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IRBA, l’Italia rischia la procedura d’infrazione UE

di Raffaele Dambra

IRBA procedura d'infrazione

Futuro incerto per l’imposta regionale sulla benzina per autotrazione, conosciuta con la sigla IRBA. L’Italia rischia infatti l’apertura di una procedura d’infrazione da parte dell’Unione Europea, che reputa l’imposta non conforme alle norme comunitarie in materia di tassazione sui carburanti. Adesso il governo italiano, di concerto con le amministrazioni regionali, ha due mesi tempo (con decorrenza 27/11/2019) per inviare le sue motivate ragioni alla Commissione europea, oppure per abolire direttamente l’IRBA. In caso contrario il nostro Paese finirà di fronte alla Corte di Giustizia UE per aver violato il diritto comunitario.

CHE COS’È L’IRBA – IMPOSTA REGIONALE SULLA BENZINA PER AUTOTRAZIONE

Entrata in vigore il 1° gennaio 2012, l’IRBA si applica sulla benzina per autotrazione erogata dagli impianti di distribuzione ubicati nelle varie regioni italiane, compresi quelli destinati a uso privato. L’imposta è dovuta dal concessionario o dal titolare dell’autorizzazione dell’impianto di distribuzione del carburante. O, per delega, dalla società petrolifera che risulti unica fornitrice del suddetto impianto. L’IRBA corrisponde a 0,0258 euro per litro di benzina, e i ricavi vengono riscossi direttamente della regioni (esattamente come il bollo auto).

IRBA: CHE COSA CONTESTA L’UNIONE EUROPEA

Ciò che contesta l’Unione Europea all’Italia, minacciando l’apertura di una procedura d’infrazione, è di aver riscosso, a livello regionale, un’imposta sulla benzina per autotrazione (appunto l’IRBA) in aggiunta all’accisa già percepita secondo quanto previsto della legislazione dell’UE. In base infatti alla direttiva europea 2008/118/CE, i 28 Stati membri possono sì prelevare altre imposte indirette sui prodotti sottoposti ad accisa. Ma solo se vengono rispettate due condizioni: 1) l’imposta deve essere riscossa per fini specifici; 2) l’imposta deve essere conforme alla normativa comunitaria in materia di accise o di imposta sul valore aggiunto. Condizioni che, secondo la Commissione europea, nel caso dell’IRBA non sono state soddisfatte.

IRBA: RISCHIO PROCEDURA D’INFRAZIONE

L’Unione Europea aveva iniziato a chiedere chiarimenti sull’IRBA già nel 2018, ma adesso è passata dalle parole dai fatti inviando all’Italia una sorta di ultimatum. Entro due mesi o si adegua alla normativa comunitaria in materia di accise sui carburanti (disponibile in versione integrale e in italiano cliccando sul tasto rosso in basso Scarica PDF), o cancella del tutto l’IRBA, o rischia di vedersela con la Corte di Giustizia europea e con una più che probabile procedura d’infrazione. Che può condurre a pesanti sanzioni pecuniarie.

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I giovani 18-24 fanno più incidenti da soli: l’indagine 2019 in Germania

di Donato D'Ambrosi

I giovani tra 18 e 24 anni al volante sono sempre meno esperti, lo rivela un’indagine dell’Automobile Club Tedesco che ha analizzato le cause di incidenti con una sola auto in Germania. Nonostante la percentuale di mortalità giovanile sia diminuita del 28%, il 30% dei giovani esce fuori strada o fa un incidente solitario più degli anziani (19%). Ecco dove e perché si sono verificati più incidenti in Germania che hanno richiesto l’intervento dell’elisoccorso ADAC.

INCIDENTI FREQUENTI ANCHE CON UNA SOLA AUTO TRA I GIOVANI

Dal 2008 in Germania è possibile guidare un’auto da 17 anni purché ci sia una persona esperta accanto. Una misura che ha ridotto il numero di incidenti mortali di circa -18% negli ultimi 10 anni. Tuttavia l’inesperienza continua ad avere un’influenza importante sul numero di incidenti con una sola auto con al volante un giovane tra 18 e 24 anni. La velocità non adatta o eccessiva è la causa principale degli incidenti con al volante giovani guidatori. 1 indicente su 10 avviene in fase di sorpasso per un’errata valutazione delle condizioni del traffico. Mentre molti altri quando la velocità non è adatta alle condizioni dell’asfalto scivoloso o della curvatura della strada. In totale l’ADAC ha soccorso 702 conducenti tra 18 e 24 anni e 2083 conducenti di età maggiore.

LE CAUSE PRINCIPALI DEGLI INCIDENTI TRA GIOVANI 18-24 ENNI

L’alcol e la distrazione sono cause influenti sui giovani come sui guidatori più esperti. Chiaramente il report dell’ADAC è legato agli interventi in cui è stato richiesto l’elisoccorso. Questi rapporti quindi si riferiscono ad incidenti avvenuti per l’80% dei casi nelle aree extraurbane, mentre in area urbana intervengono altre unità di soccorso più adatte al contesto. Nella foto qui sotto si può capire, anche se in tedesco, che l’abbandono della corsia (46,5%) e la velocità inadatta (29,6%) siano maggiori tra 18 e 24 anni rispetto alla media degli altri guidatori. A seguire poi ci sono malore, alcol e sorpasso.

1 AUTO SU 2 IN MANO AI GIOVANI E’ POCO SICURA

Quello che emerge dal rapporto dell’ADAC è che le auto guidate da giovani conducenti hanno mediamente 1 anno in più di quelle possedute da conducenti più adulti. Non è certo una novità che ai neopatentati venga affidata la seconda auto di famiglia più vecchia o se ne compri una un po’ malmessa per fare pratica. L’ADAC dice che quasi la metà (il 46%) delle auto dei giovani coinvolti in un incidente aveva 11 anni o più (rispetto alla media del 37% di tutti i guidatori). Un aspetto da non sottovalutare quando la scarsa protezione di auto che a malapena avevano qualche airbag si combina con l’inesperienza dei conducenti giovani. Eco perché vi consigliamo sempre, a prescindere dall’età del conducente, di verificare quanto è sicura nei crash test l’auto che state per acquistare.

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Google Foto ci permetterà di taggare manualmente i volti

di Alessandro Ricatti

Una delle applicazioni Google presenti in quasi tutti gli smartphone è sicuramente Foto. Grazie ad alcune segnalazioni, abbiamo scoperto che si può finalmente taggare le persone manualmente. In realtà, questa feature è attiva, in parte, solo negli Stati Uniti.

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Auto Euro 6D più sicure: solo il 10% acquistate nelle regioni a basso reddito

di Donato D'Ambrosi

Ci siamo quasi abituati all’idea che il parco circolante in Italia abbia in media oltre 10 anni e che parlare di auto elettriche e ibride sembra fantascienza. Il motivo si può spigare nella ridotta capacità di acquisto e nel fatto che in Italia il 35% delle auto è ante Euro 4. Lo spiega l’Automobile Club d’Italia presentando i dati dello studio sul parco auto circolante al 2030 condotto con CNR e ENEA e CNR-Dipartimento di Ingegneria, ICT e Tecnologie per l’Energia e i Trasporti. Entro il 2030 l’82% delle auto continuerà ad avere un motore a benzina o a gasolio e forse riusciremo per un pelo a rientrare nell’obiettivo Europa 2030 sulla CO2.

L’AUTO ELETTRICA ANCORA LONTANA PER MOLTI ITALIANI

Entro il 2030 l’Italia riuscirà a sfiorare per un pelo l’obiettivo 2030, cioè ridurre a 49 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti, le emissioni di “gas serra”. Ma lo scenario attuale del parco circolante impone degli interrogativi sulla strategia di decarbonizzazione dell’Italia. E’ pur vero che fino al 2021 saranno attivi gli incentivi sull’ecobonus per auto ibride plug-in ed elettriche, ma sono sussidi fuori dalla portata della massa di automobilisti più significativa. Secondo l’ACI serve una pianificazione eco-razionale della mobilità: investimenti per l’eliminazione o la sostituzione con usato recente dei quasi 14 milioni di auto ante Euro 4 (il 35% del parco circolante).

6 AUTOBUS DIESEL SU 10 SONO EURO 3

Secondo lo studio, Il settore automobilistico, contribuirà per 54,5 Mt di CO2 eq, superando l’obiettivo Europa solo dell’11 per cento. Lo svecchiamento dei mezzi pubblici è un’altra area da rivalutare, sostituendo gli autobus Diesel Euro 3 (il 60%), con modelli elettrici alimentati da energie rinnovabili. Secondo lo studio ogni sostituzione riduce le conseguenze ambientali pari a 24.055 euro l’anno.

INCENTIVI AUTO PULITE PER POCHI

Secondo lo studio ACI-CNR-ENEA senza incentivi all’acquisto, nel 2030, le auto termiche rappresenteranno l’82% del parco circolante, le ibride il 10%, le elettriche (BEV e PHEV) quasi il 9%. Una situazione però che rischia di gravare sull’economia delle famiglie meno abbienti. Basta pensare che lo sconto di un’auto elettrica con l’ecobonus equivale a 16 mila euro, l’equivalente della spesa media per un’auto usata, ma investendo una cifra più alta per un’auto ibrida plug-in. Non tutti possono fare questo passo, infatti delle auto Euro 6D Temp più efficienti e sicure, solo il 10% viene immatricolato nelle regioni a basso reddito. “Un’ulteriore auspicabile accelerazione di questo percorso potrà arrivare dal sostegno a rottamare le vecchie auto da Euro 0 a 3, le più inquinanti, con auto più sicure e avanzate” ha dichiarato il presidente ACI, Angelo Sticchi Damiani.

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Gommista sequestrato per Mafia: copiava anche le chiavi dei clienti

di Redazione

Garanzia auto usate Codice del Consumo

L’attività di un gommista siciliano è stata posta sotto sequestro dalla Guardia di Finanzaai malcapitati clienti, spesso venivano copiate le chiavi dell’auto. I finanzieri hanno scoperto il giro d’affari a supporto della criminalità organizzata del gommista cui ignari clienti affidavano le auto per cambiare pneumatici o riparazioni. Ecco come agiva il gommista sequestrato e a cosa fare attenzione quando affidate la vostra auto a un’officina che non conoscete.

LASCIARE LE CHIAVI IN OFFICINA, PERCHE’ E’ UN RISCHIO

Secondo quanto riporta la Guardia di Finanza, ai clienti che lasciavano l’auto presso l’officina di G.M. venivano duplicate le chiavi e ne veniva annotato anche l’indirizzo di casa. I dettagli dell’attività criminale parallela a quella del gommista sono riconducibili ad accordi con famiglie mafiose. Dalle risultanze delle indagini pare che l’attività di rivendita e riparazione era stata finanziata da personaggi di spicco della malavita cui G.M. era rimasto in buoni rapporti. Nell’imponente operazione sono stati impegnati oltre 50 finanzieri del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Palermo che ha portato al sequestro di beni per oltre 17 milioni di euro.

IL GOMMISTA SENZA CONCORRENZA

L’attività di gommista serviva alla criminalità come supporto per gli incontri tra esponenti presso i locali dell’officina, nonché ad agevolare l’approvvigionamento di auto da rubare. Secondo le indagini, G.M. avrebbe anche ottenuto in cambio l’esenzione dal pagamento del pizzo e l’eliminazione della concorrenza commerciale vicina. In un caso, una testa di capretto è stata recapitata presso la nuova officina di un concorrente che alla fine ha deciso di chiudere l’attività.

I PROVENITI DELLA DOPPIA ATTIVITA’

Il Tribunale di Palermo ha definito G.M. – pur incensurato – un soggetto socialmente pericoloso, in quanto “appartenente” (anche se non partecipe) al sodalizio mafioso, in considerazione dei fattivi contributi forniti nel tempo. È stato quindi eseguito il sequestro dei beni di seguito elencati, che da oggi saranno affidati ad un amministratore giudiziario affinché li gestisca nell’interesse della collettività:

– 2 imprese e relativi compendi aziendali ubicati a Palermo, operanti nel settore della vendita e riparazione di pneumatici, con 5 punti vendita dislocati in diversi quartieri cittadini;
– l’80% delle quote societarie di un Consorzio sito a Palermo, operante nel settore della revisione dei veicoli;
– 25 immobili (appartamenti e magazzini);
– 44 rapporti bancari, 10 polizze vita e 2 cassette di sicurezza;
– 11 fra autoveicoli e motoveicoli.

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Honor V30 non sarà presente nella classifica DxOMark

di Alessandro Ricatti

Una delle caratteristiche più ricercate negli smartphone è sicuramente un comparto fotografico avanzato. A tal proposito, molti device top di gamma possiedono sensori avanzati ed una tecnologia tale da effettuare scatti degni di nota. Honor, fresca di presentazione del V30 ha deciso di non far inserire il proprio terminale nella classifica fotografica di DxOMark.

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Tariffe Uber e Lyft in aumento: Chicago approva la tassa sul traffico dal 2020

di Donato D'Ambrosi

I servizi di car pooling o ride hailing, le corse a pagamento di Uber e Lyft, stanno per incassare una nuova batosta a Chicago. Additate di essere fonte di congestione del traffico, il Comune ha approvato una tassa sulle corse singole, agevolando però chi prenota una corsa condivisa con più persone. A svelare la strategia di crescita delle società è stato l’obbligo di comunicare le tariffe applicate in città.

UBER E LYFT: LA TASSA PER ENTRARE IN CENTRO

Il piano del sindaco di Chicago, Lori Lightfoot, mira a ridurre il traffico stradale portando nelle casse del comune 40 milioni di dollari l’anno. Una nuova tassa che va a colpire duramente sui servizi di trasporto passeggeri con conducente, quindi Uber e Lyft. Scatteranno parallelamente sgravi per incentivare la condivisione della corsa, mentre sui viaggi singoli e le prenotazioni feriali si dovrà pagare un supplemento ulteriore dal 1 gennaio 2020. Per entrare nel centro città durante i giorni feriali potrebbe essere applicata una tariffa extra di 1,75 dollari.

PERCHE’ UBER E’ PENALIZZATA DI PIU’ A CHICAGO

Il consiglio comunale di Chicago ha approvato martedì una proposta di aumentate le tasse per i servizi di prenotazione delle corse passeggeri via App. A sostenere l’iniziativa è il sindaco di Chicago che ha acceso un dibattito di fuoco soprattutto con Uber che a Chicago copre il 72% dei servizi. Secondo Lightfoot, Uber avrebbe penalizzato i passeggeri a più basso reddito con l’aumento delle tariffe di car pooling. L’evidenza sarebbe scaturita dai dati che gli operatori di trasporto passeggeri sono obbligati a comunicare all’Amministrazione. Uber avrebbe aumentato le tariffe delle corse condivise lasciando però inalterate quelle prenotate da un solo passeggero.

DOPO LONDRA, UBER A RISCHIO ANCHE NEGLI USA

La replica di Uber sull’aumento delle tariffe spiega che “il costo maggiorato deriva da una diminuzione delle prenotazioni condivise in alcune zone della città”, mentre Lyft e Vai non avrebbero replicato ufficialmente agli aumenti annunciati. Prima di Chicago Londra aveva già rimesso Uber Technologies all’angolo, revocando la licenza. E così anche le altre società di carpooling si trovano sempre più impegnate a gestire criticità politiche, di sicurezza e privacy dei passeggeri.

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Autostrada A26 chiusa al traffico: i percorsi alternativi per Genova Porto

di Donato D'Ambrosi

La procura di Genova ha ordinato la chiusura dell’Autostrada A26 tra l’allacciamento con l’autostrada A10 e lo svincolo di Masone. Una misura adottata nella tarda serata di ieri per fare luce sulle situazioni di sicurezza dei viadotti dopo lo scandalo deli report edulcorati sui controlli dei ponti. Genova almeno fino alla riapertura su unica carreggiata annunciata entro oggi martedì 26 novembre resta spaccata a metà, con la principale arteria che collega il porto di Genova al resto d’Italia. Intanto ecco i percorsi alternativi all’Autostrada A26 per raggiungere il porto di Genova.

IN ITALIA L’80% DELLE FRANE EUROPEE

La frana nella foto sotto che ha abbattuto il viadotto della Madonna del Monte sull’A6 ha fatto scattare la chiusura del tratto di Autostrada sull’A26. La procura ha infatti evidenziato “gravi ammaloramenti” delle condizioni dei viadotti Fado in direzione Alessandria e Pecetti direzione Ventimiglia e per consentire le verifiche tecniche la circolazione è stata interdetta. Secondo Francesco Peduto, presidente Consiglio nazionale dei geologi, intervistato da Il Sole 24 Ore, “in Italia si verificano l’80% delle frane in Europa”. Ecco perché rivestono un ruolo cruciale i controlli e le verifiche tecniche per prevenire le conseguenze di smottamenti idrogeologici. Verifiche finite al centro dell’inchiesta sui rapporti alterati delle verifiche dei viadotti. Tant’è che ASPI ha annunciato che la manutenzione e il controllo dell’infrastruttura sarà affidato a una società di rilievo internazionale al posto della Spea Engineering “di famiglia”.

I PERCORSI ALTERNATIVI ALL’A26 CHIUSA AL TRAFFICO

I percorsi alternativi per i veicoli leggeri e fino a 7,5 tonnellate (esclusi gli autobus) sono:
– dalla A10 verso l’A26, uscire a Prà e proseguire fino a Masone tramite la SP 456 del Turchino;
– dalla A26 all’A10 effettuare il percorso inverso.

Per i veicoli pesanti oltre 7,5 tonnellate  e gli autobus sono previsti questi percorsi alternativi:

– dalla A10 verso l’A26 percorrere la A7 Milano-Genova;
– dalla A26 all’A10, obbligo di deviazione sulla Diramazione Predosa Bettole, dalla quale, con fermo temporaneo e progressivo deflusso, sarà possibile procedere verso Genova lungo la A7.

Potranno proseguire fino a Masone i soli mezzi pesanti con destinazione di scarico o carico nella zona collegata a tale svincolo.

RIAPERTURA A META’ E TRAFFICO CONGESTIONATO

Autostrade per l’Italia ha fatto sapere che “Entro le ore 12 di oggi, martedì 26 novembre 2019, riprenderà in entrambe le direzioni di marcia la circolazione. Nel corso della notte, la Direzione di Tronco di Genova di Autostrade per l’Italia ha realizzato uno scambio di carreggiata per garantire una corsia di scorrimento per senso di marcia.” In questo modo il gestore punta a limitare i danni all’economia di una Genova paralizzata denunciati dal governatore della Liguria Giovanni Toti. Una sola corsia per senso di marcia dovrebbe permettere le verifiche d’urgenza e ripristinare i collegamenti tra Piemonte e Liguria verso il porto di Genova.

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Siamo tutti pedoni 2019: le relazioni al centro della sicurezza in città

di Donato D'Ambrosi

Torna la campagna per la sicurezza stradale Siamo tutti pedoni 2019, l’iniziativa del Centro Antartide che SicurAUTO.it contribuisce a divulgare da diversi anni. Quest’anno il tema dell’abitabilità delle città diventa centrale: accogliere i pedoni per fare delle città luoghi in cui i pedoni possano avere uno spazio di sicurezza. Un numero sempre maggiore di auto e meno spazi pubblici per le relazioni umane restringono il cerchio di sopravvivenza delle persone. Ecco i fattori più importanti da cui dipende la coesistenza di tanti utenti diversi in un luogo grande, ma non abbastanza sicuro, come la città.

SPAZIO E SICUREZZA DEI PEDONI IN CITTA’

Siamo tutti pedoni è la campagna che da 10 anni è impegnata a sensibilizzare le città sulla sicurezza pedonale e l’uso dei trasporti alternativi all’auto. Una mission che passa anche per l’analisi della sicurezza reale che le città offrono ai pedoni. Il 42% delle vittime della strada in città è un pedone o un ciclista, secondo i dati del Centro Antartide 1/3 muore sulle strisce pedonali. Secondo i numeri del The World’s Cities, entro il 2030 circo il 60% delle persone vivrà negli agglomerati urbani. DI questi 1/3 vivrà nelle città da oltre 500 mila abitanti. Uno scenario che porterà a un ulteriore peggioramento della situazione attuale se non si corre ai ripari.

CITTA’ ABBASTANZA GRANDI DA ESSERE PIU’ SICURE ANCHE PER I PEDONI

La campagna siamo tutti pedoni 2019, porta l’attenzione sulle città fatte di relazioni. Lo fa analizzando quali sono i fattori che rendono grande un luogo pubblico. Esistono i fattori misurabili, gli elementi tangibili e le caratteristiche chiave. “Non si tratta di dimensioni” spiega il Centro Antartide ma di svolgere fino in fondo le funzioni di luogo, cioè di entità socio-culturale”. “L’attenzione deve essere rivolta alla ricchezza e varietà di usi ed attività. E’ chiaro che questi sono i fattori su cui lavorare per migliorare la qualità della vita ed esprimere pienamente il potenziale di grandezza di quel luogo”.

CIRCA 13 PEDONI PER OGNI AUTO IN CITTA’

Il miglioramento della qualità delle città e della sicurezza dei pedoni, dovrebbe passare quindi per la ri-conversione delle strade da infrastrutture a luoghi di incontro e di socializzazione. Basti pensare che un tempo le strade assicuravano ad ogni pedone da 1 a 2 metri quadrati. Poi si è attuato un percorso evolutivo dei trasporti fino a rendere centrale l’automobile che richiede in città da 13 a 37 metri quadrati (da ferma) e circa 139 metri quadrati quando si muove (fonte Victoria Transport Policy Institute). “Le strade e i marciapiedi costituiscono i più importanti luoghi pubblici di una città e i suoi organi più vitali”. Ha dichiarato l’antropologa Jane Jacobs – Quando si pensa a una città la prima cosa che si pensa sono le sue strade: secondo che esse appaiono interessanti o insignificanti, anche la città appare tale”.

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Uber: Londra non rinnova la licenza, fine dei giochi?

di Raffaele Dambra

Ube Londra

Dopo il rosso di 1,2 miliardi di dollari registrato nell’ultimo trimestre, altre pessime notizie per Uber. Londra ha deciso infatti di non rinnovare la licenza al colosso americano del ride sharing a causa di presunte violazioni che, secondo il TFL (Transport For London), metterebbero a rischio i passeggeri e la loro sicurezza. La sospensione di Uber non è comunque immediata visto che il servizio resterà attivo fino a quando non sarà esaminato l’inevitabile ricorso. Inutile dire che se Uber dovesse perdere la più importante piazza europea riceverebbe una mazzata forse decisiva per il suo futuro.

UBER: PERCHÉ LONDRA NON RINNOVA LA LICENZA

TFL, l’azienda responsabile dei trasporti pubblici a Londra, aveva già sospeso Uber nel 2017 e poi una seconda volta nel 2018. Sempre per problemi riguardanti la sicurezza dei viaggiatori e degli autisti e, più in generale, per la scarsa trasparenza dell’azienda. In entrambi i casi era stata poi concessa una proroga di 15 mesi, l’ultima delle quali è scaduta domenica 24 novembre, a fronte degli impegni assunti da Uber per annullare le criticità. Stavolta però il TFL non se l’è sentita di concedere una terza proroga, lamentando nuove negligenze e violazioni da parte della app che a Londra offre un servizio simile a quello dei taxi (mentre in Italia può operare solo come noleggio con conducente). “Nonostante riconosciamo che Uber abbia fatto dei miglioramenti affrontando alcuni problemi”, hanno dichiarato i rappresentanti dell’autorità dei trasporti londinese, “Temiamo che tali problemi possano ripresentarsi in futuro. Il che ci ha portati a concludere che la società non sia adatta a operare in questo momento”.

UBER: LONDRA TEME PER LA SICUREZZA DEI PASSEGGERI

In particolare il TFL giudica inaccettabile che Uber abbia consentito ai passeggeri di salire a bordo di veicoli con conducenti potenzialmente non autorizzati e non assicurati. Sotto accusa, secondo la ricostruzione dell’autorità londinese, è soprattutto il sistema di Uber che ha permesso ad alcuni conducenti non autorizzati di caricare le proprie foto utilizzando altri account. Così facendo, hanno potuto prendere i passeggeri come se fossero i conducenti Uber prenotati, e ciò è successo in almeno 14.000 viaggi. Di conseguenza tutti quei viaggi non risultavano assicurati, e molti passeggeri hanno viaggiato con autisti senza licenza. Incluso uno la cui licenza era stata precedentemente revocata. Inutile dire che si tratta di situazioni di potenziale pericolo non certo da sottovalutare.

UBER ‘CACCIATA’ DA LONDRA: LA REAZIONE DELL’AZIENDA AMERICANA

La momentanea ‘cacciata’ di Uber da Londra, che adesso ha 21 giorni per presentare ricorso, ha ovviamente scatenato la reazione dell’azienda di San Francisco, che si dice pronta a difendere le sue ragioni fino in fondo. “La decisione di TFL di non rinnovare la licenza a Londra è insolita e sbagliata”, ha infatti detto il manager Jamie Heywood. “Negli ultimi due anni abbiamo cambiato la nostra attività in modo sostanziale e affinato ulteriormente i nostri standard di sicurezza. Inoltre abbiamo verificato di recente tutti i nostri driver di Londra. Faremo senz’altro ricorso perché desideriamo andare avanti. Lo dobbiamo ai 3,5 milioni di utenti londinesi e ai 45 mila conducenti con licenza che dipendono da Uber a Londra. Faremo tutto il possibile per risolvere questa situazione”. Come finirà?

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Tasse sull’auto: +1,5% nel 2018 e si temono nuovi aumenti

di Raffaele Dambra

Tasse sull'auto

Industria automobilistica preoccupata per l’aumento del carico fiscale sul settore dell’automotive. Nel 2018, infatti, le tasse sull’auto in Italia sono salite del +1,5% sull’anno precedente, raggiungendo 76,3 miliardi di euro (il 15,8% delle entrate tributarie nazionali e il 4,3% del Pil). E le stime sul 2019 e sul 2020 fanno presagire ulteriori rincari. “Siamo di fronte al rischio di ulteriori vessazioni in discussione nella nuova Legge di Bilancio”, ha confermato l’ANFIA, Associazione nazionale filiera industria automobilistica, riferendosi soprattutto alla questione della tassazione sulle auto aziendali. “Tra l’altro in vista di un 2020 cruciale per la transizione verso la mobilità elettrificata”.

TASSE SULL’AUTO: NEL 2018 PREOCCUPANTE AUMENTO DEL GETTITO

Preoccupa specialmente il fatto che il gettito fiscale dell’automotive abbia segnato un nuovo rialzo proprio nell’anno, il 2018, in cui il mercato delle auto nuove ha subito una flessione (-3,1%) dopo quattro consecutivi in ripresa, seppur con un rallentamento dei ritmi di crescita. “È cresciuto sia il prelievo derivante dall’acquisto degli autoveicoli (+0,7%) che quello sul possesso (+4,6%)”, si legge nella nota di ANFIA. “Ma come sempre è il gettito derivante dall’utilizzo dell’auto a essersi confermato la voce di maggior entità. Una voce pari al 78,7% del dato complessivo del comparto, per un valore di 60,1 miliardi di euro”. A realizzare una cifra così elevata, in aumento del +1,3% rispetto al 2017, hanno contribuito in particolar modo le voci di prelievo fiscale relative ai carburanti (36,7 miliardi di euro, +2,1%), e all’IVA su manutenzione e riparazione, acquisto ricambi, accessori e pneumatici (10,7 miliardi di euro, +2,5%).

2020: IN ARRIVO NUOVE TASSE SULLE AUTOMOBILI?

Ma se il 2018 è ormai andato e il 2019 quasi, l’industria automobilistica è in allarme per la china che potrebbe prendere il 2020 a livello di tasse sulle automobili. “Il disegno di Legge di Bilancio 2020 contiene un innalzamento della tassazione sull’auto aziendale in fringe benefit. Che, anche se declinata su tecnologie o fasce emissive, è a tutti gli effetti una nuova tassa che pagheranno i lavoratori dipendenti e le aziende”. Una nuova tassa che secondo l’ANFIA avrà effetti controproducenti anche in termini ambientali, perché colpirà quella parte del mercato che più supporta lo svecchiamento del parco circolante. “E come se non bastasse ci saranno effetti recessivi sul PIL dovuti all’impatto diretto sulle vendite del nuovo e sulla relativa produzione nazionale”. L’associazione che rappresenta l’industria automobilistica ha invitato dunque il governo a ripensarci. “Portare avanti questa misura significherebbe fare un enorme passo indietro allontanandosi ulteriormente dagli standard europei. Considerando che già l’auto aziendale italiana in generale è più penalizzata in termini di detraibilità e deducibilità”.

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Auto Nuova Gratis: le 4 imprese multate da cui tenersi alla larga

di Redazione

L’Auto Nuova Gratis o a costo zero è solo un miraggio, a confermarlo è l’Autorità Garante che ha multato Vantage Group, Pubblicamente, Golden Car ed Entity Holding Italia. Le multe per un totale di 1,6 milioni di euro alle 4 società distinte sono state comminate dopo una lunga serie di indagini. Al centro delle accuse di pratica commerciale scorretta ci sono le auto promesse agli associati a costo zero, ma quasi mai consegnate. Il Garante ha accertato che la solidità delle organizzazioni derivava in gran parte dalle quote che “i clienti” versavano per ottenere un’auto gratis o a costo zero e guadagnare compensi promessi dalle aziende.

AUTO NUOVA GRATIS E SENZA COSTI: COSA C’E’ DIETRO

L’Autorità Garante della Concorrenza e del mercato ha accertato in 4 procedimenti istruttori diversi che le società raccoglievano fondi per alimentare un’organizzazione senza assolvere agli impegni contrattuali. In sostanza fumo negli occhi a chi ha aderito a “My Car No Cost”, “Spot & Go”, “Golden Car” e “AutoNuovaGratis” pensando di aver fatto l’affare del secolo. L’Antitrust ha contestato la pratica commerciale scorretta (artt. 20, 21 e 22 del Codice del Consumo) ai professionisti per aver diffuso informazioni ingannevoli sui siti web. Lo scopo delle 4 società era promuovere le offerte commerciali “a costo zero” e “auto gratis” in cambio dell’attività di carvertising, cioè guadagnare con una pubblicità sull’auto. Uno dei rischi più frequenti come noleggiare un’auto in aeroporto senza controllarla.

LE PROMESSE NON MANTENUTE SULLE AUTO A COSTO ZERO

Dai 300 ai 400 euro di compenso al mese avrebbero ricevuto i clienti sottoscrivendo un contratto con le rispettive società. Ma oltre alla paga mensile, la società avrebbe coperto anche la rata del finanziamento dell’auto o il canone del noleggio. Intanto solo poche auto, dopo la sottoscrizione del contratto sarebbero state consegnate ai rispettivi proprietari. Ma in secondo luogo, questo impegno contrattuale cela non poche criticità. Intanto perché la corresponsione del compenso è legata all’effettivo affitto dello spazio pubblicitario sull’auto. Poi perché se il cliente non riesce a coprire le rate dell’auto potrebbe anche perdere quanto versato per entrare nell’organizzazione.

L’AUTO GRATIS SE LA PAGAVANO GLI AFFILIATI TRA LORO

“L’effettiva redditività dell’attività pubblicitaria si basava in modo pressoché esclusivo sulla disponibilità delle fee d’ingresso corrisposte dagli aderenti.” Scrive l’Antitrust “Non era quindi in grado di onorare, se non per un limitato lasso di tempo, la promessa agli aderenti dei prospettati rimborsi rateali.” Tra le società delle offerte di auto gratis, Vantage Group è stata sanzionata dell’importo più alto (1,2 milioni di euro) per pratica commerciale aggressiva ( artt. 24 e 25 del Codice del Consumo). L’Antitrust ha accertato che chi aderiva all’offerta “My Car No Cost” si ritrovava ostacolato nell’esercizio dei propri diritti contrattuali, di fronte all’inadempienza contrattuale della società. A causa della gravità delle evidenze emerse, l’Antitrust ha multato Pubblicamente s.r.l. per 200.000 euro, Golden Car s.r.l.s. e Entity Holding Italia rispettivamente per 100.000 euro.

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Sonno al volante: il 12% si addormenta in auto mentre guida in UK

di Donato D'Ambrosi

Dormire in auto mentre si è alla guida provoca il 25% degli incidenti mortali nel Regno Unito e gli inglesi ne sono particolarmente preoccupati secondo un’indagine dell’Automobile Association. Il rischio di addormentarsi al volante è piuttosto frequente in UK dove almeno 1 guidatore su 8 è stato colto dal colpo di sonno. Ritmi di lavoro stressanti e guida notturna non aiutano a prevenire i rischi della stanchezza alla guida che l’AA racchiude nel video della sua campagna qui sotto.

1 INCIDENTE SU 4 IN UK PER I COLPI DI SONNO

L’associazione no-profit AA ha interrogato 20.561 conducenti in un sondaggio online sui rischi della stanchezza alla guida e i colpi di sonno al volante. Un guidatore inglese su otto (13%) ha ammesso di essersi addormentato al volante. Nonostante la stanchezza molti si sono messi ugualmente al volante. Quasi due quinti (37%) hanno confessato di essere stati così stanchi da temere di addormentarsi durante la guida. Secondo l’indagine inglese gli uomini (17%) hanno tre volte più probabilità delle donne (5%) di cedere al pericolo del sonno alla guida.

IL SONNO FA MENO PAURA DELLE ALTRE CAUSE DI INCIDENTI

Dall’indagine è emerso anche che c’è ancora poca consapevolezza del rischio di addormentarsi al volante soprattutto tra i giovani. “Le statistiche sui conducenti assonnati sono scioccanti, tanto più quando ti rendi conto che il problema è sottostimato.” Ha spiegato Edmund King Direttore dell’AA. “L’unica vera cura per la stanchezza è quella di riposare: se i conducenti si sentono stanchi o vengono avvisati dalla propria auto, devono fermarsi in un posto sicuro per una pausa”.

I GIOVANI IGNORANO IL RISCHIO DELLA STANCHEZZA ALLA GUIDA

I giovani dai 18 ai 24 anni, secondo il sondaggio sono più esposti a credere che la stanchezza al volante non influisce le loro capacità di guida. Lo pensa il 13% dei guidatori giovani rispetto al 2% di tutti i conducenti. I giovani conducenti – secondo i dati dell’AA – sono anche la categoria che anche se avvertono i sintomi del sonno continuano a guidare. Il 18% di chi non prende in considerazione una sosta rigenerante tra gli under 24 supera di molto la media del 3% di tutti gli altri conducenti che sottovalutano il pericolo del sonno al volante.

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Il mercato dei veicoli industriali al palo: -10,2% a ottobre 2019

di Donato D'Ambrosi

Le immatricolazioni dei veicoli industriali costantemente in calo (-10,2% gli autocarri a ottobre) sono la cartina al tornasole di un’economia ferma. Lo rivelano i dati dell’ANFIA (Associazione Nazionale Filiera Industria Automobilistica) sulle immatricolazioni di autocarri superiori a 3,5 tonnellate e autobus.

I NUMERI DEL MERCATO DEI MEZZI INDUSTRIALI

Ad ottobre 2019, sono stati rilasciati 1.901 libretti di circolazione di nuovi autocarri (-10,2% rispetto ad ottobre 2019) e 1.118 libretti di circolazione di nuovi rimorchi e semirimorchi pesanti, ovvero con portata superiore a 3.500 kg (-11,8%), suddivisi in 104 rimorchi (-1,9%) e 1.014 semirimorchi (-12,7%). Entrambi i comparti confermano un trend negativo nei primi dieci mesi del 2019: 19.866 libretti di circolazione di nuovi autocarri, il 6,9% in meno del periodo gennaio-ottobre 2018, e 12.314 libretti di circolazione di nuovi rimorchi e semirimorchi pesanti (-7,8% rispetto a gennaio-ottobre 2018), così ripartiti: 1.179 rimorchi (-6,4%) e 11.135 semirimorchi (-7,9%).

TRAFFICO IN AUMENTO MA CON GLI STESSI MEZZI INVECCHIATI

La riduzione delle vendite di veicoli industriali non è figlia di un traffico di mezzi pesanti ridotto, anzi. Le flessioni della produzione nazionale dipendono dalla crescita congelata dell’economia Per contro, il traffico autostradale dei veicoli pesanti in milioni di veicoli/km risulta in aumento del +2% nei primi 8 mesi del 2019. Guardando alla produzione nel settore delle costruzioni che impatta sul settore dell’autotrasporto, nei primi 8 mesi del 2019, l’indice mostra un aumento tendenziale del +3,1%. Clicca sulla tabella qui sotto per vederla a tutta larghezza.

IMMATRICOLAZIONI MEZZI PESANTI PER PESO

Secondo le classi di peso, da inizio anno registrano volumi in crescita gli autocarri con peso superiore a 5.000 kg fino a 8.000 kg (+5%). Importante, invece, la flessione dei trattori stradali: -14% nei primi 10 mesi del 2019. Da inizio anno, sono stati rilasciati 823 libretti di circolazione di autocarri alimentati a GNL (Gas Naturale Liquefatto) e 347 a CNG (Gas Naturale Compresso). Per i veicoli trainati la flessione è più contenuta per i marchi nazionali (-4,9%) e più significativa per i marchi esteri (-9,7%). Al contrario del mercato autocarri, i rimorchi e semirimorchi registrano volumi in calo nelle regioni del Nord Italia (-16%) e volumi in aumento nelle regioni del Sud-Isole (+3,6%).

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Crollo viadotto A6: i percorsi alternativi

di Raffaele Dambra

Crollo viadotto A6 percorsi alternativi

In seguito al crollo del viadotto A6 ‘Madonna del Monte’ poco dopo Savona in direzione Torino, la circolazione autostradale è stata ovviamente interrotta sia sulla tratta interessata dal sinistro (da Savona, bivio A6/A10, ad Altare) che sulla carreggiata opposta, in direzione sud, tra Millesimo e il medesimo bivio A6/A10. Quest’ultima, infatti, pur essendo stata solo sfiorata dalla frana che ha causato il crollo del viadotto, potrebbe aver subito comunque dei danni. E sarà dunque riaperta solo dopo averne constatato la perfetta staticità. Ne consegue che al momento il collegamento in autostrada tra il Ponente ligure e il Piemonte risulta interrotto con rischio isolamento per parecchi Comuni. Vediamo quindi se ci sono dei percorsi alternativi per ovviare al crollo del viadotto A6. Articolo aggiornato alle 23:00 del 24 novembre con le informazioni diramate da Viabilità Italia.

VIADOTTO A6 CROLLATO: COME RAGGIUNGERE LA VAL BORMIDA E IL PIEMONTE DA SAVONA E VICEVERSA?

Purtroppo anche gran parte delle strade provinciali della Val Bormida (ricordiamo che la A6 collega Savona a Torino, e viceversa, attraversando proprio la Val Bormida il cui centro più importante è Cairo Montenotte) sono chiuse a causa delle piogge torrenziali di questi ultimi giorni. Per cui riuscire ad attraversare la valle per raggiungere i due capoluoghi e i Comuni lungo il tracciato non è affatto semplice. Non a caso il governatore della Liguria Giovanni Toti, intervenuto in prefettura a Savona per fare il punto della situazione, ha dichiarato che, viste le numerose frane, la Val Bormida risulta accessibile solo con piccole strade locali di difficile raggiungibilità, raccomandando i cittadini di non mettersi in viaggio.

CROLLO VIADOTTO A6: PERCORSO ALTERNATIVO CON LA A26

Chi invece, nonostante il crollo del viadotto sulla A6, deve raggiungere necessariamente la Val Bormida e/o il Piemonte da Savona e viceversa può provare i seguenti percorsi alternativi, i primi due suggeriti dal portale locale ivg.it.
1) da Savona alla Val Bormida #1: tramite la A10 in direzione Genova giungere all’allacciamento con la A26 Genova-Gravellona Toce; prendere quest’ultima, uscire ad Alessandria sud e percorrere poi il tratto che da Acqui Terme scende verso il territorio valbormidese.
2) da Savona alla Val Bormida #2: da Albenga prendere la provinciale 453 per Pieve di Teco; proseguire fino ad Ormea; rientrare infine nel tratto di A6 all’altezza di Cuneo. Questo percorso è decisamente più lungo del  precedente.
3) da Savona/Ventimiglia a Torino e viceversa: percorrere la A26 Genova Voltri-Gravellona Toce e immettersi sulla A21 Torino-Piacenza verso Torino. Percorso inverso da Torino in direzione Savona e Ventimiglia.
Vista però la tortuosità di tali alternative, se non ci sono grandi urgenze è meglio attendere il miglioramento del tempo (previsto già nelle prossime ore) e la riapertura di buona parte delle strade provinciali e statali.

PERCORSI ALTERNATIVI PER LE LUNGHE PERCORRENZE

Per coloro che sono in viaggio lungo la A10, da Imperia, diretti verso le regioni del Piemonte e della Lombardia: prendere la A26 Genova – Gravellona Toce a Genova a Voltri direzione Alessandria;

Per coloro che sono in viaggio lungo la A12 provenendo da La Spezia: prendere la A7 a Genova, o eventualmente la A26 a Genova Voltri e poi la A21 in direzione Torino;

E per coloro che da Torino sono diretti verso Savona: prendere la A21 in direzione Alessandria e poi la A26 in direzione Savona A10. Si segnala che l’uscita obbligatoria istituita sula A6 a Millesimo, non consente di arrivare a Savona attraverso la viabilità ordinaria a causa della chiusura della SP29;

Per chi proviene dalla dorsale tirrenica del centro-sud italia verso il Piemonte: prendere la A11 direzione Firenze, la A1 verso nord e successivamente la A21 verso Alessandria. Alternativamente si può prendere a La Spezia la A15 in direzione Parma, poi la A1 verso nord e successivamente la A21 sempre in direzione Alessandria. Percorso inverso (A21-A1-A11, ovvero A21-A1-A15-A12) per chi dal Piemonte deve raggiungere la dorsale tirrenica.

Per il traffico locale non si consiglia di percorrere le autostrade e di fruire, invece, della viabilità ordinaria, secondo le indicazioni delle Autorità locali. Si consiglia infine di evitare le aree limitrofe al crollo per non essere d’intralcio alle operazioni di soccorso.

ALTRA VIABILITÀ AUTOSTRADALE NELLA ZONA INTERESSATA DAL CROLLO

Sulla A10 si segnala la presenza di cantieri per il pieno ripristino della sede stradale interessata dagli smottamenti del 23 novembre. Tra gli interventi attualmente in corso da parte dei tecnici si segnala quello nel tratto compreso tra Varazze e Arenzano in direzione di Genova dove, a causa di due distinti smottamenti con detriti in carreggiata, si circola su una corsia in deviazione sulla opposta direzione per circa 8 km. Con previsione di ripristinare la circolazione su due delle tre corsie disponibili entro la giornata di lunedì 25 in cui si prevedono accodamenti.

Fino ad allora resteranno chiusi anche l’ingresso da Varazze per Genova, per cui si consiglia in alternativa l’entrata ad Arenzano; e l’uscita ad Arenzano provenendo da Savona con consiglio di uscire a Varazze e raggiungere Arenzano tramite la SS 1 Aurelia.

VIABILITÀ ORDINARIA NELLA ZONA INTERESSATA DAL CROLLO

La SS 1 Aurelia è chiusa in località Vado Ligure (GE) e in località Arenzano. È inoltre chiusa la SS 334 del Sassello in località Stella, il tutto a causa di frane. Anche la SP 29 è chiusa in località Montemoro (SV) dal km 147 al Km 149 causa frana.

NUMERI DA CHIAMARE PER INFORMARSI SU VIABILITÀ E POSSIBILI PERCORSI ALTERNATIVI

Call center viabilità Autostrada A6 Torino-Savona: tel. 011.97.13.182.
CCiSS – Viaggiare informati: tel. 1518
ANAS – Info viabilità: tel. 800.841.148.

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Viadotto su autostrada A6 Torino-Savona crolla per una frana

di Raffaele Dambra

Viadotto autostrada A6 Torino-Savona crolla

Tragedia sfiorata su un viadotto dell’autostrada A6 Torino-Savona crollato parzialmente a causa di una frana provocata dalle forti piogge. Il viadotto si trova nel tratto savonese dell’autostrada, in direzione Torino, all’altezza del km 122 in prossimità del comune di Altare, poco dopo l’innesto con la A10. Dalle prime ricostruzioni sembra che sia venuto giù un tratto di circa 30 metri. Sul posto stanno sono già intervenuti i vigili del fuoco per accertare l’eventuale coinvolgimento di veicoli e persone, ma per fortuna non si ha per il momento notizia di feriti o vittime. Ricordiamo che la società concessionaria della A6 Torino-Savona è l’Autostrada dei Fiori, controllata da SIAS del gruppo Gavio (N.B. foto in apertura di savonanews.it).

CROLLO VIADOTTO AUTOSTRADA A6 TORINO-SAVONA NEI PRESSI DI ALTARE

Per la seconda volta nel giro di un anno e tre mesi la Liguria è di nuovo suo malgrado protagonista di un evento drammatico che mette a nudo tutti i problemi infrastrutturali della regione. Ma a differenza della tragedia del Ponte Morandi a Genova, stavolta per lo meno non si devono contare dei morti (restiamo comunque in attesa di conferme ufficiali). Il crollo di una parte del viadotto sulla A6 in direzione Torino si è verificato precisamente nel tratto tra Savona e Altare, prima della galleria. Il cedimento ha interessato circa 30 metri di corsia ed è ben visibile a occhio nudo fin dalla collina della Madonna del Monte.

UNA FRANA RESPONSABILE DEL CROLLO DI UNA PARTE DEL VIADOTTO A SAVONA

Secondo una prima ricostruzione, come riferisce il quotidiano Repubblica, una frana si sarebbe staccata dal monte sovrastante l’autostrada e avrebbe travolto i piloni del viadotto, provocandone il crollo. Del resto negli ultimi giorni l’autostrada Savona-Torino e tutto il territorio circostante sono stati letteralmente flagellati da movimenti franosi legati alle forti piogge, che avevano già portato alla chiusura di alcuni punti della A6. Ovviamente dopo il crollo di parte del viadotto si è provveduto a interrompere la circolazione sia in direzione Torino nel tratto tra il bivio A6/A10 Savona e Altare; ma anche, a scopo precauzionale, sulla carreggiata opposta, in direzione Savona, tra Millesimo e il bivio A6/A10.

IL PUNTO DELLA SITUAZIONE SUL CROLLO DEL VIADOTTO DELLA A6

Il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti si è recato in Prefettura per ricevere tutte le informazioni sul crollo del viadotto della A6 a Savona, e ha postato pochi minuti dopo un video su Facebook con il punto della situazione. “Dai primi accertamenti“, ha confermato il governatore, “Sembra che il crollo sia stato causato da una grandissima frana che si è staccata dal monte che fiancheggia il viadotto, partendo molte centinaia di metri più in alto. La frana ha travolto i pilastri del viadotto portando via 30 metri di campata di una carreggiata e si è fermata sotto i piloni dell’altra“. Dopo un successivo sopralluogo Toti ha dichiarato che sono giunte segnalazioni di un’auto in transito al momento del cedimento. Ma non è detto che siano segnalazioni certe. Comunque si stanno effettuando tutte le verifiche del caso scavando sotto una coltre di oltre due metri di fango.

[IN AGGIORNAMENTO]

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Black Friday 2019: 5 accessori auto utili da non perdere

di Donato D'Ambrosi

Il Black Friday 2019 è iniziato e molti automobilisti ne approfitteranno per farsi o fare un regalo in largo anticipo. Ecco alcuni consigli per riuscire a distinguere le finte offerte dalle vere occasioni del Black Friday. Cosa si può comprare durante la settimana del Black Friday 2019? Ecco 5 accessori auto per il confort, il fai da te e la sicurezza di viaggio più utili da non farsi mancare.

QUANTO DURA IL BLACK FRIDAY 2019

Il Black Friday è una tradizionale ricorrenza USA che si è diffusa nel mondo negli ultimi decenni. Ma perché si chiama Black Friday? Il Black Friday è il venerdì seguente il giorno del Ringraziamento negli USA. Per i negozi scandisce l’avvio del periodo si shopping sfrenato prenatalizio, per molti altri solo il traffico “nero” congestionato per la caccia ai regali. Il Black Friday 2019 in Italia va dal 22 al 29 novembre 2019, e anticipa il Cyber Monday. Il lunedì successivo alla settimana del Black Friday infatti si ripetono le offerte dedicate esclusivamente alle vendite online, quest’anno il Cyber Monday cadrà il 2 dicembre.

I CONSIGLI PER GLI ACQUISTI NEL BLACK FRIDAY

Come distinguo le offerte reali del Black Friday da quelle finte come i saldi stagionali? Una delle regole chiave è conoscere esattamente il valore del prodotto che volete acquistare. In questo modo saprete sempre se state pagando il giusto prezzo scontato a prescindere dal canale di vendita. Confrontate sempre più venditori poiché gli sconti sono sempre arbitrari: uno sconto basso potrebbe essere più conveniente se applicato allo stesso prodotto che parte da un prezzo inferiore. E’ per questo che Amazon ha maturato una certa credibilità e trasparenza: per ogni prodotto viene mostrato chiaramente il prezzo originale e scontato nel Black Friday. Cosa poso comprare durante il Black Friday? Qualunque cosa. Tradizionalmente durante le offerte del Black Friday si punta ad ottenere lo sconto maggiore, quindi ai prodotti che durante l’anno costano di più.

GLI ACCESSORI AUTO DA NON PERDERE CON IL BLACK FRIDAY 2019

Tra gli accessori auto più utili da non farsi scappare durante il Black Friday 2019 ci sono quelli per il fai da te, per la sicurezza dei passeggeri in viaggio e per le emergenze. I seggiolini auto per bimbi sono sicuramente un utile regalo per la sicurezza dei più piccoli, che durante il Black Friday si possono acquistare anche al 50% in meno. Accertatevi però che sia tra i seggiolini più sicuri dei test e che sia iSize. Due accessori utili soprattutto d’inverno che si possono acquistare o regalare con il Black Friday sono i caricabatterie auto e gli avviatori di emergenza per la batteria scarica. Per gli amanti del fai da te e i maniaci della pulizia un kit di chiavi assortite e un aspirapolvere  auto di buona qualità son l’acquisto ideale per approfittare degli sconti del Black Friday in modo intelligente.

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Uber inquina troppo: in arrivo a Londra i taxi elettrici entro il 2025

di Donato D'Ambrosi

Uber

I mezzi di trasporto alternativi all’auto di proprietà dovrebbero ridurre le emissioni di CO2, e invece non è quanto accade a Londra. Secondo un rapporto di Transport&Environment Uber è tra i principali fattori dell’aumento di emissioni di CO2 collegate al ride hailing. Al punto che Uber ha ammesso le responsabilità ambientali dei taxi neri, pianificando l’impiego di auto Uber totalmente elettriche.

LA META’ DEI TAXI A LONDRA E’ DI UBER

Ride hailing, ride sharing e ride pooling hanno nomi molto simili nell’era dei viaggi prenotabili via app è facile confondersi. Ma i 3 servizi hanno un effetto molto diverso sulle emissioni di CO2 delle auto impiegate dalle società di noleggio con conducente. Uber è la principale società del Regno Unito che ha eletto Londra capitale europea dei servizi NCC Uber. Tra il 2016 e il 2018 il numero di conducenti Uber a Londra è passato da 25.000 a 45.000, coprendo la metà delle licenze NCC rilasciate. Secondo il rapporto di T&E questa crescita ha reso Uber il principale fornitore di servizi di mobilità in Europa con oltre 3,6 milioni di utenti solo a Londra. Ma tutto questo ha un conto ambientale legato all’aumento del numero di corse effettuate.

UBER E LYFT AL POSTO DEI MEZZI PUBBLICI

L’indagine di T&E stima che le emissioni di CO2 prodotte a Londra e Parigi dai servizi di taxi Uber equivalgono alle emissioni di CO2 di oltre 250.000 auto di proprietà. Secondo l’indagine i servizi di ride hailing come Uber e Lyft sono diventati un’alternativa al trasporto pubblico (non sempre puntuale) piuttosto che all’auto di proprietà. Ecco perché in molti casi le stesse compagnie propongono sconti per la condivisione delle stessa corsa (ride sharing, più passeggeri, piuttosto che del ride hailing, un passeggero).

LE AUTO ELETTRICHE UBER COSTANO GIA’ DI PIU’ AI PASSEGGERI

Secondo quanto riportato da Forbes però Uber starebbe mitigando uno scontro con le associazioni ambientaliste. Una coalizione di attivisti in Germania, Francia, Regno Unito, Stati Uniti, Paesi Bassi e Belgio ha lanciato la campagna “True Cost Of Uber“. Insieme spingeranno i Comuni delle città che ospitano i servizi di ride hailing ad utilizzare flotte sempre più pulite. E Uber non ha alzato un muro, ma ha annunciato il cambiamento entro il 20205, un cambiamento al costo di 15 pence in più ogni miglio a Londra (18 centesimi di euro). Questo aumento dovrebbe sostenere il passaggio dai veicoli a combustione ai veicoli elettrici usati da Uber, ma non è ancora chiaro come la pensano i driver che dovranno sostenere la spesa maggiore.

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Motorola RAZR: quanto costa cambiare il display?

di Alessandro Ricatti

Dopo aver assistito alla presentazione ufficiale del Motorola RAZR, la stessa azienda ha dichiarato i prezzi relativi alla sostituzione del display flessibile. In realtà, il prezzo non è poi così molto elevato.

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Il Metano sui camion inquina fino a 5 volte più del diesel

di Nicodemo Angì

metano-sui-camion

I veicoli pesanti emettono più che in proporzione al loro numero: è per questo che si guarda al Metano sui camion per “pulire” il trasporto. Secondo i dati EPA nel 2014 i veicoli leggeri hanno consumato 14.395 TeraBTU di energia, circa 25 volte di più dei veicoli medio-pesanti. Eppure le emissioni di gas serra dei veicoli leggeri sono state 108,4 milioni di tonnellate contro i 187,1 milioni dei camion e degli autobus. In pratica i mezzi pesanti sono molti di meno di quelli leggeri e quindi consumano “poca” energia ma nel farlo emettono più che in proporzione. Si capisce quindi perché i governi e le città spingono per un carburante che appare molto più pulito: il Metano. Possiamo quindi dire che il metano sui camion abbassa le emissioni? La questione è molto controversa e vari studi recenti sembrano ridimensionare questa tesi.

IL METANO EMETTE 5 VOLTE IL DIESEL?

Una premessa: le sostanze veramente tossiche sono fondamentalmente gli ossidi d’Azoto, i composti dello Zolfo, il particolato e gli idrocarburi incombusti. Il Metano e l’anidride carbonica sono invece gas serra, con il primo molto più potente della seconda. Transport & Environment ha riportato i test emissioni di NOx, CO2 equivalente e particolato condotte su strada da TNO (ente olandese indipendente) su vari camion. Il Volvo Euro 6/C 2018 ha come carburante primario il Metano (LNG) acceso dal gasolio con il sistema High Pressure Direct Injection (HPDI). A rappresentare i camion a metano con accensione comandata ci sono stati un Iveco Stralis ed uno Scania G340 entrambi Euro 6 del 2017. Il confronto è avvenuto con camion diesel Euro 6/A del 2013, sempre testati da TNO.

EMISSIONI CONTROVERSE

I risultati in città hanno visto i camion a metano emettere più NOx rispetto al migliore mezzo a gasolio, con l’Iveco superiore di 3,5 volte. Nel ciclo combinato le emissioni sono scese ma il divario è salito, con l’Iveco a emettere 5 volte di più del miglior diesel 2013. Le emissioni di particolato sono risultate paragonabili e quelle della CO2 inferiori, rispetto al miglior camion del 2013, dal 3 al 14%. Questo impone cautela perché il riferimento “camion medio 2013” considera veicoli con consumi diversi ed essi sono direttamente legati alla CO2 emessa. Cosa accade poi considerando le emissioni del Metano sui camion in maniera più estesa, ad esempio dal pozzo al serbatoio (WTT) o dal serbatoio alle ruote (TTW)? Le emissioni WTT di gas serra equivalenti sono il 26% maggiori, per unità di energia, del gasolio perché il Metano ha un potere serra maggiore.

A FAVORE DEL METANO

Esistono ovviamente deduzioni a sostegno del Metano e ringraziamo Mario Ragusa, promotore della sperimentazione dell’etanolo contro il particolato, per avercene indicate qualcuna. Segnaliamo per esempio gli appunti fatti da Natural & bio Gas Vehicle Association (ovviamente a favore del gas). Fra le contestazioni leggiamo che  per il particolato T&E avrebbe “confuso” la massa delle particelle PM con il loro numero PN, alterando i risultati. Ulteriore critica è non aver citato altri dati TNO, più favorevoli, e i test biennali del consorzio Project Equilibre. È il monitoraggio – che ha come partner anche aziende e consorzi attivi nel settore del Metano – di camion delle flotte di varie società francesi. Da essi si evince che se il traffico è scorrevole le emissioni di NOx sono comparabili mentre esse salgono molto di più per i diesel nelle congestioni.

IL METANO E LE SIMULAZIONI

Anche in questo caso la diminuzione della CO2 non è apparsa molto rilevante mentre quella degli ossidi di Azoto appare più sostanziale. In ogni caso i valori rilevati sono abbastanza simili per i veicoli diesel ma variano molto per quelli a Metano, dipendendo dalle tecnologie usate. Alla fine, dopo 500 mila km di test, si conclude che non è facile paragonare le emissioni di NOx per motorizzazioni diverse. Chiudiamo con uno studio effettuato dalla francese Energie Nouvelle – fa parte dell’istituto di ricerca IFPEN – che analizza vari veicoli con simulazioni al computer. Le emissioni di gas serra totali per camion 12 tonnellate sono state simulate con alimentazioni: diesel, Metano, Biometano, elettrica e ibride diesel, Metano e Biometano. Per l’anno 2019 le emissioni dal pozzo alla ruota (WTW) sono preponderanti per diesel e ibrido diesel (marrone) mentre nel Metano svetta il verde TTW seguito dal turchese WTT.

IL CAMION A METANO DEL FUTURO

Il totale crolla per l’elettrico (mix energetico francese), con la batteria a pesare molto ed è ancor più basso per l’ibrido a Biometano. La proiezione al 2030 mostra una diminuzione generale della CO2 con l’ibrido-Metano che ha i valori più bassi fra le alimentazioni non a Biogas. Si nota che per i mezzi a gas ha un certo peso il percorso WTT, dato dalle dispersioni in atmosfera. La CO2 equivalente più bassa attiene al termico e all’ibrido a Biometano, in virtù di un sostanziale azzeramento della fase TTW. L’elettrico è appena peggiore perché svantaggiato dalle emissioni della costruzione della batteria: se le relative tecnologie emettessero meno CO2 questa motorizzazione avrebbe lo scettro. Notiamo infine che l’ibrido si considera non plug-in e quindi con poche emissioni-batteria ma vantaggioso soltanto nei percorsi favorevoli al recupero d’energia. Il metano sui camion lascia quindi molte incertezze, anche perché le emissioni non sono misurate nello stesso modo (al km, nel ciclo vita, in g/CO2 equivalenti?) e aspettiamo nuove ricerche per trarre conclusioni.

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