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Patente in Italia: oltre 39 milioni le licenze di guida nel 2019

di Donato D'Ambrosi

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Quali sono le patenti in Italia più richieste e in quale regione: lo rivela un’indagine sulla patente in Italia

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Weekend di Pasqua: le nuove regole del Ministero da rispettare

di Raffaele Dambra

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Arriva il weekend di Pasqua con nuove e più restrittive regole da rispettare, predisposte dal Ministero dell'Interno per limitare gli spostamenti

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Passeggiate con i figli e jogging permessi: bufera sul Viminale

di Raffaele Dambra

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La questione delle passeggiate con i figli e dello jogging che sono permessi a certe condizioni: è bufera sul Viminale, anche per le numerose contraddizioni

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Bull bar auto: il Ministero fa chiarezza su montaggio e omologazione

di Donato D'Ambrosi

E’ possibile montare una Bull Bar su un’auto che non ce l’ha? Una domanda che prima della circolare del Ministero con i chiarimenti su montaggio e omologazione delle Bull bar auto trovava risposte controverse. Ecco cosa bisogna sapere se si vuole montare una Bull Bar all’auto, con le indicazioni ufficiali e le valutazioni da fare sulla sicurezza di guida.

IL MONTAGGIO DELLE BULL BAR SULLE AUTO E LE MULTE IN STRADA

Con la circolare n. 36551 del 26 novembre 2019 (in allegato, in basso clicca su “Sacrica PDF”) il Ministero dei Trasporti fa chiarezza su un’impasse che riguardava il montaggio del paraurti Bull Bar sulle auto. La situazione sibillina che riguarda la possibilità di montare un Bull Bar ha origini piuttosto datate. Nel 1999 il MIT emette una circolare (552/4315/CG del 30 aprile 1999) che riguardava l’applicazione di paraurti supplementari, in cui ricadevano anche le Bull Bar. Dopo qualche tempo però i rilievi degli incidenti hanno creato terreno fertile per un ripensamento e con la circolare n.1410/4300/CG (C1) del 14 dicembre 1999 si mise un freno al montaggio indiscriminato di Bull Bar sulle auto. Dietrofront contro sui una delle aziende produttrici di Bull Bar si è opposta, vincendo il ricorso al Consiglio di Stato.

LA CIRCOLARE DEL MINISTERO SUL MONTAGGIO DELLE BULL BAR

Nel 2005 nuovo colpo di scena: con il recepimento della direttiva 2003/102/CE sui crash test frontali, il Ministero emana il Decreto per la sicurezza dei pedoni, in cui si approva il montaggio delle sole Bull Bar che hanno superato i crash test. Si fa una prima chiarezza quindi sulla possibilità di montare un Bull Bar solo a particolari condizioni, cioè che non sia pericoloso per i pedoni oltre certe soglie verificate nei test. Con l’ultima circolare il Ministero chiarisce anche quanto segue.

Si precisa che nella scheda informativa, a corredo della documentazione di omologazione, il costruttore del dispositivo è tenuto a riportare:
– descrizione tecnica dettagliata (con fotografie o disegni);
– istruzioni per l’assemblaggio e il montaggio, incluse le coppie di serraggio da rispettare;
– tipi di veicoli sui quali può essere installato;
– eventuali limitazioni d’impiego e condizioni di montaggio.

Si comunica che per un sistema di protezione frontale omologato quale entità tecnica separata ai sensi delle citato Regolamento (CE) n. 78/2009 non ricorre l’applicazione dell’articolo 78 del Codice della Strada.

MONTARE LE BULL BAR SULLE AUTO HA ANCORA SENSO?

Oltre tutte le considerazioni del caso sull’utilità di montare una Bull Bar su un’auto, c’è un aspetto da non sottovalutare che riguarda gli airbag. Sebbene montare un Bull Bar sia contemplato a patto che rispetti i dettami normativi, un uso non prettamente fuoristradistico lo riduce ad una mera appendice estetica. La speranza che l’auto in un piccolo impatto non riporti danni viene smentita dalla necessità di tutelare i pedoni. Inoltre quella quantità di energia assorbita dalla Bull Bar potrebbe ritardare l’azionamento degli airbag, sebbene di frazioni di secondo, che a cascata attivano anche i pretensionatori delle cinture di sicurezza.

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Eco Bonus Auto Ibride: il Ministero valuta nuove regole dal 2022

di Donato D'Ambrosi

L’Eco Bonus Auto Ibride dal 2022 avrà nuovi criteri di assegnazione degli incentivi auto in base alle emissioni di CO2. Almeno secondo quanto abbiamo scoperto da fonti ufficiali del Ministero dei Trasporti. Il tutto per ora è nelle mani del Ministero dello Sviluppo Economico per l’approvazione delle nuove regole sugli incentivi ed eco bonus auto ibride. Ecco come cambieranno gli scaglioni in base ai quali si differenziano le auto ibride dal 2022.

ECO BONUS AUTO IBRIDE, DAL 2022 CAMBIANO LE REGOLE

Sotto la denominazione di auto ibride oggi finiscono un po’ tutte le auto con un motore a combustione (ICE) abbinato a qualsiasi sistema elettrificato di recupero dell’energia. Fatta eccezione per le auto ibride Plug-in (quelle che si comportano da auto elettriche “pure” per un po’ di km) gli attuali Eco Bonus fino al 2021 si fermano alle auto che emettono fino a 70 g/km di CO2. In pratica alle auto elettriche e alle ibride Plug-in. Un blocco che evidentemente taglia fuori dagli incentivi la famiglia media italiana (nel 2019, il 50% ha speso meno di 20 mila euro) interessata ad acquistare una nuova auto ibrida tradizionale.

ECO BONUS AUTO IBRIDE, NUOVI SCAGLIONI DAL 2022

In base a quanto abbiamo appreso, dal 2022 l’Eco Bonus Auto Ibride terrà in considerazione anche delle auto ibride meno efficienti, dividendole in gruppi. Ci si aspetta infatti che proprio dal lancio delle utilitarie micro ibride come la Fiat Panda e Fiat 500 Hybrid, la nicchia delle auto ibride rosicchierà quote alle auto a benzina, ormai più vendute delle diesel. In questa ottica diventerà rilevante ripartire gli incentivi e i bonus sulle auto ibride in base a una scala che distingue i veicoli ibridi a basse emissioni da 60 a oltre 95 g/km di CO2. L’anticipazione ai nuovi criteri sugli Eco Bonus Auto Ibride viene ripresa anche da un comunicato ufficiale PSA. Ecco le future classi previste per le auto ibride dal 2022 e, sotto, perché saranno decisive nella scelta dell’auto nuova.

ESENZIONI ED ECO BONUS AUTO IBRIDE DAL 2022

Oltre a scoprire che dal 2022 cambieranno le regole sugli Eco Bonus Auto Ibride però è venuto fuori anche che il Ministero dei Trasporti non ha emanato alcuna circolare a riguardo. Quindi le informazioni che circolano in rete riguardo a una “circolare n.37409 del 3/12/2019”, ad oggi fanno riferimento in realtà a una bozza riservata sulla base di cui poi il MISE dovrà esprimersi riguardo agli incentivi auto ibride dal 2022. Questa nuova suddivisione in scaglioni però altre anche ad un’altra ipotesi, come riporta Maurizio Caprino de Il Sole 24 Ore, cioè anche nuovi blocchi o un giro di vite alle esenzioni. “i micro e i mild sembrano destinati a diffondersi abbastanza nei prossimi anni. – spiega Caprino – Se diventeranno un fenomeno di massa, però, faranno tornare ad aumentare il traffico ed è possibile che i Comuni diventino più selettivi, escludendoli dai benefici attuali.”

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Conversione patente estera conseguita prima dei 18 anni: ok dal MIT

di Raffaele Dambra

Conversione patente estera

La conversione di una patente estera prevede la sostituzione del documento di guida con uno italiano. La procedura è destinata ai conducenti che ottengono la residenza nel nostro Paese provenienti dall’UE, dagli altri paesi SEE (Islanda, Liechtenstein e Norvegia) e dalle nazioni extra-UE che hanno sottoscritto accordi di reciprocità con l’Italia. Si tratta di disposizioni note già da tempo, la novità degli ultimi giorni riguarda invece una circolare del MIT che ha chiarito la problematica relativa alla conversione delle patenti di guida estere conseguite in età inferiore a quella richiesta dalla normativa italiana.

CONVERSIONE PATENTE ESTERA CONSEGUITA PRIMA DEI 18 ANNI: LA PROBLEMATICA

Il quesito che si stavano ponendo numerosi uffici della Motorizzazione Civile adibiti alla conversione della patente estera in Italia era infatti il seguente: un documento di guida, poniamo per esempio una patente B per condurre le automobili, conseguito in un Paese estero in età inferiore a quella richiesta dalle nostre leggi (come nel Regno Unito e in Irlanda, dove si può prendere la patente B già a 17 anni), si può convertire in una patente italiana, dove invece l’età minima parte dai 18 anni? In altri termini, un conducente regolarmente patentato a 17 anni perché la normativa del suo Paese lo permette, può ottenere l’equivalente documento di una nazione che al contrario ne richiede 18?

PATENTE ESTERA CONSEGUITA PRIMA DEI 18 ANNI: È VALIDA IN ITALIA A CERTE CONDIZIONI

A questo interessante quesito ha risposto il Ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture con la circolare 34454 del 7/11/2019, precisando che “non sussiste alcun impedimento alla conversione delle patenti di guida estere conseguite in età inferiore a quella richiesta dalla normativa italiana”, a prescindere dalla provenienza (UE, SEE ed extra-UE). Tuttavia è necessario che “alla data di presentazione della domanda, il richiedente abbia compiuto l’età minima richiesta in Italia per l’emissione della specifica categoria di patente da rilasciare e che, ovviamente, non esistano altri motivi ostativi”. In pratica un cittadino irlandese che ha conseguito la patente B nel suo Paese a 17 anni, una volta trasferitosi in Italia può tranquillamente sostituire il documento di guida con uno italiano ma solo dopo aver compiuto 18 anni, l’età minima prevista da noi.

CONVERSIONE PATENTE ESTERA IN ITALIA CONSEGUITA PRIMA DEI 18 ANNI: ALTRE INDICAZIONI

La circolare del MIT ha stabilito inoltre che la data di ‘primo rilascio’ da riportare sul documento di guida italiano resta comunque quella del conseguimento del documento all’estero, anche se a suo tempo il conducente non aveva ancora compiuto l’età minima richiesta in Italia. E che la data di primo rilascio dev’essere ritrascritta sulla patente a ogni sostituzione o cambio. Il Ministero ha comunque puntualizzato che quanto stabilito con la nuova circolare non può automaticamente applicarsi ai casi palesemente incongruenti, ad esempio per richieste di conversione di patente B estera conseguita all’età di 14 o 15 anni. Nell’ipotesi, si dovranno effettuare specifici approfondimenti presso le competenti autorità.

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IVA Patente 2020: chi dovrà pagare la tassa

di Donato D'Ambrosi

Pagare l’IVA sulla patente è il timore acceso dalla recente sentenza della Corte di giustizia europea. Una richiesta che ha mandato in tilt il programma di esami, saltati per protesta delle autoscuole coinvolte. In ballo ci sono circa 500 mila euro di tasse non dovute dal 2014 per ogni autoscuola, che l’Unione europea impone all’Italia. Chi dovrà realmente pagare l’IVA retroattiva sulle patenti? Cosa succederà se l’Italia si rifiuta di rispettare la sentenza della Corte europea? Intanto il Ministero dell’economia sta imbastendo un provvedimento “anti-IVA” e chiarisce chi dovrà pagare l’IVA sulla patente.

PATENTE NON PIU’ ESENTATA DAL PAGAMENTO IVA

Il pesce grande mangia il pesce piccolo, quello dell’IVA sulle patenti sembrerebbe un copione all’italiana con l’Europa alla regia. Ma il fatto è scottante e rischia di diventare un pericoloso boomerang per l’Italia, come annuncia Maurizio Caprino de Il Sole 24 Ore su Twitter (sotto). Se è vero che il viceministro dell’Economia Misiani ha rassicurato chi ha già conseguito la patente senza pagare l’IVA, bisognerà vedere come la prenderà l’UE alla notizia che l’Italia passerà sopra la sentenza.

LE IPOTESI SUL PAGAMENTO IVA PATENTE DAL 2020

Come è stato anticipato, infatti, l’esenzione al pagamento dell’IVA retroattiva sulle patenti potrebbe essere inserito nella Manovra economica 2020. E’ prevedibile che chi ha conseguito la patente entro il 2020 non dovrà pagare alcuna imposta non dovuta. Ma c’è anche l’ipotesi che una legge ad hoc sia promulgata entro la fine dell’anno. Quindi, come prassi, l’eventuale pagamento dell’IVA sulla patente sarà considerato dall’entrata in vigore della legge. Una cosa certa è che, se gli Stati membri non storceranno il naso davanti all’inosservanza italiana sul pagamento IVA patente, non dovrebbero nascere contenziosi con i contribuenti. Chi invece conseguirà la patente dal 2020 in poi potrebbe dover pagare l’IVA, probabilmente anche maggiorata rispetto all’aliquota attuale, si vedrà nella prossima legge di bilancio.

CHI DOVRA’ PAGARE L’IVA PATENTE SECONDO IL MINISTERO

La situazione paradossale che si è creata sulle scuole guida deriva da una sentenza di marzo 2019 della Corte di giustizia UE, – ha dichiarato Misianiche ha stabilito che questi servizi non possono essere IVA esenti. Sul futuro vale la sentenza comunitaria. Sul passato vogliamo evitare che le scuole guida debbano chiedere ai clienti degli ultimi 5 anni di versare un’imposta (IVA) che all’epoca non era dovuta.” Ma c’è sempre il rischio di infrazione UE ed è anche bello grosso. Per capire quanto, basta pensare che “il conto” della risoluzione della Corte europea ammonta a 110 mila euro per ogni anno. Secondo UNASCA (Unione nazionale Autoscuole Studi Consulenza Automobilistica) su ogni autoscuola sarebbe un buco di oltre 500 mila euro complessivi.

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