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Oggi — 24 Gennaio 2019RSS feeds

Huawei Balong 5000, ecco il modem 5G dell’azienda cinese: 4.6 Gbps in download!

di Saverio Alloggio

Nel corso di un evento a Pechino tenutosi nel proprio R&D Center, Huawei ha annunciato il Balong 5000, il nuovo modem 5G dell’azienda cinese. Tecnicamente il chip si pone come diretto concorrente dello Snapdragon X50 di Qualcomm, con il quale non sono mancati i confronti nel corso della presentazione. La società guidata da Richard Yu è pronta dunque a essere protagonista nel mercato che verrà aperto dalla diffusione su larga scala del nuovo standard di rete.

Partiamo innanzitutto dalle performance in senso stretto, dati che appaiono estremamente rilevati se confrontati con il chip di Qualcomm. Il Balong 5000 infatti può raggiungere i 4.6 Gbps in download e i 2.5 Gbps in upload, contro i 2.3/1.25 Gbps dello Snapdragon X50, praticamente il doppio. Non solo, ma la soluzione Huawei supporta contemporaneamente 2G, 3G, 4G e 5G, tutto nello stesso modem, senza alcun problema dimensionale legato all’integrazione nei dispositivi mobili.

Inoltre – anche questo un punto a favore rispetto allo Snapdragon X50 – c’è il supporto ai mmWave, con 6.5 Gbps in downlink e 3.5 Gbps in uplink. Questo consentirà di coprire lo spettro del 5G in maniera più omogenea, grazie alla possibilità di disaccoppiare le frequenze di upload e download. Un aspetto tecnico che porterà una serie di vantaggi concreti nell’utilizzo quotidiano del nuovo standard di rete.

Il tutto senza dimenticare il processo produttivo a 7nm. Abbiamo già visto in ambito smartphone, proprio con il SoC Kirin 980 della stessa Huawei (ma anche con l’A12 Bionic di Apple), i vantaggi apportati in termini di risparmio energetico al di sotto dei 10nm, e considerando come il 5G sia evidentemente pensato per interfacciarsi con dispositivi “always-on” al di là dei soli telefoni cellulari, è evidente come la possibilità di un minor impatto del modem sulla batteria possa fare la differenza.

Huawei ha inoltre sottolineato come sia il primo chipset multimodale al mondo a supportare contemporaneamente le architetture di rete standalone (SA) e non-standalone (NSA), con evidenti vantaggi in termini di compatibilità e potenziale diffusione sul mercato. Nel primo caso Balong 5000 si servirà di un’architettura indipendente, nel secondo utilizzerà le reti su base legacy 4G LTE. Insomma, un modem potenzialmente in grado di soddisfare in modo flessibile le diverse esigenze di utenti e soprattutto operatori.

Il Balong 5000 aprirà un nuovo mondo ai consumatori“, ha dichiarato il CEO di Huawei Consumer Business Group, Richard Yu. “Consentirà ai consumatori di accedere alle reti ad alta velocità in tutto il mondo, in maniera più libera e potendo godere di un’esperienza utente di alto livello, anche grazie a un’ecosistema completo che comprende chip, dispositivi, servizi cloud e infrastrutture di rete. Insomma, tutto ciò che è necessario per imporci come leader dell’era 5G”.

Proprio il concetto di ecosistema è alla base della strategia di Huawei per il nuovo standard di rete. Balong 5000 infatti è in grado di interfacciarsi con il protocollo V2X, che abilita lo scambio dati nel settore delle auto a guida autonoma. Considerando come si tratti di un modem e non di un system-on-chip, appare evidente come l’intenzione dell’azienda cinese sia quella di proporlo a settori esterni all’elettronica di consumo intesa in senso stretto.

Non a caso, la prima soluzione mostrata con integrato il Balong 5000 è un access point denominato 5G CPE Pro, evoluzione di quello visto a Barcellona.  La sensazione è che già nelle prossime settimane, visto l’arrivo imminente del Mobile World Congress, possano essere annunciati altri dispositivi, soprattutto in relazione ai partner con i quali Huawei siglerà (e ha siglato) accordi. L’era del 5G è ufficialmente entrata nel vivo.

Huawei Mate 20 Pro è disponibile all’acquisto attraverso Amazon con una cover in omaggio. Lo trovate a questo link.

Ieri — 23 Gennaio 2019RSS feeds

AESVI: ecco i risultati del quarto censimento degli sviluppatori italiani di videogame

di Nicola Armondi

Durante l’evento patrocinato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e tenutosi presso la Casa del Cinema, AESVI (ovvero l’Associazione che rappresenta l’industria dei videogiochi in Italia) ha presentato i risultati del quarto Censimento dei Game Developer Italiani, al quale hanno risposto 127 studi di sviluppo di videogiochi da tutta Italia. Questo censimento arriva dopo quelli del 2011, 2014 e 2016.

I risultati emersi ci permettono di capire come l’industria videoludica italiana stia vivendo una fase di consolidamento e stabilizzazione. Il numero di studi operanti è salito da 120 a 127, l’età media si è alzata da 33 a 36 anni, mentre le imprese con meno di tre anni sono diminuite dal 62% al 54%. Aumenta anche il numero degli addeti, con +10% rispetto al 2016. E nonostante il 35% delle imprese intervistate conti un massimo di due addetti, il 47% degli studi ha tra i 3 e i 10 addetti e il 17% dà lavoro a oltre 11 professionisti.

Per quanto riguarda la formazione, il 58% degli operatori ha un titolo accademico: di questi, due su tre ha un diploma di laurea magistrale, ha conseguito un master o un dottorato di ricerca. Sono però poco frequenti figure professionali con competenze di economia e gestione d’impresa.

La maggioranza degli studi di sviluppo di videogiochi che operano in Italia (61%) sono costituiti sotto forma di società di capitali (SRL oppure SRLS). I liberi professionisti sono calati dal 40% (2016) al 13%. Per quanto riguarda invece le fasce di fatturato, solo 5 studi dichiarano un fatturato oltre i 2 milioni di euro. L’11% supera i 500.000 euro. Il resto del campione si suddivide in un 23% di studi con un fatturato tra 100.000 e 500.000 euro e un 66% di studi con un fatturato fino ai 100.000 euro.

A livello geografico, il Nord Italia si conferma ancora una volta l’area che ospita la maggior parte degli studi di sviluppo: la divisione tra Nord, Centro e Sud è rispettivamente di 57%, 24% e 18%. Nello specifico, è la Lombardia a mantenere la prima posizione per numero di studi (33%), seguita da Lazio (14%) ed Emilia Romagna (10%). A livello provinciale Milano, con il 23% delle imprese del settore, e Roma (14%) risultano essere le città con il maggior numero di studi.

Le piattaforme verso le quali si rivolgono maggiormente i team sono il PC (51.5%) e il mobile: quest’ultimo ha però visto un’inflessione passando dal 35% (2016) al 29%. Per quanto riguarda le console, rimangono stabili al 15%. La Realtà Aumentata e la Realtà Virtuale segnano invece il 9% e il 25%. Il modello di business più sfruttato è quello digitale (83%), seguito dalla vendita retail (29%). I marketplace più utilizzati sono Steam (72%), Google Play (49%) e App Store (45%).

L’autofinanziamento rimane la forma di sostentamento per eccellenza degli studi di sviluppo italiani. L’88% dei rispondenti dichiara, infatti, di ricorrere a risorse proprie per finanziare la propria attività. Cresce, però, il supporto dei publisher, che fornisce un’integrazione all’autofinanziamento al 21% delle aziende contro il 17% della rilevazione precedente. Di minore importanza il contributo derivante da piattaforme di fundraising (10%), private equity (9%), finanziamenti pubblici (6%), istituti bancari (6%) e venture capital (3%).

Lo studio rivela inoltre che la partecipazione a fiere ed eventi risulta di importanza centrale: l’82% delle aziende dichiara di aver partecipato ad almeno un’iniziativa negli ultimi 2 anni. Inoltre, pare che il 60% degli studi di sviluppo è riuscito ha prendervi parte grazie a incentivi o altre forme di supporto.

Per quanto riguarda invece i fatti che hanno ostacolato la crescita del settore, pare che il principale limite sia la mancanza di risorse finanziarie. Inoltre, vi sono difficoltà nel reperire personale qualificato sul mercato del lavoro. Altri fattori che limitano lo sviluppo sono identificati nel rischio troppo elevato dell’attività d’impresa, nella mancanza di una cultura commerciale adeguata e da un sistema fiscale e normativo non ade­guato a una sana e robusta crescita del sistema imprenditoriale del videogioco.

AESVI, infine, elenca le proprie raccomandazioni per agevolare la crescita dell’industria videoludica italiana:

  • Definizione di programmi strutturali di sostegno alla produzione di videogiochi
  • Sviluppo di programmi e incentivi volti ad attrarre capitali provenienti dai big player del settore e dagli investitori internazionali
  • Creazione di poli d’eccellenza sul territorio nazionale (condivisione di infrastrutture, competenze, conoscenze e know-how)
  • Formazione degli operatori del settore

GeForce RTX, diverse 2060 e 2070 senza USB-C per VirtualLink

di Manolo De Agostini

Non tutte le schede GeForce RTX dei partner sono dotate di connettore USB C nella parte posteriore per garantire la compatibilità con lo standard VirtualLink pensato per i visori di realtà virtuale futuri.

Sostenuto da Nvidia, AMD, Oculus, Valve e Microsoft, il nuovo standard VirtualLink usa una USB C per far passare alimentazione, video e dati verso il visore VR su un unico cavo e connettore. L’obiettivo principale è rendere la gestione dei cavi più semplice. Finora Nvidia ha adottato l’USB C per VirtualLink su tutte le Founders Edition di GeForce RTX, ma a quanto pare non tutti i partner stanno facendo altrettanto.

Diverse RTX 2060 mancano di tale connettore nella parte posteriore, a vantaggio di più HDMI/DisplayPort. La RTX 2060 Ventus 6G OC di MSI ad esempio ha tre DisplayPort e una HDMI (ma anche le altre serie di MSI non hanno l’USB C), la ROG Strix RTX 2060 di Asus ha due DisplayPort e due HDMI, la Gigabyte RTX 2060 Gaming OC 6G ha tre DisplayPort e una HDMI e potremmo andare avanti.

La scelta dei produttori però non è limitata all’ultima nata della famiglia Turing, ma interessa anche la RTX 2070, con la Asus RTX 2070 Turbo EVO presentata nelle scorse ore priva di USB C nella parte posteriore. Se però si guarda anche l’offerta di MSI, ad esempio, sono diverse le RTX 2070 senza tale connettore.

Insomma, la vostra intenzione è quella di acquistare una scheda video compatibile con VirtualLink in vista dei futuri visori VR non date per scontato – sulla base delle Founders Edition – che tutte le RTX sul mercato abbiano il connettore giusto. Controllate. Per ora non ci sono RTX 2080 Ti / 2080 senza USB C da quanto abbiamo visto, ma così non si può dire per la RTX 2060 e la RTX 2070. Le schede RTX prive di USB C possono ovviamente essere usate tranquillamente con i visori attuali, in quanto dotate della potenza necessaria e una HDMI. È poi necessario che il computer abbia un numero di porte USB adeguato (4 nel caso dell’Oculus Rift, tre 3.0 e una 2.0).

Le porte posteriori sulla Asus RTX 2070 Turbo EVO

Si tratta con tutta probabilità di una scelta per contenere i costi di produzione, attuata su alcune serie di fascia più bassa nell’offerta dei vari produttori. In un certo senso segnala anche il fatto che dopo il battage mediatico iniziale legato al debutto dei primi visori, il fenomeno VR abbia subito una battuta d’arresto, scendendo tra le priorità delle aziende tecnologiche. Ciò però non significa che la VR è morta, ma solo che probabilmente si aspettano sviluppi tecnologici affinché trovi maggiore apprezzamento da parte dei consumatori.

PlayStation Now arriva in Italia: ecco come registrarsi alla beta

di Nicola Armondi

Dopo il successo riscontrato in Europa, in Paesi come Regno Unito, Germania, Francia, Belgio, Paesi Bassi, Svizzera, Austria, Lussemburgo e Irlanda, Sony Interactive Entertainment rivela oggi che il servizio PlayStation Now arriverà anche in Italia, oltre che in Spagna, Portogallo, Norvegia, Danimarca, Finlandia e Svezia.

PlayStation Now è il servizio di giochi in abbonamento che permette di godere in streaming di oltre 600 giochi provenienti dal catalogo PlayStation 4, PlayStation 3 e PlayStation 2. È possibile giocare sia attraverso PS4, sia con PC Windows. Inoltre, alcuni giochi per PlayStation 4 e PlayStation 2 sono scaricabili sulla propria PS4 per giocarli offline con la risoluzione nativa.

Per ora non è definita una data di lancio precisa, è però possibile accedere a una beta pubblica, tramite il proprio account PS4. Sarà possibile provare il servizio, accedere al catalogo completo di titoli e fornire il proprio feedback al team di sviluppo all’inizio di febbraio. I giocatori di Italia, Spagna, Portogallo, Norvegia, Danimarca, Finlandia e Svezia, a partire da oggi, potranno registrarsi sul sito dedicato alla beta per avere la possibilità di testare il servizio. Potete fare richiesta a questo indirizzo.

PS Now offre giochi per tutti i gusti: giochi di corse, picchiaduro, sparatutto, indie, GDR, giochi per tutta la famiglia e altro ancora. La selezione di titoli a disposizione è sterminata: campioni di incassi, titoli acclamati dalla critica, incredibili esclusive PlayStation, successi per tutta la famiglia e non solo. L’aggiunta costante di nuovi contenuti garantisce che ci sia sempre qualcosa di nuovo da scoprire. Le recenti novità su PS Now includono Prey, For Honor, Mafia III e DiRT 4, con altri giochi aggiunti ogni mese.

Cosa ne pensate? Proverete la beta? Oppure il gioco in streaming non fa per voi?

PlayStation Now arriva in Italia: se volete sfruttarlo su console, vi conviene avere una PlayStation 4 Pro!

Flexgate, un nuovo problema per i MacBook Pro di Apple?

di Manolo De Agostini

Apple potrebbe trovarsi presto a fare i conti con un altro problema hardware legato ai propri MacBook Pro. iFixit, sul proprio blog, illustra infatti una criticità già ribattezzata “Flexgate” che sembrerebbe incidere negativamente sul funzionamento della retroilluminazione.

Sembra infatti che dopo diverse aperture e chiusure del coperchio di un MacBook Pro 2016 (o successivo) – un numero di volte ovviamente imprecisato ma senz’altro inferiore alle aspettative di un utente – i portatili inizino a presentare i seguenti sintomi: visualizzazione di una luce distorta nella parte inferiore del display quando si imposta un livello di luminosità elevato (stage light effect) e la totale assenza di retroilluminazione dopo aver aperto il coperchio oltre una certa misura.

Il problema è legato a un cavo interno che serve per collegare lo schermo del MacBook a una scheda di controllo nella base del computer. A partire dal 2016, Apple ha iniziato a usare cavi a nastro flessibili che vengono tesi ogni volta che aprite il coperchio del notebook. Operazione che quindi, nel tempo, può portare al danneggiamento dei cavi stessi, portando ai malfunzionamenti sopracitati.

Dopo quindi gli intoppi con la tastiera a farfalla, risolti in larga parte con un nuovo design lo scorso anno, sembra che i MacBook Pro di nuova progettazione dal 2016 in poi siano destinati a sollevare nuove polemiche, anche se bisogna dire che attualmente non è chiaro quanto sia diffuso il problema. Soprattutto considerando il fatto che dipende dall’uso e dall’età del prodotto. Secondo iFixit il danno ai cavi avviene lentamente nel corso del tempo.

Il sito Flexgate.me offre una lista dei modelli coinvolti, una serie di video e discussioni di supporto. Oltre al fatto che la criticità sembra essere fuori garanzia, iFixit fa notare che i cavi degli ultimi MacBook Pro sono direttamente integrati nello schermo, il che significa che se smettono di funzionare è necessario sostituire l’intero schermo. Si parla quindi di un esborso elevato (600 dollari), mentre i vecchi MacBook Pro con problemi al connettore video non necessitavano dell’intera sostituzione del display, ma di un’operazione dal costo di 6 dollari.

Non è chiaro secondo iFixit se il nuovo MacBook Air soffra dello stesso “difetto”, dato che è disponibile da poco ma è comunque dotato di una configurazione hardware simile – seppur diversa per lo schermo. Apple al momento non ha commentato la notizia, ma probabilmente lo farà a breve. Per il momento quindi niente allarmismi, ma seguite la vicenda, specie se avete uno dei MacBook Pro potenzialmente interessati. Se volete, potete anche firmare una petizione in cui si chiede ad Apple di lanciare un programma di garanzia esteso per il problema, sistemando i computer gratuitamente o rimborsando chi ha già sostenuto interventi a proprio carico.

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SSD Samsung 970 EVO Plus al debutto, V-NAND di quinta generazione per aumentare la velocità

di Manolo De Agostini

Samsung Electronics ha annunciato i Samsung 970 EVO Plus, nuova serie di SSD M.2 NVMe (PCIe 3.0 x4, NVMe 1.3) destinata a videogiocatori e creatori di contenuti. I nuovi 970 EVO Plus si basano sulla memoria V-NAND di quinta generazione a 96 layer di tipo TLC, accanto a cui troviamo un controller Samsung Phoenix. Quattro i modelli che arrivano sul mercato: 250 GB, 500 GB, 1 TB e 2 TB.

Ogni SSD è dotato di memoria DRAM, segnatamente 2 GB di LPDDR4 per il modello da 2 TB, 1 GB di LPDDR4 per quello da 1 TB e 512 MB di LPDDR4 per le due versioni meno capienti. In attesa di mettere le mani sul nuovo 970 EVO Plus, Samsung afferma di aver migliorato le prestazioni, in particolare quelle in scrittura.

I valori di punta in lettura e scrittura sequenziale sono infatti rispettivamente di 3500 e 3300 MB/s, mentre i precedenti 970 EVO si fermano a 3500 / 2500 MB/s. Le prestazioni in lettura e scrittura casuale di punta raggiungono 620.000 e 560.000 IOPS, mentre i 970 EVO si attestano rispettivamente a 500.000 e 480.000 IOPS.

Invariata invece la garanzia, pari a 5 anni, e la resistenza, con 150 TBW per il modello da 250 GB e così via raddoppiando per ogni capacità, sino a 1200 TBW per l’unità da 2 TB. Gli SSD sono disponibili da subito salvo il modello da 2 TB in arrivo nel mese di aprile. I prezzi (negli USA) partono da 90 dollari esentasse per il 250 GB e arrivano a 250 dollari per il modello da 1 TB. Ignoto il listino del 2 TB. In Italia si parte da 105,59 euro.

Samsung 970 EVO Plus 250GB Samsung 970 EVO Plus 500GB Samsung 970 EVO Plus 1TB Samsung 970 EVO Plus 2TB
Prezzo 89,99 dollari 129,99 dollari 249,99 dollari N/A
Capacità (Utente / Grezza) 250GB / 256GB 500GB / 512GB 1000GB / 1024GB 2000GB / 2048GB
Form Factor M.2 2280 singola faccia M.2 2280 singola faccia M.2 2280 singola faccia M.2 2280 singola faccia
Interfaccia / Protocollo PCIe 3.0 x4 / NVMe 1.3 PCIe 3.0 x4 / NVMe 1.3 PCIe 3.0 x4 / NVMe 1.3 PCIe 3.0 x4 / NVMe 1.3
Controller Samsung Phoenix Samsung Phoenix Samsung Phoenix Samsung Phoenix
DRAM 512MB Samsung LPDDR4 512MB Samsung LPDDR4 1GB Samsung LPDDR4 2GB Samsung LPDDR4
Memoria Samsung 9x-layer V-NAND TLC Samsung 9x-layer V-NAND TLC Samsung 9x-layer V-NAND TLC Samsung 9x-layer V-NAND TLC
Lettura seq. 3500 MB/s 3500 MB/s 3500 MB/s 3500 MB/s
Scrittura seq. 2300 MB/s 3200 MB/s 3300 MB/s 3300 MB/s
Lettura cas. 250.000 IOPS 480.000 IOPS 600.000 IOPS  620.000 IOPS
Scrittura cas. 550.000 IOPS 550.000 IOPS 550.000 IOPS  560.000 IOPS
Cifratura Class 0 (256-bit FDE), TCG Opal 2.0, Microsoft eDrive Class 0 (256-bit FDE), TCG Opal 2.0, Microsoft eDrive Class 0 (256-bit FDE), TCG Opal 2.0, Microsoft eDrive Class 0 (256-bit FDE), TCG Opal 2.0, Microsoft eDrive
Resistenza 150 TBW 300 TBW 600 TBW 1200 TBW
Part Number MZ-V7S250 MZ-V7S500 MZ-V7S1T0 MZ-V7S2T0
Garanzia 5 anni 5 anni 5 anni 5 anni

 

IO, l’app nazionale per i servizi pubblici online sarà pronta entro il 2019

di Pino Bruno

Otto mesi fa vi abbiamo parlato del progetto IO, l’applicazione sperimentale per permettere ai cittadini di gestire direttamente dal proprio smartphone i rapporti con la Pubblica Amministrazione e l’accesso ai servizi pubblici. Ebbene, il Team per la Trasformazione Digitale della Presidenza del Consiglio, in collaborazione con AgID (Agenzia per l’Italia Digitale), si è portato avanti con il lavoro. Nella seconda metà del 2019, sarà pubblicata la prima release dell’applicazione IO negli app store per Android e iOS.

Nei prossimi mesi si passerà dunque al test dell’applicazione reale. In primavera IO sarà provata da qualche migliaio di cittadini in tutta Italia, selezionati come beta tester dagli enti che partecipano alla sperimentazione, tra cui i Comuni di Milano, Palermo, Brescia, Cagliari, Cesena, Valsamoggia, Ripalta Cremasca e agenzie centrali come ACI e Agenzia delle Entrate-Riscossione, etc.

I cittadini che prenderanno parte a questo test su invito (closed-beta) potranno utilizzare l’applicazione interagendo con i servizi reali forniti dagli enti, effettuando operazioni e pagamenti validi a tutti gli effetti. Questo periodo di test della versione beta permetterà al Team di individuare e risolvere eventuali criticità legate al funzionamento dell’applicazione. Inoltre, gli enti avranno modo di verificare l’efficacia dell’integrazione con i servizi di IO, consentendo di ottimizzare anche il modo con cui altri enti potranno entrare a far parte del progetto. Il metodo “su invito”, infine, potrà essere replicato in fasi successive dello sviluppo dell’applicazione, per provarne nuove versioni, funzioni o potenzialità.

Nella seconda metà del 2019 – come dicevamo – IO sarà disponibile negli app store Android e iOS con una prima release pubblica. In questa fase, l’applicazione potrà essere liberamente installata da tutti i cittadini, ma verrà promossa solo nei territori (sicuramente molti di più rispetto alla closed-beta) in cui l’adesione degli enti locali ha già permesso la disponibilità di un ampio numero di servizi integrati all’interno della app. Un avvio “a macchia di leopardo”, che permetterà di far crescere il progetto coinvolgendo un numero sempre maggiore di enti e cittadini su tutto il territorio nazionale.

IO è un progetto al 100 percento open source. Tutto il codice delle varie componenti, tutta la documentazione, tutte le discussioni e gli strumenti attraverso cui viene portato avanti ogni giorno sono pubblici e facilmente raggiungibili dal sito del progetto. Il Team di Palazzo Chigi, coordinato dal commissario Luca Attias, dice che “chiunque voglia contribuire e abbia sufficienti competenze e motivazione è benvenuto”.

TV 8K con sorpresa: secondo Sony, è meglio tenerli a distanza

di Giancarlo Calzetta

Per molti di noi, piazzare il televisore in casa è quasi una scelta obbligata. Abbiamo un divano, una parete libera e… facciamo di necessità virtù. Chi può permettersi di scegliere, invece, ha davanti a sé una vagonata di variabili da tenere presenti tra le quali spiccano la distanza dello spettatore dal televisore, la diagonale dello schermo e la sua risoluzione. In particolare, la risoluzione dello schermo ha iniziato a diventare un fattore importante con il quale confrontarsi dall’avvento dell’HD, dato che stravolgeva i parametri in un campo dove la tecnologia era immobile da decenni in termini di risoluzione dello schermo.

Ovviamente i produttori di televisori hanno uno stuolo di ingegneri che studiano ogni aspetto della resa dei propri prodotti, per ottimizzarne la resa e ottenere un vantaggio competitivo sui concorrenti. Così, si sono succeduti innumerevoli studi su quale sia la distanza giusta tra spettatore e schermo per ottenere il miglior effetto realistico e immersivo.

Sui televisori 4K, questa misura corrisponde a una volta e mezza la diagonale del televisore. In questo modo, i pixel sono abbastanza piccoli da non esser notati come “scalettatura” nelle immagini, ma sono ancora abbastanza grandi da migliorare la definizione percepita rispetto a schermi Full HD.

All’ultimo CES, però, abbiamo visto come tutti i produttori stiano preparando la loro linea di televisori 8K e questo ci costringerebbe a rivedere la formula appena citata. Dal momento che la risoluzione degli 8K è 4 volte quelli degli schermi 4K, la distanza a cui piazzare il televisore dovrebbe essere dimezzata.  “Invece” – ci ha svelato Toshiyuki Ohura – “non è così. Quando i pixel diventano così piccoli, entrano in gioco altri fattori che contribuiscono maggiormente a dare una sensazione di realismo dell’immagine”.

Secondo le prove che hanno effettuato su un gran numero di persone, la distanza ottimale a cui piazzare un televisore 8K dal suo spettatore è ancora di 1,5 volte la misura della diagonale. Esattamente come nei 4K. “Avvicinare lo spettatore oltre questa soglia” – continua Ohura – “contribuisce a peggiorare man mano la percezione di realismo, nonostante il fatto che l’occhio umano dovrebbe, invece e in teoria, apprezzare l’aumento di dettaglio. Restando, invece, alla distanza di 1,5 volte la diagonale, la percezione di realismo migliora lo stesso rispetto a un 4K pur senza sfruttare, teoricamente, a pieno la nuova risoluzione”.

Probabilmente, la maggior parte di questa sensazione di perdita di realismo ha a che fare con il campo visivo. Avvicinarsi troppo a un televisore vuol dire non essere più in grado di goderne comodamente di tutta l’immagine ed essere costretti a muovere gli occhio o addirittura la testa più di quanto siamo abituati a fare.

TP-Link presenta Neffos C5 Plus, primo smartphone Android Go dell’azienda

di Christian Mazza

TP-Link, nella giornata di oggi, ha presentato Neffos C5 Plus, primo smartphone dell’azienda cinese a montare Android Go, versione leggera del sistema operativo del robottino verde. Il tratto distintivo del device di è sicuramente il prezzo, in quanto verrà proposto a 69,99 euro per nella sua versione base.

TP-Link con la sua nuova creatura vuole coinvolgere quel bacino d’utenza alla ricerca di uno smartphone sicuramente economico ma allo stesso tempo in grado di soddisfare le esigenze base. Il display di Neffos C5 Plus è FullView da 5,34 pollici con rapporto di forma 18:9 FWVGA 960 x 480 con densità di 201 ppi, il cuore pulsante è un processore MediaTek MT6580M Quad Core da 1,3 ghz coadiuvato da 512 MB di RAM per la versione da 8 GB di storage interno e un’altra variante da 1 GB di RAM e due tagli di memoria: 8 e 16, in tutti e tre i casi la memoria è espandibile fino a 64 GB mediante micro-SD.

Per quanto riguarda il comparto fotografico, la nuoca creatura di TP-Link propone una fotocamera posteriore da 5 megapixel e un’altra, frontale, da 2 megapixel. Completa il quadro una batteria da 2200 mAh, Connettività 3G, WiFi 802.11 b/g/n a 2,4GHz, Bluetooth 4.0 e micro USB. Nonostante la quantità esigua di memoria RAM, Neffos C5 Plus grazie ad Android 8.1 Oreo nella versione GO, è in grado di ottimizzare le performance, consentendo l’apertura di applicazioni il 15% più velocemente.

Neffos C5 Plus sarà commercializzato in due diverse colorazioni: Red e Grey, con prezzi a partire da 69,99 euro per la versione 512 MB/8 GB, 79,99 euro per quella 1 GB/8 GB e 89,99 euro per quella 1 GB/16 GB.

È possibile acquistare Neffos C9A con 2GB di RAM e 16GB di memoria espandibile a 142 euro attraverso Amazon. Lo trovate a questo link.

Honor View 20: segui con Tom’s la live per il lancio europeo

di Saverio Alloggio

Per partecipare all’esclusiva di lancio di Honor View 20, vi basterà collegarvi domani – 22 gennaio – sulla homepage di Tom’s, a partire dalle 17:00.

Honor View 20 è ufficialmente tra noi. Con un evento organizzato ad hoc a Parigi, lo smartphone verrà lanciato a livello globale dopo il suo annuncio in Cina lo scorso 26 dicembre. L’ultima creatura dell’azienda cinese si presenta con una scheda tecnica da top di gamma e con un design davvero particolare grazie al foro sul display. Un elemento destinato a diventare un trend in questo 2019.

Partiamo dalla parte frontale che è stata completamente ridisegnata rispetto al predecessore Honor View 10. Il display è IPS LCD da 6,4 pollici con risoluzione Full-HD+ (2310 X 1080 pixel) e rapporto di schermo di 19,25:9. In questo caso, il produttore cinese ha ridotto le cornici abbandonando anche il notch e scegliendo di integrare la fotocamera frontale da 25 Megapixel (con obiettivo f/2.0) all’interno di un foro sul display del diametro di soli 4,5 mm. In questo modo, è stato raggiunto il 91,82% di rapporto screen-to-body.

Il foro è stato posizionato sul lato alto sinistro e girando lo smartphone in posizione orizzontale si ha davvero la sensazione di avere un dispositivo quasi totalmente borderless. Tuttavia, in fase di recensione, sarà interessante capire se questo foro possa risultare un impedimento nella fruizione dei contenuti multimediali.

Le novità non mancano nemmeno per il comparto fotografico. Sulla parte posteriore c’è un sensore Sony IMX586 da ben 48 Megapixel e obiettivo f/1.8, coadiuvato da un sensore TOF 3D, che dovrebbe essere in grado di ricreare un migliore effetto bokeh (fondo sfocato) e immagini tridimensionali. Inoltre, grazie alla tecnologia denominata Pixel Binning che combina 4 pixel in 1, la risoluzione verrà ridotta a 12 Megapixel per garantire foto più luminose in condizioni di scarsa luminosità.

La fotocamera utilizza gli algoritmi di intelligenza artificiale di cui è dotato il processore Kirin 980, che abbiamo già avuto modo di apprezzare in altri dispositivi come il Mate 20 Pro. Nel caso del View è accoppiato a 6 o 8 Gigabyte di RAM e 128 o 256 Gigabyte di memoria interna non espandibile. La piattaforma software è affidata ad Android 9 Pie personalizzato con l’interfaccia grafica MagicUI 2.0, che mette a disposizione tantissime opzioni di personalizzazione.

La scocca è realizzata in vetro con una particolare texture sul retro, che ricrea delle linee a forma di V visibili tramite i soliti giochi di luce a cui ci ha ormai abituati Honor. Gli angoli sono arrotondati e le dimensioni generali sono pari a 156,9 x 75,4 x 8,1 mm per 180 grammi di peso. I materiali utilizzati, unitamente al sistema di raffreddamento a liquido, dovrebbero garantire una perfetta dissipazione del calore.

La batteria è più capiente rispetto al predecessore. Ci sono infatti ben 4.000 mAh con supporto alla ricarica rapida Super Charge (da o% a 50% in 30 minuti). Completa la connettività: WiFi dual-band ac, Bluetooth 5.0, A-GPS a doppia frequenza, NFC, porta USB-C e jack audio da 3,5 mm. Manca un secondo altoparlante stereo e non ci sono certificazioni di impermeabilità.

Attendiamo comunicazioni ufficiali in merito ai prezzi per l’Europa. La strategia del produttore cinese dovrebbe comunque rimanere la medesima, ovvero puntare sul rapporto qualità/prezzo. Honor View 20 sarà comunque disponibile nelle varianti cromatiche Sapphire Blue, Midnight Black e Phantom Blue, come sempre pensate per intercettare i gusti di un’ampia fetta di utenti, incluso il pubblico femminile.

Honor View 10 Lite è uno dei migliori smartphone per chi ha un budget non superiore ai 270 euro. È disponibile all’acquisto sullo store ufficiale, lo trovate a questo link.

Intelligenza Artificiale ed etica, Facebook ci mette 7,5 milioni di dollari

di Valerio Porcu

Facebook ha avviato un centro di ricerca per l’etica dell’intelligenza artificiale. Si chiamerà Institute for Ethics in Artificial Intelligence e sarà sviluppato in collaborazione con l’Università di Monaco (Germania).

Come altre iniziative simili, il centro di ricerca si occuperà di indagare le implicazioni etiche dell’Intelligenza Artificiale, e soprattutto di sviluppare possibili risposte alle domande generate dalla tecnologia che, secondo tutti gli osservatori, presto innescherà cambiamenti epocali nel mondo.

In particolare, Facebook ha partecipato alla fondazione del centro con 7,5 milioni di dollari, che saranno versati nel corso di 5 anni per finanziare le ricerche. L’istituto userà questo denaro, ma cercherà anche finanziamenti altrove.

“L’Università Tecnica di Monaco (TUM)”, si legge nel comunicato stampa di Facebook, “è una delle migliori al mondo nel campo dell’Intelligenza Artificiale, con attività vanno dalla ricerca di base ad applicazioni come la robotica e la machine intelligence, fino allo studio delle implicazioni sociali dell’AI. L’Institute for Ethics in Artificial Intelligence metterà a frutto l’esperienza accademica, le risorse e la rete globale per portare avanti una ricerca etica rigorosa riguardo le questioni sollevate dalle tecnologie emergenti”.

Dobbiamo dunque attenderci, nei prossimi mesi e anni, che il nuovo centro aggiunga le proprie pubblicazioni a quelle già numerosi su questi argomenti. Che includono questioni come le armi intelligenti, in particolare quelle in grado di decidere autonomamente se e quando colpire; oppure i veicoli a guida autonoma, e il dilemma da gestire in caso di situazioni in cui è impossibile evitare il ferimento o la morte di un essere umano.

Immagine: depositphotos

E ancora, la ricerca etica dovrà occuparsi dell’impatto sul mondo del lavoro – in particolare riguardo al fatto che molti posti di lavoro semplicemente smetteranno di esistere; all’inizio ne nasceranno di nuovi ma a lungo termine sembra certo che il bilancio sarà negativo, faccenda che andrà affrontata da un punto di vista etico, oltre che giuridico e amministrativo.

Che Facebook si imbarchi in un’impresa del genere, poi, è tutt’altro che sorprendente. Questa società è tra quelle maggiormente impegnate nello sviluppo di Intelligenza Artificiale, ed è inoltre occupata in ambiti particolarmente delicati – quelli che riguardano i dati personali delle persone o tecnologie potenzialmente pericolose come il riconoscimento facciale.

L’azienda inoltre ha già avuto la sua (generosa) dose di problemi relativamente ad abusi dei dati personali da una parte, e dall’altra al fallimento degli algoritmi nel riconoscimento di contenuti illegali, violenti, discriminatori o comunque contrari alle linee guida nel social network. E ci sono questioni apparentemente secondarie, ma complesse, come la gestione del copyright e l’uso di filtri automatici – è l’idea della controversa riforma europea del copyright, che ha fatto la sua parte per ravvivare il dibattito sulle “vere” capacità degli algoritmi.

È ovviamente nell’interesse di Facebook, dunque, sviluppare strumenti più potenti – probabilmente l’unico strumento che possa permettere al social network di restare rilevante negli anni a venire. E allo stesso tempo è nel suo interesse svilupparli in maniera da non sollevare critiche: le conseguenze potrebbero, un giorno, diventare ingestibili.

Le questioni etiche sono importanti, soprattutto guardando al domani. Per capire com’è e cos’è l’Intelligenza Artificiale oggi, invece, sarà utile Artificial Intelligence di Alessandro Vitale.

Huawei Mate 20 Pro conquista la vetta nella classifica di DxOMark

di Lucia Massaro

Il Mate 20 Pro continua a essere oggetto di test. Questa volta è stato analizzato da DxOMark – il portale di benchmark che valuta la qualità fotografica dei dispositivi – ottenendo una media di 109 punti. Un risultato che lo porta sul gradino più alto della classifica insieme al fratello P20 Pro.

Nello specifico, il punteggio totale rappresenta una media tra i punti ottenuti per gli scatti (114) e quelli raggiunti per i video (97). Una qualità che abbiamo avuto modo di provare con mano e che ci ha portato – nella nostra recensione – a definire il Mate 20 Pro come il miglior smartphone in ambito fotografico, soprattutto in notturna.

Il comparto fotografico di Mate 20 Pro è composto da una tripla fotocamera posteriore con sensore principale da 40 MP coadiuvato da uno grandangolare da 20 MP e da un teleobiettivo da 8MP che supporto lo zoom ottico 5X. Frontalmente, una fotocamera da 24MP.

Il portale esalta in particolar modo l’esposizione, la resa cromatica, la messa a fuoco automatica e la riduzione del rumore durante la registrazione video.Un po’ meno precisi sono stati invece gli scatti con effetto bokeh che seppur di buon livello sembrano essere leggermente inferiori rispetto al già citato P20 Pro. Infatti, la modalità ritratto è l’elemento che ha ottenuto il punteggio più basso (60).

In ogni caso, Huawei ha fatto centro sul comparto fotografico. La prova è la presenza dei due top di gamma della casa cinese che occupano il primo posto in classifica. Le cose potrebbero ulteriormente migliorare con l’arrivo del P30 Pro – che dovrebbe avere ben 4 fotocamere con zoom ottico 10X.

Huawei Mate 20 Pro è disponibile all’acquisto attraverso Amazon con una cover in omaggio. Lo trovate a questo link.

MSI parla dalle carenza di CPU Intel e spiega perché non ha puntato (ancora) su AMD

di Manolo De Agostini

Dal primo gennaio MSI ha un nuovo amministratore delegato, Charles Chiang, un veterano dell’azienda che ha lavorato come vicepresidente esecutivo per le piattaforme desktop e ha ricoperto alcuni ruoli nell’ambito della ricerca e sviluppo. Nel corso di un’intervista con i colleghi di Tom’s Hardware USA, Chiang ha parlato di alcuni dei temi di più stretta attualità, dalla carenza di chip Intel all’uso delle soluzioni di AMD, dalla competizione crescente con le altre aziende fino alla guerra commerciale che vede Stati Uniti e Cina alla prova di forza.

Per quanto riguarda i ben noti problemi di Intel nel tenere il passo della domanda di mercato con la produzione di microprocessori, Chiang ha spiegato che MSI è riuscita a ottenere un numero sufficiente di CPU per tutti i propri sistemi, siano essi portatili o desktop, malgrado Intel abbia fissato delle priorità nell’evadere gli ordini: prima i chip per datacenter e notebook, e infine le CPU desktop.

“Siamo concentrati sui prodotti di fascia alta e abbiamo la priorità nella fornitura di CPU”, ha affermato il dirigente. “Intel dice a tutti che ha la priorità di fornire chip di fascia alta. [Dicono] ‘iniziamo prima dai datacenter, poi passiamo al settore mobile e in ultimo i chip desktop’. Così forniscono prima i processori H Core i9 e i7, poi le soluzioni U e successivamente tocca ai desktop”.

Intel ha dichiarato più volte di aver dato priorità alla produzione di CPU Xeon e Core di fascia alta, ma l’azienda non ha confermato o smentito la scelta di produrre prima i chip mobile di quelli desktop. Malgrado MSI non abbia faticato troppo a ottenere i chip per i propri sistemi, la scarsità di CPU a basso costo ha avuto un effetto negativo sulle vendite delle schede madre dell’azienda.

“Se questa carenza di CPU ha colpito MSI, devo dire che è avvenuto sul fronte delle motherboard e ci ha colpito duramente”, ha confessato Chiang, aggiungendo che la scelta di Intel di ritornare alla produzione a 22 nanometri per i chipset ha creato confusione tra i partner. “Per le schede madre è stato davvero critico lo scorso anno. Hanno un problema con i 14 nanometri. Perciò Intel è ritornata ai 22 nanometri e ha continuato a cambiare la propria roadmap. Non abbiamo un’immagine chiara della loro offerta”. A risentirne non solo la fascia bassa, ma anche quella alta, con le vendite di schede madre Z390 sotto le attese a causa della priorità molto bassa data alla produzione dei chip desktop.

Fortunatamente secondo Chiang il peggio è alle spalle e la produzione sta aumentando grazie agli investimenti fatti da Intel. Ciò però non significa che tutto tornerà alla normalità nel breve periodo, anzi la carenza di chip durerà almeno fino all’ultimo trimestre dell’anno. “Il Q1 è ancora una sfida. Nel Q2 andrà meglio, nel Q3 decisamente meglio e nel Q4 penso non sarà più un problema. In generale il periodo peggiore per la fornitura di CPU Intel è stato superato”. I problemi produttivi di Intel hanno aperto una finestra di opportunità per la rivale AMD in ambito desktop, tanto che MSI ha venduto molte più schede madre per le CPU AMD.

“Tutti sanno che le CPU Ryzen sono disponibili e AMD ha guadagnato molte quote di mercato a causa dello shortage di Intel. Dato che Intel non ha ritenuto prioritario fornire CPU Pentium, Celeron, di fascia bassa e media, questo ha permesso ad AMD di aumentare la propria quota di mercato sui desktop. Perciò stiamo facendo molto bene sul fronte AMD. Abbiamo una grande fetta di mercato di motherboard AMD, il che turba molto Intel“, ha affermato Chiang aggiungendo, “ma dico loro (Intel, ndr) che una volta risolto il problema vedremo come potremo recuperare la loro quota”.

Sempre in tema AMD, Chiang ha spiegato che l’azienda è reticente nell’usare le sue CPU in notebook e desktop per tre ragioni principali:

  • Sperimentazione: MSI è una società più piccola di altre e non può permettersi di sperimentare con piattaforme diverse in questo momento. “Dico sempre che non siamo abbastanza grandi da rendere le cose troppo complicate”, ha dichiarato Chiang citando tutte le diverse serie di portatili gaming MSI, dalla serie GT di fascia alta a quella budget GL, sottolineando che la lineup è già piuttosto complessa. Ha inoltre asserito che, dato l’interesse di MSI nell’ottimizzare l’esperienza utente, scegliere AMD aggiungerebbe un ulteriore livello di complessità.
  • Brutte esperienze passate: MSI ha usato le CPU AMD nei propri sistemi in passato, ma a quanto pare ha avuto una brutta esperienza. “In quel momento i loro prodotti non erano così buoni e il loro supporto non era soddisfacente”, ha detto Chiang.
  • Il rapporto con Intel: Chiang ha affermato che dato il forte supporto da parte di Intel durante lo shortage, sarebbe imbarazzante dire a Intel di aver scelto di uscire con un prodotto con tecnologia AMD. “È molto difficile per noi dirgli ‘ehi, non vogliamo usare Intel al 100%’, perché ci hanno dato un supporto molto buono”. Chiang, tuttavia, non ha fatto menzione di pressioni da parte di Intel a lui o all’azienda.

Timori a parte, Chiang ha spiegato che sta considerando molto attentamente l’uso delle CPU AMD nel prossimo futuro. “So che Ryzen e Ryzen Mobile stanno per cambiare le carte in tavola. Continuiamo a valutarli, ma non abbiamo un piano o una data specifica su quando faremo qualcosa con AMD”.

Parlando invece della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, Chiang ha detto che MSI ha subito l’impatto dalle tariffe imposte da Trump sui beni elettronici provenienti dalla Cina, con un aumento dei prezzi tra il 5% e il 10%. Il CEO ritiene però che i consumatori che acquistano o costruiscono un nuovo PC ad alcuni anni di distanza probabilmente non noteranno la differenza.

“Quante volte le persone comprano un portatile? Quanto spesso acquistano un desktop o un monitor, che sia gaming o meno? Forse ogni due, tre o quattro anni. Quindi la loro precedente [esperienza] di acquisto è forse di tre, quattro anni fa. Perciò se si aggiunge il 5/10% non ne subiscono l’impatto”. A patire di più secondo il dirigente sono le grandi aziende che acquistano nuovi computer ogni anno.

Alcuni produttori stanno trasferendo la loro produzione fuori dalla Cina in paesi come il Vietnam, la Tailandia e Taiwan, ma Chiang si è detto riluttante a investire molto capitale nel tentativo di risolvere un problema tariffario che potrebbe finire in ogni momento.

Per quanto concerne i piani di crescita di MSI, il CEO ha dichiarato che non intende cambiare troppo il focus dell’azienda sul gaming e il mercato prosumer / professionale. “In termini economici non possiamo competere con le aziende più grandi, ma abbiamo visto che i consumatori richiedono quel tipo di prodotti ad alte prestazioni che sono il nostro cuore. Siamo molto bravi in questo”, ha spiegato.

“Abbiamo iniziato con il gaming circa cinque o sei anni fa e continuiamo a crescere ogni anno. Ci chiediamo sempre qual è la prossima area in cui possiamo espanderci. Sicuramente non è quella dei PC economici o business. Lo scorso anno pensavamo a cosa offrire al pubblico prosumer e ai creatori di contenuti e abbiamo parlato con Nvidia e Intel. Ed è così che abbiamo la serie Prestige“.

Chiang crede così tanto nella nuova serie che secondo lui potrebbe riuscire a sottrarre pubblico ad Apple. “Vogliamo creare un ecosistema di prodotti Prestige. Possiamo ottenere una buona esperienza utente e forse dirottare l’1/2% di utenti Apple su di noi. Per noi quello sarebbe già un grande mercato”.

Un prototipo open source per tutti i siti dei comuni italiani, il TeamDigitale italiano è partito dalle migliori esperienze locali

di Dario D'Elia

I siti Web dei Comuni italiani differiscono notevolmente per qualità ed efficienza, ma adesso grazie al modello realizzato da Designers Italia, punto di riferimento per il design dei servizi della Pubblica Amministrazione in Italia, sarà possibile ottenere una maggiore uniformità nazionale.

“Abbiamo deciso di creare uno standard per i siti degli oltre ottomila Comuni italiani per mettere a disposizione di tutti un servizio di qualità con tutte le caratteristiche di base necessarie, che possa essere replicato senza dover reinventare ogni volta la ruota”, spiega in un lungo articolo pubblicato su Medium Lorenzo Fabbri del del Digital Transformation Team del Governo.

“Un modello di riferimento unico, in grado di promuovere le soluzioni più efficienti per i cittadini e favorire la collaborazione tra Comuni e tra enti: se parli la stessa lingua digitale è più facile collaborare e condividere esperienze”.

La questione di fondo è che oggi il sito di un Comune assolve a una serie di compiti: informare sugli eventi cittadini e la viabilità, consentire l’iscrizione all’asilo, fornire dettagli sulla raccolta differenziata, prenotare il rinnovo della carta di identità, pagare le tasse sui rifiuti o una multa, etc.

Ovviamente anche a seconda della dimensione del Comune possono esservi o non esservi servizi essenziali, ma il modello proposto dal Team è modulare e personalizzabile in ogni aspetto.

“Abbiamo organizzato questi modelli all’interno di un prototipo che abbiamo rilasciato in modalità open source (presto disponibile anche sotto forma di template html, in corso di pubblicazione all’interno del kit di sviluppo di Designers Italia)”, prosegue Fabbri. “Insieme al prototipo, abbiamo pubblicato la documentazione nella pagina di descrizione del progetto: in questo modo tutti i Comuni italiani (e gli sviluppatori che lavorano ai siti) potranno usare i pattern e gli elementi che abbiamo progettato, per poi adattare liberamente il progetto alle rispettive esigenze specifiche”.

Da rilevare che la progettazione ha considerato anche la fruizione mobile e quindi non deve stupire l’integrazione di funzioni di QR Code per eventualmente abilitare servizi speciali.

“L’organizzazione dei contenuti del sito, seguendo le linee guida di Designers Italia in tema di architettura dell’informazione, tiene conto sia del punto di vista dei cittadini (gli argomenti) che dell’organizzazione del Comune in uffici”, puntualizza l’esperto.

La buona notizia è che questo prototipo non nasce da un lavoro teorico sui massimi sistemi, ma è il frutto delle migliori esperienze locali, realizzate da decine di Comuni italiani.

“Un approccio di condivisione delle migliori pratiche, reso possibile dalle piattaforme di designer e sviluppatori Designers Italia e Developers Italia, che abbiamo creato proprio come community in grado di connettere tra loro enti e realtà locali della Pubblica Amministrazione”, sottolinea l’esperto.

Si pensi ad esempio al nuovo sito del Comune di Firenze, oppure alla piattaforma della Regione Veneto “MyPortal 3”, che aggrega 150 Comuni italiani.

“Per partecipare al progetto e scambiare idee sui siti dei Comuni si può utilizzare la sezione dedicata di Forum Italia“, conclude il post. “Sul sito di Designers Italia sono disponibili la documentazione, l’architettura dell’informazione e i prototipi”.

La Germania sta pensando di escludere Huawei dal mercato 5G

di Dario D'Elia

Il Governo tedesco sta considerando la possibilità di vietare a Huawei la fornitura di apparecchiature per lo sviluppo della rete 5G nazionale. Gli Esteri hanno confermato a CNBC che proprio ieri si è tenuto un meeting al riguardo perché il tema della sicurezza è di “grande importanza”.

“La sicurezza della futura rete 5G è molto importante per il Governo Federale. Il Governo sarà indirizzato da questo in relazione alla creazione della futura 5G”, ha dichiarato in una nota il Ministro degli Affari Economici tedesco. Ad ogni modo nulla è stato ancora deciso, anche se il quotidiano Handelsblatt ha anticipato che l’amministrazione Merkel starebbe convergendo verso una chiusura.

Huawei ha risposto ufficialmente che non vi sono motivi di escludere l’azienda dallo sviluppo delle nuove reti e che l’approccio di verifica e standardizzazione delle soluzioni tecnologiche portato avanti fino adesso dal Governo Federale tedesco è benvenuto.

Il nodo della questione è che Washington sostiene che le apparecchiature di Huawei potrebbero rappresentare un pericolo per la sicurezza dei paesi alleati, nascondendo “backdoor” che la Cina potrebbe sfruttare per attività di spionaggio. Mancano all’appello prove inconfutabili, ma diversi paesi, come ad esempio Canada, Regno Unito, Australia e Nuova Zelanda, hanno deciso di seguire l’esempio statunitense e vietare al colosso cinese – che è leader mondiale del settore delle reti – di collaborare allo sviluppo delle nuove reti 5G.

Come se non bastasse, sempre ieri, l’Università di Oxford ha deciso che non accetterà più da Huawei donazioni e sponsorizzazioni dedicate alla ricerca. “La decisione è stata presa alla luce delle preoccupazioni dell’opinione pubblica sollevate negli ultimi mesi riguardo alle partnership nel Regno Unito con Huawei. Speriamo che questi problemi possano essere risolti a breve “, si legge nel comunicato diffuso dal noto ateneo.

Recensione Nebula Mars II, mini proiettore Android

di Andrea Ferrario

Nebula Mars II è un mini proiettore, piccolo e compatto, attivabile in pochi secondi grazie soprattutto alla batteria integrata e al sistema operativo Android che lo rende a tutti gli effetti un prodotto indipendente e adattabile a molte situazioni. Che vogliate usarlo per una presentazione di lavoro o per guardare un film con gli amici, non dovrete fare altro che pigiare un paio di tasti.

Come è fatto

Anker, il produttore, ha ricercato semplicità e compattezza nella realizzazione di Mars II. È un parallelepipedo da solo 1.79 Kg, con i connettori nella parte posteriore, opposti all’obiettivo di proiezione, e i pulsanti di comando posti nella superficie superiore. Un foro filettato posto nel bordo inferiore permette di posizionarlo su un cavalletto fotografico che ne facilita il posizionamento nell’ambiente.

L’ottica frontale è protetta da uno sportello che si apre e chiude manualmente, e che è allo stesso tempo anche l’interruttore per l’accensione e spegnimento. La connettività posteriore prevede un connettore HDMI, una porta USB, il connettore per l’alimentazione, un’uscita audio e un foro che nasconde un tasto di reset. È disponibile la connettività Bluetooth e Wi-Fi in standard N.

Nel bordo superiore c’è una croce direzionale con un tasto di conferma, i pulsanti per regolare il volume, un tasto “back” per tornare alla schermata precedente e il tasto di attivazione del bluetooth. Una fascia simil-pelle permette di afferrarlo e spostarlo facilmente, mentre quattro LED bianchi indicano la percentuale di carica della batteria di 12500 mAh.

La dotazione di connettività è quindi limitata al necessario, ma non serve molto più considerando che il sistema operativo Android permette di gestire molte attività in maniera autonoma, senza per forza dover connettere, ad esempio, un cavo HDMI. Tuttavia ci sarebbe piaciuto vedere anche un lettore di memory card, considerando la memoria interna limitata a 8 GB (circa 5 GB di spazio libero), e una porta USB posta lateralmente o sopra, così da offrire più scelte su dove collegare una pendrive, considerando che la parte posteriore potrebbe non sempre essere facilmente raggiungibile se vorrete posizionarlo vicino a una parete.

Sistema operativo

Android è installato nella versione 7.1, ma è talmente ridotto all’osso che la mancanza di una versione più recente non rappresenta un problema. Di Android ha la modalità d’interazione e navigazione, la grafica e alcune ricorrenze, come il posizionamento di alcuni elementi ed icone. Tuttavia manca il Play Store, mentre sono preinstallate Netflix e Amazon video. Al posto dello store di Google è presente AptoideTV, uno store di applicazioni ottimizzate per set top box e Smart TV. In altre parole, non potrete accedere a tutto il catalogo di applicazioni del Play Store, ma avrete comunque un’ampia selezione di applicazioni per la fruizione di contenuti, informazioni e anche giochi, più di quanto probabilmente avrete realmente bisogno.

Potrete usare la croce direzionale per navigare nell’interfaccia, composta da grandi tasselli facilmente riconoscibili, ma le applicazioni non si trovano sempre a loro agio con questo tipo di controllo. Basta avviare Netflix, ad esempio, per rendersi conto che l’interazione è macchinosa e lenta, dato che non permette di visualizzare sempre con certezza gli elementi selezionati e spesso sono necessari molti click per delle semplici azioni come la selezione di un episodio di una serie TV.

Viene in aiuto l’applicazione Nebula Connect, disponibile per tutti gli smartphone. Si collegherà tramite Wi-Fi al proiettore e permetterà di comandare un cursore, come un mouse. Non dovrete effettuare registrazioni o lunghe procedure di abbinamento. Una volta avviata il proiettore comparirà in una schermata di selezione, cliccateci sopra e in pochi secondi sarà connesso e potrete muovere un cursore spostando il dito sullo schermo. La navigazione Android in questo caso si fa più chiara, dato che potrete usare i tasti indietro e home come se steste interagendo con un’applicazione da smartphone. La reattività non è assoluta, c’è un ritardo di circa mezzo secondo dall’input sullo schermo al movimento del cursore sul proiettore. Questo sistema di controllo limita  le applicazioni facilmente utilizzabili: non avrete problemi se vorrete avviare la riproduzione di un film, mostrare fotografie o gestire una presentazione sfogliando diapositive, ma non potrete pretendere di utilizzare ad esempio un videogioco.

La memoria interna libera di circa 5 GB limita la quantità di applicazioni che potrete installare, nonché la quantità di materiale multimediale immagazzinabile. Se vorrete ad esempio portare con voi alcune serie TV o film da visualizzare in situazioni dove non potrete connettervi a Internet, non potrete esagerare. La soluzione in questo caso è usare una pendrive su cui immagazzinare i dati, ma una memory card sarebbe stata una scelta più sensata. Dopotutto l’infrastruttura è quella di Android e non ci sarebbero state limitazioni tecniche nell’implementare un lettore di memorie assieme alla porta USB.

La reattività generale è invece buona, il processore quad-core adottato e 1 GB di memoria RAM, nonostante nel mondo degli smartphone rappresenta oggi una dotazione minima, è più che sufficiente per gestire l’operatività del proiettore. Anche il tempo di avvio è buono: sarete operativi in meno di 30 secondi dall’apertura dello sportello dell’obiettivo, che rappresenta il tasto di accensione.

Qualità delle immagini

Il sistema di proiezione è composto da un sensore DLP da 0,3”, in grado di visualizzare un’immagine da 1280×720 pixel e una luminosità di 300 ANSI lumen. La dimensione dello schermo dipende ovviamente dalla distanza di proiezione, e la risoluzione permette di visualizzare uno schermo da 100 pollici alla distanza di 3 metri con una qualità soddisfacente.

Mars II è dotato di un sistema di autofocus, anche in questo caso ereditato e molto simile a quello di una fotocamera di uno smartphone Android. Non dovrete intervenire sulla messa a fuoco, né meccanicamente né tramite il software, anche se è possibile fare piccole regolazioni con il pad multidirezionale superiore in caso il sistema di autofocus dovesse fallire. Puntate il proiettore e in meno di un secondo l’immagine sarà a fuoco; spostatelo e automaticamente verrà rilevato lo spostamento e di nuovo attivato il sistema di messa a fuoco. Non agisce solo sulla nitidezza ma anche sulla geometria dell’immagine, con lo scopo di mostrare ovviamente un’immagine 16:9 perfetta. Lo abbiamo provato in diverse situazioni, su diverse superfici e ha sempre funzionato, proprio come funziona oggi la fotocamera di uno smartphone che inquadra differenti soggetti,

La risoluzione 720p limita ovviamente la qualità percepita delle immagini. Non è il prodotto che consiglieremmo a un amante di cinema e serie per sostituire la propria TV 4K da 55”. È in tutti i casi discreta e in molte situazioni anche buona, sempre che vengano rispettate le proporzioni di dimensione schermo e distanza dello spettatore.

La luminosità non è invece all’altezza delle altre caratteristiche. 300 ANSI Lumen non sono sufficienti per poter usare Mars II in ambienti molto luminosi.

Qualità audio

All’interno del corpo del proiettore sono presenti due altoparlanti da 10 watt, orientati verso le feritoie destra e sinistra. La qualità audio è sorprendentemente buona considerando la tipologia di dispositivo e la dimensione. È ben al di sopra di molti proiettori, anche di fascia superiore. Non avrete una riproduzione con bassi profondi e nemmeno uno spettro audio molto dettagliato, tuttavia la potenza è elevata, i dialoghi ben sostenuti e la risposta è sufficientemente lineare.

Questo significa che a metà volume spesso sarete già soddisfatti, potrete godervi un film e una serie TV senza rimpiangere ulteriori altoparlanti esterni. È una buona notizia considerando la natura di trasportabilità e all-in-one del prodotto. Ma se avrete a disposizione un impianto audio migliore, potrete sfruttare l’uscita audio analogica.

Questa peculiarità torna utile quanto avvierete la connettività Bluetooth e collegherete uno smartphone per usare Mars II come un semplice altoparlante portatile.

Autonomia e rumorosità

La batteria da 12500 mAh vi offre un’autonomia dichiarata di 4 ore; noi siamo arrivati a 3 ore e 20 minuti circa. Non possiamo lamentarci del risultato, a meno che non abbiate in programma una maratona de “Il signore degli Anelli” lontano dalla presa di corrente.

Giudizio invece solo tiepido per la rumorosità. Anker dichiara meno di 32 dB, che non è in assoluto molto, ma non si può nemmeno definire totalmente silenzioso. Intendiamoci, se avrete il proiettore a meno di un metro e starete riproducendo un film con il volume al 50%, non sarete minimamente disturbati. Ma quando proietterete solo immagini o terrete il volume basso, ad esempio se vorrete usarlo di notte senza disturbare il vicino, allora sarete accompagnati da un continuo sibilo costante.

Verdetto

Nebula Mars II costa poco più di 600 euro nel momento in cui stiamo scrivendo. Sgombriano subito il campo da possibili fraintendimenti: questo proiettore non ha niente a che vedere con tutti i modelli che potreste trovare sugli shop online digitando “proiettore portatile”. La qualità di Mars II è nettamente superiore ed è dotato di caratteristiche che dovreste considerare per una corretta valutazione. Allo stesso tempo, tuttavia, se la vostra necessità è un “normale videoproiettore”, allora allo stesso prezzo troverete modelli in grado di offrire una qualità dell’immagine e una risoluzione superiore, maggiore luminosità, più connettori e quindi un valore migliore.

Mars II dovrebbe essere la scelta per tutti coloro che cercano un sistema di proiezione compatto, in grado di funzionare in maniera autonoma grazie ad Android e alle varie App, e soprattutto lontano dalla presa di corrente per molte ore.  Crediamo che questo prodotto sia in grado di offrire molto valore in questo contesto, ma non è esente di difetti. La connettività è limitata, così come la reattività dell’applicazione per il controllo, e la luminosità ridotta né rende difficile l’impiego in tutte le situazioni.

Il prezzo è corretto per quello che offre, ma considerando i difetti riscontrati, dovreste considerarne l’acquisto solo se vorrete usare le funzioni aggiuntive che offre rispetto un normale videoproiettore. Non acquistatelo se quello che volete è unicamente un proiettore classico.

Il leggendario Motorola RAZR pronto a tornare sotto forma di smartphone pieghevole

di Saverio Alloggio

Motorola RAZR è uno dei telefoni cellulari che hanno fatto la storia del settore. Il primo modello, lo storico V3, è stato commercializzato nel 2004 diventando rapidamente uno dei più venduti della storia, con circa 140 milioni di unità distribuite.

Lenovo, ora detentrice del brand, sembra essere intenzionata a commercializzarlo nuovamente sotto forma di smartphone pieghevole, seguendo un po’ quello che dovrebbe essere il trend dominante nel 2019.

Ne è convinto il Wall Street Journal, che ha realizzato un report in merito. Lenovo potrebbe sfruttare l’appeal ancora esercitato dal Motorola RAZR unitamente al know how già acquisito in tema di display pieghevoli. Del resto, l’azienda cinese è stata la prima a mostrare prototipi con questa tecnologia, e i tempi sembrano essere ormai maturi per l’arrivo sul mercato di prodotti del genere.

Lenovo avrebbe già stretto un accordo con l’operatore telefonico Verizon per un lancio in esclusiva sul territorio statunitense, almeno nella fase iniziale. Si parla di un prezzo di listino attorno ai 1.500 dollari e una produzione che dovrebbe assestarsi sui 200.000 esemplari. Insomma, una sorta di prova per sondare la reazione del mercato, per poi magari estenderne la commercializzazione su scala globale.

Tra l’altro, si tratterebbe del secondo ritorno del Motorola RAZR, che qualche anno fa è tornato sul mercato sotto forma di smartphone Android con tanto di retro un Kevlar. Un’operazione che ha riscosso anche un discreto successo, ma che di fatto non ha avuto alcun seguito. Adesso Lenovo sembra intenzionata a riprovarci, anche se non è stato fornito alcun dettaglio tecnico nel report del Wall Street Journal.

Potremmo ipotizzare la presenza dello Snapdragon 855, così da poter sfruttare anche la rete 5G negli Stati Uniti (con Verizon da sempre in prima linea da questo punto di vista), ma in questo momento è davvero solo una supposizione. Le prime informazioni concrete potrebbero arrivare nel corso del Mobile World Congress di Barcellona, quest’anno in programma dal 25 al 28 febbraio. Lenovo potrebbe sfruttare l’eco mediatico della fiera spagnola per questa sorta di ritorno al futuro.

Il Galaxy S9, nella colorazione Black, è in offerta su Amazon con uno sconto di 250 euro rispetto al prezzo di listino. Lo trovate a questo link.

GoPro Fusion: con l’ultimo aggiornamento aumenta la risoluzione dei filmati

di Vittorio Pipia

Con l’ultimo aggiornamento per la sua GoPro Fusion, l’azienda californiana diventata famosa per le sue action cam, ha aumentato la risoluzione di registrazione passando dal 5.2K fino al 5.6k con un frame rate di 24 fps.

La Fusion è stata la prima action cam di GoPro in grado di registrare video a 360 gradi, compatibili con un casco di realtà virtuale e in grado da oggi di registrare video con risoluzione 5.6K 24fps, grazie al sovra campionamento di filmati in 5.8K poi compressi per arrivare alla risoluzione finale.

Un aumento che comunque non va a stravolgere la resa finale dei filmati, ma che contribuisce ad aumentare la nitidezza degli stessi. Il nuovo firmware permette inoltre di poter scattare foto in modalità RAW sia nella modalità time-lapse che in quella notturna. In contemporanea è stato rilasciato un ulteriore aggiornamento del software Fusion Studio per PC, che migliora la gestione delle immagini e rende più facile l’esportazione dei file sui programmi della suite Adobe.

Sebbene possa sembrare strano che un’azienda possa aumentare la risoluzione di registrazione tramite un aggiornamento software, non è la prima volta che succede. Prima di GoPro infatti era stata Rylo ad aggiornare il firmware della sua action cam a 360 gradi per permetterle di registrare a una risoluzione di 5.8k, mentre nel 2015 Xiaomi aveva aggiornato la prima Yi Camera, consentendo agli utenti di passare dalla registrazione in FullHD (1920x1080p) a un massimo di 2304×1296 pixel.

Se stai cercando una videocamera in grado di registrare video a 360 gradi, facile da usare e non troppo costosa, la Samsung Gear 360 potrebbe fare al caso tuo

Mastercard: nuove regole per i “free trial” (degli acquisti di beni fisici), vietati gli addebiti automatici senza approvazione

di Dario D'Elia

Il cosiddetto “free trial”, che non è altro che un periodo di prova gratuito offerto da molti servizi online musicali, editoriali e video, spesso diventa una trappola che fa scattare alla sua scadenza l’addebito su carta di credito. E rimarrà tale, perché se da una parte Mastercard mercoledì aveva lasciato intendere che sarebbe intervenuta sulla questione “perché “questo tipo di situazioni possono essere frustranti e onerose sia per i consumatori che per le loro banche”, ieri è ritornata sui suoi passi.

Nella nota ufficiale pubblicata il 16 gennaio sul sito di Mastercard, veniva esplicitato che sarebbero state introdotte nuove regole, per i venditori che offrono free-trial, capaci di azzerare le seccature. “La modifica delle regole richiederà ai commercianti di ottenere l’approvazione del titolare della carta alla conclusione della fase di prova prima di iniziare la fatturazione”, si leggeva nella nota.

“Per aiutare i titolari della carta con tale decisione, i commercianti saranno tenuti a inviare al titolare della carta – sia via email o via SMS – l’importo della transazione, la data di pagamento, il nome del commerciante insieme alle istruzioni esplicite su come annullare una prova”.

Ieri però è stata aggiunta come nota che le novità verranno applicate esclusivamente agli acquisti legati a “prodotti fisici”.

In pratica per ogni pagamento successivo, il venditore dovrà spedire una ricevuta con istruzioni chiare su come disattivare il servizio, URL del sito di riferimento o un numero di telefono del negozio.

Nessuna battaglia contro il “free trial”, a cui Mastercard riconosce tutte le potenzialità per incrementare vendite e soddisfazione del cliente, bensì di una legittima tutela nei confronti degli utenti. Da ricordare poi che l’operatore riconosce anche la policy di “responsabilità zero” che protegge il consumatore da acquisti non-autorizzati o addebiti non dovuti. “Se un titolare di una carta sospetta che una transazione sia fraudolenta o insolita, li incoraggiamo a contattare la banca che ha emesso la loro carta per accedere ad assistenza e più informazioni”, ricorda l’azienda.

In conclusione, Mastercard ha commesso una leggerezza senza precedenti. I “free trail” legati ai prodotti fisici sono un problema marginale rispetto a quello dei servizi online.

Questo articolo è stato aggiornato a seguito della correzione effettuata da Mastercard al suo blog-post.

ASRock, Asus e MSI mettono a catalogo alcune motherboard Intel B365

di Manolo De Agostini

Qualche settimana fa vi abbiamo parlato del chipset Intel B365, “nuova” soluzione di fascia bassa messa a punto dalla casa di Santa Clara per alleggerire le linee produttive a 14 nanometri, destinandole sempre di più alla produzione di CPU Xeon e Core al fine di risolvere l’attuale situazione che vede la domanda superare la disponibilità di processori – con ovvie ripercussioni sui prezzi.

Il B365, a differenza del B360, è infatti un chipset prodotto a 22 nanometri, ma questa non è l’unico elemento differente. Si tratta di un PCH (Platform Controller Hub) della serie Kaby Lake e non Coffee Lake, come le altre proposte della serie 300. Il B365 supporta fino a 20 linee PCI Express anziché le 12 linee del B360. Il “nuovo” chipset offre anche due porte USB in più e diverse configurazioni RAID. Il B360, dal canto suo, vanta il supporto USB 3.1 e al wireless integrato, assenti sul B365. Prestazionalmente parlando non ci sono differenze tra le motherboard B360 e quelle B365, che sostanzialmente è uno Z170 rimarchiato e con overclock bloccato.

La novità è che i produttori di schede madre stanno aggiungendo al proprio catalogo i primi modelli B365. ASRock ha annunciato cinque soluzioni chiamate B365 Phantom Gaming 4, B365M Phantom Gaming 4, B365 Pro4, B365M Pro4 e B365M-ITX/ac. Asus propone tre motherboard chiamate Prime B365M-K, Prime B365M-K/CSM e Prime B365M-A, mentre MSI per ora si ferma a due, B365M PRO-VH e B365M PRO-VD.

Nel complesso le schede madre si presentano in form factor che vanno dall’ATX al mini-ITX, con la B365 Phantom Gaming 4 a rappresentare l’offerta più interessante tra tutte, grazie all’illuminazione RGB integrata, connettori ad hoc e supporto ad ASRock Polychrome RGB. Troviamo anche due slot PCIe 3.0 x16, 8 fasi di alimentazione, supporto fino a 128 GB di memoria DDR4-2666 tramite quattro slot, due slot M.2 PCIe 3.0 x4 e connettività Gigabit LAN.

Al momento queste motherboard non sono disponibili nei negozi italiani, ma trovate tutte le caratteristiche indicate sui siti delle aziende. Non si tratta di soluzioni in grado di spostare l’ago della bilancia del mercato, specie di fronte a CPU Intel ancora su prezzi elevati, ma semplicemente di un escamotage con il quale Intel sta cercando di far fronte a una situazione che l’ha presa in contropiede, tra una domanda inaspettata e il ritardo delle CPU a 10 nanometri a rincarare la dose.

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