto-flagellazione.

Saranno anche gusti, ma ai fan proprio non andava giù l’idea di un Dick Grayson quanto mai cupo, ma soprattutto di una Starfire così apertamente vamp (senza contare quanti criticavano il casting di una attrice di colore per il ruolo, ma quelli lì lasceremo a marcire nelle sacche più squallide della rete. È il posto che meritano). C’era, insomma, aria di flop.

Una brutta aria, che ci ha portato a guardare la stagione con una certa titubanza, pensando già che la fortunata carriera del brand al di fuori dei fumetti, cesellata da due serie di straordinario spessore (“Teen Titans” ad opera della fu Cartoon Network, e la più recente “Young Justice”) fosse giunta tristemente al termine. Sorpresa delle sorprese, non è così!

Titans arriva in rete lo scorso 12 ottobre, per opera della stessa DC, che utilizza la serie per lanciare la sua piattaforma di streaming digitale, attualmente vincolata alla sola distribuzione US, utilizzando quindi il porto sicuro di Netflix per l’arrivo in Europa, con un lancio avvenuto quasi in sordina, come se si temesse un nuovo scontento dei fan.

11 puntate, per una stagione che ha lasciato dietro di sé pochi dubbi. Titans è infatti un prodotto di gran spessore, il cui unico neo è quello di non contribuire affatto a fare ordine nell’ormai affollatissimo universo multimediale DC che, quanto meno per il panorama televisivo, può già contare sul vasto scenario messo in piedi da The CW con il popolare “Arrowverse”, a cui la serie non solo non è collegata, ma da cui prende addirittura le distanze. Da qui la domanda più ovvia: “serviva un altro universo narrativo DC?”. Forse no, ma c’è e va bene così.

La storia è quella dell’omonimo gruppo di giovani eroi, qui praticamente alla loro genesi, rivista e riscritta ad uso televisivo, ed avente al centro dei propri eventi la figura di Rachel/Raven (o Corvina se siete nostalgici di un certo cartoon), una giovane che nasconde dentro di sé un potere dalle fattezze demoniache che, per qualche motivo, sarà centrale per la messa in moto di un intrigo che ne farà a pezzi la vita e, in parte, la psiche. Accanto a lei Dick Grayson, ormai un Robin adulto e tormentato, che sente su di sé il peso di una maschera che, col tempo, ne ha cambiato il carattere rendendolo cinico e violento, nonché una Starfire priva di memoria ed un Beast Boy ancora incapace di trovare il proprio posto nel mondo.

Titans poster

Ripercorrendo uno dei più celebri archi narrativi dedicati al supergruppo, ovvero quello relativo al primo grande villain della loro storia (non faremo spoiler, tranquilli), DC sceglie quindi la strada del “racconto delle origini”, in cui far confluire innanzitutto i personaggi, per poi dar loro uno scopo comune: la protezione di Rachel e la scoperta del mistero che motiva i suoi inseguitori. Fin qui sembrerebbe tutto banale e molto telefonato, se non fosse per quei guizzi che conferiscono alla serie un gran fascino ed un ritmo molto apprezzabile il che, al netto di una stagione che si spende anche, e moltissimo in parole, è un pregio piuttosto lodevole.

Raccontando la storia della genesi del gruppo dei Titans, originariamente una sorta di Justice League in piccolo composta, per lo più, dai sidekick dei supereroi principali, la Titans proposta dalla DC televisiva compie in realtà un passo in avanti, in primis scollandosi proprio dall’idea che il gruppo sia composto da eroi che sussistono, o meglio, hanno senso in virtù dei loro maestri.

Non più giovani ragazzini in maschera e calzamaglia alla ricerca dell’emulazione dei grandi eroi DC, ma giovani adulti con “superproblemi”, di cui praticamente il solo Robin/Dick Grayson è figlio di un illustre retaggio supereroistico. Anche qui la questione è costantemente messa in discussione, perché questo Dick, così crepuscolare e tormentato, è ormai ideologicamente già molto distante da Batman, da cui ha ereditato sì il retaggio, ma andando oltre il desiderio di essere un semplice comprimario o, se vogliamo, un’arma al servizio del cavaliere di Gotham. Titans racconta di un Dick Grayson che sente il bisogno di andare avanti, di costruirsi una propria identità, ritornando quindi a quel bisogno che è proprio della pubertà, da parte di un figlio di allontanarsi dall’ombra di suo padre, mescolando in modo bonario un po’ del Grayson originale, un po’ di Jason Todd, che pure è presente nella serie e che sarà centrale per definire al meglio l’identità tanto di Dick quanto di Robin.

Chi è Robin? A cosa serve? Perché dovrebbe essere Dick e non Jason, e cosa serve in ogni caso a distinguere un eroe da un sociopatico? Se sentite, anche solo in lontananza, l’eco di un certo Watchmen state tranquilli, non siete i soli ed è assolutamente voluto.

Peccato che il contorno supereroistico non sia dello stesso livello, se non – paradossalmente – per mezzo di due gruppi di comprimari ovvero il duo di Hawk e Dove, originariamente poco più che rimasugli del fumetto anni ’60, culminati in tragicità in occasione dell’avvento (parliamo di fumetti) de “La notte più profonda” (genesi delle Lanterne Nere, sempre di Geoof Johns, per cui come vedete “la vita è un cerchio”), e della Doom Patrol, ovvero una sorta di versione DC dei più noti X-Men, nata in contemporanea agli uomini di Xavier, ma consacratisi solo più tardi grazie al genio di Grant Morrison nell’era Post-Crisis. E qui chiuderemo ogni discorso più tecnicamente “nerd”.

Titans Raven

Lo spazio riservato a entrambe le compagini di eroi secondari non è troppo esteso, eppure negli episodi che li vedono protagonisti (entrambi scritti da Geoff Johns per altro, e si vede!) catalizzano così tanto l’attenzione da far salire subito la voglia di uno spin-off o di un maggior minutaggio cosa che, quanto meno per la Doom Patrol, come saprete si realizzerà ben presto.

I restanti membri dei Titans si passano un po’ il testimone, lasciando quasi del tutto escluso solo Beast Boy, che resta sempre molto indietro rispetto al resto del cast, risultando spesso del tutto inutile. Se Rachel/Raven mantiene una sua centralità per scopi meramente narrativi, risultando talvolta persino odiosa, per Starfire il discorso è completamente diverso.

Il personaggio è diversissimo dalla sua parte fumettistica, e non solo per mere questioni razziali. Questa versione di Cory è dura, badass, decisamente disinibita e si gioca alcune delle migliori scene del serial, rubando per altro la scena persino all’ottimo e succitato Robin.

Il cast c’è, funziona in larga parte, e prendendo le distanze dalla DC di CW, si avvicina in modo molto più maturo (o se vogliamo “furbo”) a quanto visto su Netflix per casa Marvel, tanto che questi Titans sembrano ricalcare, nel modo giusto, la filosofia con cui Snyder si è approcciato al mondo dei supereroi, non tanto per la semplice cupezza, o per una palette cromatica spesso tendente alle tonalità del grigio e del blu, ma più per il modo in cui cerca di far aderire umano e divino, similmente a quanto si era visto nel suo Watchmen da cui questo Titans eredita palesemente la violenza e la fisicità.

Certo non mancano dei problemi, alcuni dettati meramente dal budget, altri dall’impostazione stessa della serie. Nata come web-serie più che come vera e propria serie TV, Titans mostra praticamente sempre il fianco ad effetti speciali rozzi e anacronistici, specie negli schizzi di sangue e nella creazione di effetti particellari digitali, tutti accomunati da un aspetto posticcio e datato.

Se poi è vero che è molto apprezzabile, finanche doverosa, la caratterizzazione matura del serial, è evidente che in certi frangenti il canovaccio narrativo si lascia decisamente prendere troppo la mano, presentando dei ragazzini che più che supereroi sembrano giustizieri, accumulando alle loro spalle un numero di cadaveri totali che risulta in certi frangenti inspiegabile. Come se si calcasse troppo la mano sulla parte più ruvida e gretta della componente narrativa, solo per dare al tutto una certa aurea di “figaggine”.

Ma ancora una volta, al netto di tutto, la serie funziona e funziona bene. Ci sono i drammi giovanili squisitamente teen, ci sono le botte fisiche e violente ereditate dai nuovi supereroi a la Mark Millar, e ci sono i risvolti più squisitamente supereroistici ereditati dalla grande letteratura DC. A volte tutto questo si amalgama male, e le prove del cast non sono sempre memorabili, e nonostante questo mare eterogeneo di ingredienti il cocktail che ne viene fuori è comunque saporito e narcotico, tanto da galvanizzare e pretendere un serratissimo binge watching. C’è ampio spazio di miglioramento, indubbiamente, ma siamo di molto lontani dal flop (come si prevedeva) e più vicini all’applauso. A questo punto non vediamo l’ora di scoprire come verrà fuori il progetto dedicato alla Doom Patrol.

Se avete voglia di scoprire di più sui Titans, il nostro consiglio è di rivolgere la vostra attenzione al ciclo fumettistico scritto proprio da Geoff Johns, a dir poco seminale per la più recente evoluzione dei giovani supereroi, e facilmente reperibile via Amazon.

Netflix aumenta i prezzi negli Stati Uniti

di Marco Grigis

Gli abbonati statunitensi vedranno a breve lievitare la loro spesa per Netflix, con aumenti per tutti i piani di sottoscrizione. È quanto riportano alcune fonti a stelle e strisce, pronte a confermare come i rincari saranno applicati a tutti gli utenti Oltreoceano nei prossimi tre mesi. Al momento, però, non è dato sapere se il gruppo voglia seguire la medesima politica in altre parti del mondo, come l’Europa.

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Netflix rincara (molto) gli abbonamenti in America. E si spera non faccia lo stesso in Europa

di Dario D'Elia

Nei prossimi tre mesi, e per ora solo negli Stati Uniti e in 40 Paesi (su 48) dell’America Latina, Netflix innalzerà i costi dei suoi abbonamenti tra il 13% e il 18%. È la prima volta che avviene in maniera così repentina e sostanziosa nei suoi 12 anni di vita, ma secondo gli addetti ai lavori era nell’aria. Il debito è sopra quota 12 miliardi di dollari e gli investimenti nel 2018 hanno superato la soglia degli 8 miliardi: a prescindere dai 125 milioni di utenti abbonati una nuova strategia tariffaria era imprescindibile. Almeno per Wall Street.

In pratica l’abbonamento base passerà da 8 a 9 dollari, il più gettonato standard da 11 dollari arriverà a 13 dollari e il premium da 14 dollari passerà a 16 dollari. Tutti gli abbonati, facendo un calcolo sull’anno, si ritroveranno a pagare una sorta di tredicesima mensilità – in verità anche di più.

I più sfortunati in assoluto saranno i paesi sudamericani che sono costretti a pagare le fatture Netflix in dollari: già il potere di acquisto locale è debole, ci mancava solo la TV a pagamento. L’hanno scampata però Messico e Brasile che sono considerati mercati internazionali.

Ora, è probabile che molti clienti non rinnoveranno più l’abbonamento ma l’incremento dell’offerta e l’avvento di nuove produzioni potrebbe contenere il fenomeno e nel tempo consentire di recuperare il terreno perduto.

Il problema però è che la concorrenza è sempre più agguerrita e potrebbe approfittarne. Apple, WarnerMedia e Disney stanno per inaugurare nuovi servizi streaming che puntano proprio a scardinare lo strapotere di Netflix.

Nel frattempo comunque il NASDAQ sta premiando il titolo. Dopo il progressivo crollo iniziato a ottobre, da dopo Natale la quotazione ha iniziato nuovamente a crescere e stamane con un +5,57% il trend sembra davvero invertito.

Viene da chiedersi cosa abbia in mente Netflix per i mercati internazionali. Aumenterà le tariffe in Europa? E in Italia? Forse dipenderà molto anche dal tasso di condivisione degli abbonamenti e da quanto in realtà è (troppo) conveniente.

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