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Ieri — 18 Febbraio 2019RSS feeds

Riforma UE del Copyright sempre più vicina: manca poco alla “link tax” e i “filtri online”

di Dario D'Elia
La settimana scorsa Parlamento UE e Consiglio UE hanno trovato un accordo per la riforma del copyright, anche se otto Paesi – fra cui l’Italia – hanno espresso un voto contrario. Secondo il vicepresidente della Commissione UE Andrus Ansip vi saranno benefici per tutti: più diritti per gli utenti, una equa remunerazione per i creatori […]

Mercato Unico Digitale, un’altra spallata ai colossi del Web affinché siano equi con le PMI europee

di Dario D'Elia
In Europa le piattaforme e-commerce, quelle di prenotazione e i motori di ricerca non potranno più discriminare i fornitori e dovranno essere trasparenti anche nel posizionamento delle offerte. Queste le principali novità introdotte dal nuovo regolamento approvato venerdì dal Parlamento europeo, il Consiglio dell’Unione europea e la Commissione europea. A seguito della prossima pubblicazione ufficiale […]
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GrowBot, l’Italia guida il progetto europeo che si ispira alle piante rampicanti per i robot del futuro

di Alessandro Crea
È possibile costruire robot che si comportino come fanno alcune piante rampicanti, arrampicandosi e adattandosi all’ambiente circostante? Se lo sono chiesti i ricercatori del progetto GrowBot coordinato dall’IIT-Istituto Italiano di Tecnologia e finanziato dalla Commissione Europea con circa 7 milioni di euro per i prossimi 4 anni, nell’ambito del programma FET di Horizon 2020. L’obiettivo […]

UE Code Week 2018 da record con 2,7 milioni di partecipanti. Il coding è diventato popolare

di Alessandro Crea
Il coding e il pensiero computazionale sono ormai diventati popolari, nel senso che sono finalmente entrati nella cultura di massa. Lo certificano i numeri dell’edizione 2018 della UE Coding Week, evento supportato dalla Commissione europea, che ha visto la partecipazione di 2,74 milioni di persone, oltre 43mila eventi organizzati e più del 10% delle scuole […]

Bruxelles sta vagliando il blocco delle forniture TLC cinesi per la 5G, si pensa a un emendamento sulla Cybersicurezza

di Dario D'Elia
L’Unione Europea sta valutando l’opportunità di vietare ai fornitori cinesi, e quindi anche a Huawei, di contribuire allo sviluppo delle reti di telecomunicazioni 5G. Almeno quattro funzionari di Bruxelles avrebbero confermato a Reuters e al Wall Street Journal che è in atto un’analisi accurata di eventuali rischi per la sicurezza. Nulla è stato ancora deciso, […]

Dite la vostra sugli investimenti nella Banda Ultralarga, la Commissione UE vuole aggiornare la Guida

di Dario D'Elia
La Commissione UE ha avviato una consultazione pubblica per aggiornare la Guida agli investimenti nella Banda Ultralarga. La nota ufficiale, pubblicata ieri, ha ricordato che l’attuale documento risale al 2014. Nel tempo ha aiutato autorità locali, regionali e nazionali per “lo sviluppo di progetti a lungo termine per portare Internet veloce nelle rispettive comunità”. Insomma, […]

Open Fiber propone a Bruxelles lo switch-off delle reti: dal rame alla fibra (FTTH) almeno nei centri urbani

di Dario D'Elia

Open Fiber ha proposto al responsabile dell’Antitrust UE Andrus Ansip di introdurre uno switch-off  obbligatorio per il passaggio dalle reti in rame alla fibra. “Abbiamo sollecitato lo switch-off a livello europeo: come accaduto per la TV con il passaggio tra analogico e digitale terrestre“, ha confermato l’AD Elisabetta Ripa ad Affari e Finanza. “Sarebbe nell’interesse dei consumatori e dell’Europa, che auspica il salto nella nuova tecnologia”.

L’idea è di sfruttare l’obiettivo UE della copertura dei servizi ultra-broadband previsto per il 2025: si parla di almeno 100 Mbps per tutti i cittadini e reti abilitanti 1 Gbps in tutte le aree urbane e sulle direttrici stradali e ferroviarie. Open Fiber è convinta che questo possa avvenire anche prima, considerate le oltre 4,8 milioni di abitazioni già connesse e i cantieri avviati in oltre 1000 comuni.

“Siamo convinti di poter raggiungere il traguardo del nostro piano: collegare 20 milioni di case o uffici entro il 2023, e una volta definito il modello nelle aree grigie, estendere la copertura; lo switch off può partire nelle aree coperte”, ha assicurato Ripa.

Per il 2019 Open Fiber si propone di rendere disponibile l’architettura FTTH in 150 città delle aree competitive (cluster A e B) e aprire altri 2mila cantieri nei comuni a fallimento di mercato (cluster C e D). Però rimane il nodo commerciale, poiché se da una parte Wind 3, Vodafone e Tiscali sono della partita, dall’altra Fastweb per ora è coinvolta solo su Milano e TIM è ancora alla finestra.

TIM non è un nostro concorrente. E nel momento in cui l’azienda avrà la possibilità di ragionare con tranquillità sul futuro, coglierà l’opportunità di usare la fibra già realizzata per conservare un vantaggio nella competitività”, ha sottolineato l’AD. La strada potrebbe essere quella suggerita da molti addetti ai lavori e dalla stessa Ripa: accordi commerciali e/o di co-investimento. E per un’eventuale creazione di una rete unica, bisognerà considerare “anche policy maker e azionisti”.

Insomma, da una parte Open Fiber festeggia l’adozione del Codice delle Comunicazioni che favorisce il modello “wholesale”, dall’altra sottolinea che la condivisione delle infrastrutture è ancora soggetta a passaggi burocratici complicati. Mettendo a fattore comune i cavidotti di tutte le utility e di Telecom Italia il cablaggio costerebbe meno e ridurrebbe i disturbi alla cittadinanza.

Un’eventuale switch-off nei principali centri urbani darebbe ulteriore spinta allo sviluppo, ma è pur vero che i piani dell’ex-monopolista non sono ancora noti. E certamente questo dettaglio complica lo scenario.

Ad ogni modo è evidente che per prendere tempo almeno un accordo sulle aree bianche sarebbe auspicabile. E gli eventuali effetti collaterali sull’intero scacchiere nazionale sarebbero minimi, almeno sotto il punto di vista economico.

Italiani al fondo della classifica UE di chi va online, solo il 57% negli ultimi tre mesi ha consultato la mail

di Dario D'Elia

In Italia il 74% delle persone di età compresa tra 16 e 74 anni si è connessa a Internet negli ultimi tre mesi: una percentuale non troppo entusiasmante se si considera che la media UE è dell’85%. I Paesi del Nord Europa viaggiano al di sopra del 90%; fanno peggio di noi solo i bulgari (65%), i romeni (71%) e i greci (72%).

Ma forse il dato più eclatante rilevato da Eurostat (qui il database completo) riguarda l’impiego. Il 57% degli utenti online italiani ha mandato mail, il 46% ha usato social network e il 51/52% ha guardato video su piattaforme a pagamento o gratuite. Per le mail, in Danimarca e Olanda si viaggia oltre il 90%. Mentre per i social e la fruizione video la media UE è rispettivamente del 56% e del 53/57%.

Anche nel segmento videogiochi online l’Italia è un passo indietro. Si parla del 20% contro una media UE del 29% e realtà come Olanda e Danimarca che sono oltre il 40%. I dati più negativi comunque sono nelle aree vendita di beni o servizi (8%) e fissare un appuntamento con un professionista (9%). La media UE è rispettivamente del 19% e del 17%.

Insomma, urge una riflessione. Se poco più del 50% degli utenti online usa le mail, come si può immaginare che domani sfruttino servizi di pubblica amministrazione senza un’adeguata preparazione? E che dire poi delle possibilità di risparmio fornite da molti servizi digitali?

Il digital-divide culturale appare monumentale. Poco più di 7 italiani su 10 vanno su Internet, di questi quasi la metà non ne sfrutta neanche i servizi più basici. È evidente che oltre a cablare il Paese con reti di nuova generazione bisognerà prevedere copiosi investimenti nelle scuole e in corsi per adulti.

Commissione UE: banda 3.6 GHz per la 5G, armonizzazione frequenze entro dicembre 2020

di Dario D'Elia

La Commissione UE ha stabilito che in ottica 5G lo spettro radio nella banda 3.4-3.8 GHz (o 3.6 GHz) dovrà essere messo a disposizione degli operatori entro dicembre 2020. Gli Stati Membri avranno a disposizione poco meno di due anni per legiferare al riguardo nel rispetto dell’European Electronic Communications Code.

“Questa decisione consentirà l’adozione di servizi 5G nell’Unione. Questa banda è stata armonizzata per i servizi a banda larga wireless nell’Unione dal 2008. Tuttavia, il suo uso è stato basso e solo un numero limitato di licenze è stato rilasciato. Questa modifica della decisione aggiorna le condizioni tecniche per renderle compatibili con il 5G in quanto la banda da 3,6 GHz è stata identificata come la banda pioniera primaria per il 5G nell’Unione”, si legge nella nota ufficiale UE di oggi.

Da sottolineare però che non è previsto un uso esclusivo per la 5G, quindi potranno convivere altri servizi. La banda 3.6 GHz completa il lotto 5G attualmente formato dalle frequenze inferiori i 6GHz e quelle a 26GHz e 700MHz già selezionate in passato. L’armonizzazione europea prevista da Bruxelles punta facilitare la diffusione di standard condivisi.

Da ricordare che in Italia, TIM, Vodafone, Iliad e Wind 3 si sono aggiudicate licenze 5G per le frequenze nella banda 3.6 GHz, ma a queste in futuro andranno aggiunte anche quelle che la Difesa è destinata a lasciare – ci sarà un altro bando. Senza contare poi i lotti a disposizione degli operatori fixed wireless Aria (ceduti a Fastweb), Go Internet, Linkem e Mandarin che recentemente hanno goduto di una proroga fino al 2029.

Dati del settore pubblico liberamente accessibili a tutti, anche alle imprese (per scopi commerciali). La UE indica la strada

di Dario D'Elia

I dati del settore pubblico in futuro dovranno essere disponibili in una modalità che li renda facilmente riutilizzabili da parte del mondo delle imprese. Questo consentirà non solo di accelerare l’innovazione europea in settori altamente competitivi come ad esempio l’intelligenza artificiale ma anche proseguire nel solco della trasparenza.

I negoziatori del Parlamento europeo, del Consiglio dell’Unione europea e della Commissione ieri hanno raggiunto un accordo su nuove norme per la condivisione dei dati del settore pubblico, ovviamente nel rispetto del regolamento sulla protezione dei dati: si parla infatti ad esempio di dati personali anonimizzati sui consumi energetici domestici oppure informazioni generali sull’istruzione nazionale o sui livelli di alfabetizzazione, etc. Quindi sia a scopo commerciale, che non commerciale.

 “I dati rappresentano sempre di più la linfa vitale dell’economia di oggi. Liberare il potenziale dei dati pubblici aperti può portare a benefici economici importanti. Si prevede che il valore economico diretto totale delle informazioni del settore pubblico e dei dati provenienti dalle imprese pubbliche passerà dai 52 miliardi di euro del 2018 a 194 miliardi di euro entro il 2030. Queste nuove norme ci consentiranno di sfruttare al massimo questa crescita”, ha commentato Andrus Ansip, Vicepresidente e Commissario responsabile per il Mercato unico digitale.

La questione di fondo, come ha ricordato Mariya Gabriel, Commissaria responsabile per l’Economia e le società digitali, è che i contribuenti hanno già pagato per le informazioni del settore pubblico, “perciò renderle più accessibili per il riutilizzo costituisce un vantaggio per l’economia dei dati europea, poiché consente lo sviluppo di nuovi prodotti e servizi innovativi, ad esempio basati su tecnologie di intelligenza artificiale”.

Photo credit - depositphotos.com

Comprensibile la decisione –  anche in ottica di aumento della trasparenza e un dibattito pubblico basato su numeri e fatti – di incoraggiare il riutilizzo “imponendo vincoli minimi o nulli dal punto di vista giuridico, tecnico e finanziario”. E per “tecnico” si intende anche il fatto che siano distribuiti in modalità “aperta”.

Ecco cosa prevedono le nuove norme:

  • Tutti i contenuti del settore pubblico accessibili ai sensi delle norme di accesso nazionale sono disponibili gratuitamente per il riutilizzo. Gli enti pubblici non potranno imporre tariffe superiori ai costi marginali per il riutilizzo dei loro dati, tranne che in casi eccezionali. Ciò consentirà a un maggior numero di PMI e di startup di accedere a nuovi mercati fornendo prodotti e servizi basati sui dati.
  • Sarà data rilevanza ai set di dati ad alto valore, quali le statistiche o i dati geospaziali, che hanno un notevole potenziale commerciale e possono accelerare lo sviluppo di un’ampia gamma di prodotti e servizi di informazione a valore aggiunto.
  • Le imprese di servizio pubblico nel settore dei trasporti e dei servizi di pubblica utilità generano dati preziosi. La decisione sulla possibilità di rendere questi dati disponibili deve essere presa in base alle diverse normative nazionali o europee, ma una volta resi disponibili per il riutilizzo, tali dati rientrano nell’ambito di applicazione della direttiva relativa ai dati aperti e all’informazione del settore pubblico. Ciò significa che le imprese dovranno rispettare i principi della direttiva e garantire l’uso di formati di dati e di metodi di diffusione appropriati, avendo comunque la possibilità di applicare tariffe ragionevoli per recuperare i costi relativi alla produzione e alla messa a disposizione di tali dati.
  • Alcuni enti pubblici concludono complessi accordi relativi ai dati con società private e ciò può potenzialmente vincolare le informazioni del settore pubblico (lock-in). Saranno pertanto adottate misure di salvaguardia per rafforzare la trasparenza e limitare la conclusione di accordi che potrebbero portare a un riutilizzo esclusivo dei dati del settore pubblico da parte dei partner privati.
  • La maggiore disponibilità di dati in tempo reale mediante le interfacce API (Application Programming Interfaces) consentirà alle imprese e soprattutto alle start-up di sviluppare prodotti e servizi innovativi (ad esempio applicazioni per la mobilità). Anche i dati della ricerca finanziata con fondi pubblici rientrano nell’ambito di applicazione della direttiva: gli Stati membri saranno tenuti a elaborare politiche per l’accesso aperto ai dati della ricerca finanziata con fondi pubblici, mentre a tutti i dati di tale natura resi accessibili tramite archivi saranno applicate norme armonizzate in materia di riutilizzo.

A questo punto non resta che attendere da parte del Parlamento europeo e il Consiglio dell’Unione europea l’adozione formale delle nuove norme. Dopodiché gli Stati Membri dovranno attuarle entro due anni prima che esse prendano effetto. La Commissione inizierà a collaborare con gli Stati membri per individuare le serie di dati ad alto valore che saranno oggetto di un atto di esecuzione.

Diritto alla riparazione, l’Europa vuole che i pezzi di ricambio per elettrodomestici siano disponibili per 7 anni

di Alessandro Crea

L’Unione europea sta per aprire definitivamente le porte al cosiddetto diritto di riparazione, almeno per quanto riguarda i grandi elettrodomestici come lavatrici, lavastoviglie, frigoriferi e televisori. Sulla falsariga dell’innovativa iniziativa presa alcuni mesi fa dalla Francia infatti il Consiglio europeo ha rivisto i requisiti di ecodesign per questo tipo di prodotti, decidendo che le aziende dovranno rendere disponibili i pezzi di ricambio per 7 anni dalla commercializzazione di ogni nuovo prodotto, che salgono a 10 per le lavatrici. L’iter non è ancora concluso ma per la ratifica manca solo il voto del Parlamento.

Inoltre le nuove regole prevedono anche che la sostituzione dei pezzi in questione possa essere effettuata con gli strumenti generici a disposizione dei normali riparatori e non sia quindi necessario utilizzare strumenti in possesso esclusivo del produttore.

“Quelli elettronici sono la frazione di rifiuti che sta crescendo più velocemente al mondo”, ha spiegato lo European Environmental Bureau, che riunisce 150 associazioni ambientaliste in 30 Paesi europei, per la maggior parte membri dell’Unione. “Nell’Ue solo il 35% di essi viene raccolto e trattato in maniera appropriata”.

La riforma però non è del tutto scevra da alcune importanti criticità. Anzitutto infatti per com’è formulata continuerebbe a favorire i riparatori professionali. Con la richiesta di istituire un registro, infatti, solo quelli autorizzati ad effettuare tali interventi potranno ricevere direttamente dalle case produttrici i pezzi di ricambio e anche se il registro non dovesse essere istruito, ogni singolo riparatore dovrà contattare direttamente il produttore.

I manuali inoltre non saranno disponibili pubblicamente e saranno forniti ai riparatori professionisti assieme ai pezzi di ricambio. In questo modo dunque la riparazione comunitaria, come ad esempio quella che si effettua nei Repair Cafè già molto diffusi e affermati in molte nazioni del nord Europa, sarà penalizzata.

Un passo avanti importante comunque è stato fatto, anche a detta delle associazioni di settore, che però adesso auspicano un’azione più decisa e incisiva anche per quanto riguarda gli smartphone.

Tom’s Consiglia

Imperdibile il saggio di Serge Latouche “Usa e getta. Le follie dell’obsolescenza programmata“.

Non cableranno mai in fibra la vostra città? Suggerite al sindaco di fare come a Sunne, una piccola municipalità svedese

di Dario D'Elia

Come implementare una rete in fibra in un piccolo comune dimenticato dal mercato? Magari replicando il progetto ideato a Sunne, un centro rurale svedese da 5mila famiglie, che ha ricevuto l’European Broadband Awards 2018 per “la riduzione dei costi e co-investimento in una infrastruttura a prova di futuro”.

I residenti di questa zona, che si contraddistingue anche per la presenza di case sparse, progressivamente stanno avendo la possibilità di connettersi a una rete in fibra (FTTH) capace di fornire servizi fino a 1 Gbps o a una rete mobile LTE ad alta velocità. Giusto per comprendere la portata di questa rivoluzione è bene sottolineare che dal 2011 la copertura FTTH è passata dallo 0,5% di famiglie al 76,8%. A gennaio 2019 non esiste più alcun cliente su rete in rame: chi non è ancora connesso fisicamente sfrutta l’LTE.

Come ha spiegato Jorgen Secher dell’operatore Telia, in sede di premiazione, tutto è iniziato con la collaborazione tra l’azienda e la municipalità per sostituire la vecchia rete con una nuova. Il progetto “Welcoming Sunne to the Network of the Future” ha approfittato delle condutture e delle poche reti in fibra esistenti mettendole a fattore comune, a prescindere che fossero dell’operatore o dell’ente locale. Dopodiché tutti i lavori legati all’acquedotto e alle fognature hanno previsto il contemporaneo passaggio della fibra, e lo stesso è avvenuto per ogni nuova area industriale.

Ovviamente il tema del budget è stato prioritario ma in tal senso la partita è stata giocata sfruttando i finanziamenti provenienti dall’investitore privato Thiele, la municipalità (che ora possiede una parte della rete), la Commissione UE e i cittadini stessi – che hanno pagato fino a 2mila euro per essere cablati. Ogni norma antitrust è stata rispettata, poiché Telia ha implementato la rete ma per attivare i servizi c’è un portale che include altri operatori.

L’ultima brillante mossa è stata quella di avviare un progetto educativo che coinvolgesse gli anziani e i giovani per azzerare il digital-divide culturale.

PlusPrivacy per gestire la privacy di social network ed estensioni con un click. Un lodevole progetto UE

di Dario D'Elia
La protezione della privacy online e sulle app è talmente complicata che spesso si sorvola con un’alzata di spalle, ma adesso grazie a un progetto della Commissione UE chiamato OPERANDO e il servizio correlato PlusPrivacy è tutto più facile. Il problema di concedere o meno a Facebook, Google, Twitter e altre app i nostri dati […]

Citizens’ App in italiano, per verificare l’operato e i progetti UE

di Dario D'Elia
Citizens’ App è un’applicazione mobile (Android e iOS) gratuita progettata dal Parlamento Europeo che consente di monitorare costantemente le iniziative comunitarie: progetti passati, presenti e futuri. Ovviamente è disponibile anche in italiano. “Con uno sguardo alle prossime elezioni europee, la Citizens’ App consente a tutti, ovunque, di verificare i risultati raggiunti dall’UE, i lavori in […]

Europa e America Latina più vicine grazie all’autostrada digitale in fibra ottica

di Alessandro Crea
Una lunga autostrada digitale che attraversa l’intero oceano atlantico da un continente all’altro, un cavidotto in fibra ottica, ponte ideale tra Europa e America Latina, su cui per la prima volta i dati viaggeranno direttamente, avvicinando idealmente Vecchio e Nuovo Mondo: è il progetto annunciato dal consorzio BELLA (Building the Europe Link to Latin America). […]

UE, più di 850mila euro per chi scova bug nei principali software open source: parte a gennaio il “bug bounty”

di Dario D'Elia

La Commissione UE ha deciso di avviare dal 7 gennaio 2019 un programma di “bug bounty”, ovvero di premi economici per chi scova bug, legato al software open source più diffuso.  Si tratta di un’iniziativa che fa parte del Free and Open Source Software Audit project (FOSSA). Da ricordare che quest’ultimo è nato nel 2014 quando emersero gravi problemi di sicurezza riguardanti la libreria di cifratura OpenSSL Open Source che è impiegata per il traffico online, le transazioni e altre operazioni.

In questi anni FOSSA ha dato vita a numerose iniziative: dalla raccolta dati alla sponsorizzazione di hackathon dedicati alla sicurezza informatica. A partire da gennaio almeno 14 progetti di “bug bounty” consentiranno di scovare problemi nelle principali applicazioni open source impiegate dalla istituzioni europee.

Ad esempio si parla di Filezilla (58mila euro di premio), Apache Kafka (58mila euro), Notepad++ (71mila euro), PuTTY (90mila euro) e VLC Media Player (58mila euro). La piattaforma di segnalazione di riferimento sarà per questi HackerOne, dal 7 gennaio al 15 agosto. Sono previste altre successive tornate per KeePass, 7-zip e tanti altri, con il premio più alto legato a Drupal (89mila euro).

La parlamentare UE Julia Reda, molto attiva e conosciuta per le sue battaglie digitali, ha pubblicato un articolo al riguardo che aggiornerà costantemente nel tempo con tutti i nuovi dettagli.

“L’ammontare delle taglie dipende dalla gravità dei problemi scoperti e dall’importanza relativa del software. I progetti software scelti sono stati precedentemente identificati come candidati negli inventory e in un sondaggio pubblico”, ha sottolineato Reda. “Puoi contribuire ai seguenti progetti analizzando il software e inviando eventuali bug o vulnerabilità che trovi alle piattaforme di bug bounty coinvolte”.

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Le prime leggi UE sulla robotica, la Commissione ha pubblicato la bozza

di Valerio Porcu

Il gruppo di 52 esperti nominato dalla Commissione Europea ha pubblicato la prima bozza di linee guida per la sicurezza dell’Intelligenza Artificiale. È il primo passo verso un documento che dovrà stabilire le regole da seguire nello sviluppo degli algoritmi in territorio europeo.

L’iniziativa nasce nell’ambito del progetto Digital Single Market, che abbraccia una moltitudine di tematiche, inclusi il copyright, il blocco geografico dei contenuti, la privacy e molto altro – e almeno su alcuni temi le critiche non sono mancate.

Limitandosi al tema dell’Intelligenza Artificiale i nodi riguardano da una parte i diritti del cittadino, la sicurezza delle operazioni (individuale e di massa) e i possibili abusi. Dall’altra la possibilità per le aziende di operare sfruttando al massimo le capacità offerte dalle nuove tecnologie. Le linee guida cercano dunque di fondare e guidare un dibattito che non è tecnologico, ma etico, sociologico e politico.

La bozza elenca dunque alcuni principi etici fondamentali su cui si dovrebbe costruire il dibattito, e cerca di stabilire poi quali siano i “requisiti per un’AI di cui ci si possa fidare“. La bozza propone dieci punti fondamentali.

  1. Responsabilità: l’uso di questi strumenti deve sempre permettere di individuare responsabilità in caso di errori o abusi, e prevedere un sistema sanzionatorio. Se un algoritmo provoca un problema, per esempio non riconoscendo il diritto a un rimborso medico, o provocando un incidente stradale, deve esserci un sistema compensatorio.
  2. Controllo dei dati. Gli algoritmi di machine learning si nutrono di dati, e i dataset possono contenere elementi critici – famosi sono gli esempi di algoritmi che amplificano le discriminazioni, proprio in virtù dei dati usati. La bozza suggerisce l’adozione di sistemi che permettano il controllo e la pulitura dei dati prima che vengano usati. Similmente, si sottolinea l’importanza del controllo sui dati per misurare le prestazioni AI e garantire la piena anonimizzazione degli utenti. Si suggeriscono inoltre sistemi di registrazione dei dati per i sistemi ad apprendimento continuo, per prevenire possibili manipolazioni.
  3. Design democratico. “I sistemi dovrebbero essere progettati in un modo che permettano a tutti i cittadini di usare i prodotti e i servizi, senza discriminazioni di età, disabilità o stato sociale”. In altre parole, si auspica lo sviluppo di sistemi largamente accessibili a tutti i cittadini europei, secondo i principi di equità che costituiscono l’ossatura stessa della UE.
  4. Controllo umano dell’autonomia AI. I sistemi AI sono progettati per funzionare in modo del tutto autonomo, dopo il periodo di training. Valgano come esempio le automobili a guida autonoma, che potranno muoversi per le strade senza un guidatore. La bozza suggerisce estesi periodi di test per questi sistemi, e che i sistemi di controllo e monitoraggio si facciano più rigidi al crescere del livello di autonomia. Sarà necessaria, almeno in alcuni casi, la supervisione umana. “Ciò è rilevante per molte applicazioni AI, in particolare per quelle AI che suggeriscono o prendono decisioni sugli individui o le comunità”.
  5. Non Discriminazione. Negli ultimi anni sono stati molti gli esempi di discriminazione “implicita” nei sistemi AI, un problema legato sempre al dataset usato per l’addestramento (vedi punto 2). Il gruppo di esperti riconosce che le AI possono rendere i problemi di discriminazione ancora più gravi di quanto siano oggi, e che è possibile anche una manipolazione volontaria in questo senso – per quanto nella maggior parte dei casi si tratti di errori da correggere.
  6. Rispetto (e miglioramento) dell’autonomia umana. I sistemi AI dovrebbe essere progettati “anche per proteggere i cittadini nella loro diversità dagli abusi, governativi e privati, resi possibili dalle tecnologie AI”. In altre parole, questi sistemi rendono possibili abusi molto gravi, e dovrebbero contenere in sé stessi le contromisure. È uno dei principi non rispettati dall’Art. 13 della normativa europea sul copyright, per esempio.

“I sistemi con il compito di aiutare gli utenti, devono offrire un supporto esplicito alla promozione delle preferenze personali, e definire i limiti all’intervento del sistema, assicurando che il benessere dell’utente, definito dall’utente stesso, sia centrale per la funzionalità del sistema”.

  1. Rispetto della privacy. I sistemi AI dovranno naturalmente rispettare il recente GDPR e garantire il rispetto della privacy in ogni fase del funzionamento. Vanno tutelati i dati forniti dall’utente all’inizio, ma anche quelli che genera nel corso del tempo (per esempio la cronologia di ricerca).

“I registri digitali sul comportamento umano possono svelare dati molto sensibili, non solo in termini di preferenze ma anche riguardo l’orientamento sessuale, l’età, il sesso, le preferenze religiose e politiche. La persona con il controllo di queste informazioni potrebbe usarle a proprio vantaggio”.

  1. Robustezza. Un sistema di Intelligenza Artificiale affidabile deve essere resistente agli errori, sia in fase di sviluppo che di produzione. E deve essere in grado di gestire risultati errati. I risultati devono dunque essere sempre riproducibili in modo indipendente, una condizione che oggi non è possibile soddisfare con la maggior parte dei sistemi; che sono opachi (da qui il concetto di black-box).
    Devono essere precisi nel classificare le informazioni, nel fare previsioni e valutazioni.
    E devono naturalmente essere resistenti agli attacchi informatici.
  2. Sicurezza. I sistemi AI dovranno garantire l’incolumità degli esseri umani, il che è molto importante in contesti industriali e lavorativi in genere, delle risorse e dell’ambiente. E minimizzare eventuali effetti collaterali negativi, integrando dunque sistemi per la gestione degli incidenti.
  3. Trasparenza. Oggigiorno i sistemi AI sono poco o per nulla trasparenti. Una volta terminato l’addestramento, è spesso impossibile sapere che cosa ha portato a un certo risultato. I 52 esperti, in armonia con il GDPR, suggeriscono di cambiare questa realtà con sistemi AI che possano spiegare sé stessi e il proprio agire. Non è semplice, ma si può fare.

Il lungo documento integra diversi passaggi sui ragionamenti che hanno portato a questi dieci punti, insieme a suggerimenti per la loro realizzazione. Ancora più importante, i commenti sono aperti a tutti fino al prossimo 18 gennaio. Il gruppo di esperti presenterà la versione finale del documento a marzo 2019, e sarà poi il turno della Commissione analizzarlo e proporre come proseguire i lavori.

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Diplomatici UE spiati da 3 anni grazie a un banale attacco phishing. Secondo gli esperti il mandante è la Cina

di Dario D'Elia

Area 1, una società di sicurezza informatica formata da tre ex specialisti della National Security Agency, ha scoperto che negli ultimi tre anni le comunicazioni diplomatiche europee sono state costantemente spiate grazie a una falla nel sistema. The New York Times ha avuto accesso a una porzione dei cablogrammi intercettati: circa 1100 documenti di ogni genere.

Si tratta per lo più di documenti riservati di basso livello comunque contrassegnati come confidenziali. Nulla a che vedere insomma con le pubblicazioni di WikiLeaks nel 2010, ma utili per comprendere ad esempio gli esiti di alcuni summit, visite o i pareri della forza diplomatica europea. Ad esempio il resoconto dell’incontro privato tra il presidente cinese Xi Jinping e funzionari UE lo scorso luglio, oppure le reazioni dopo il meeting di Helsinki tra il presidente Donald Trump e il presidente Vladimir Putin. Oppure ancora dettagli sugli incontri tra il segretario generale dell’ONU e leader asiatici per affrontare il caso nordcoreano – nel 2016 a seguito dei test missilistici.

Escluse quindi le comunicazioni più sensibili, che sono gestite su un sistema di comunicazione separato sganciato da Internet, come hanno confermato funzionari UE al quotidiano statunitense.

Area 1 sostiene che la falla sia stata sfruttata con le analoghe tecniche che in altri contesti hanno fatto puntare il dito sull’unità di élite informatica dell’Intelligence dell’Esercito Popolare di Liberazione cinese. Alcune delle centinaia di organizzazioni e istituzioni colpite l’anno scorso hanno scoperto le violazioni solo pochi giorni fa, grazie alle comunicazioni riservate con Area 1.

La segreteria dell’Unione Europea ha diffuso una nota ieri sulla questione sottolineando che “è a conoscenza di asserzioni riguardanti potenziali fuoriuscite di informazioni sensibili e che sta attivamente indagando sulla questione”, ma anche che non commenta temi di sicurezza operativa.

Un membro dell’Intelligence statunitense ha confermato al NYT che i cablogrammi non sono stati sottratti per essere diffusi online ma si è trattato di un puro atto di spionaggio. Ad ogni modo ha ribadito che l’Unione Europea non ha fatto abbastanza per la sicurezza di questo tipo di comunicazioni.

Area 1 ha spiegato infatti che è stata impiegata una banale campagna di phishing indirizzata verso i diplomatici sfruttando una falla nei sistemi di Cipro. Dopodiché l’accesso alla rete UE (COREU-Courtesy) è stato semplice.

“Le persone parlano di hacker sofisticati, ma non c’è stato nulla di sofisticato in questo”, ha dichiarato Oren Falkowitz, AD della società. “Dopo più di un decennio di esperienza nel contrastare le cyber-operazioni cinesi ed estese analisi tecniche, non c’è dubbio che questa campagna sia legata al governo cinese”, ha aggiunto Blake Darche di Area 1.

National Security Agency ha dichiarato di stare ancora analizzando la situazione, ma un alto responsabile dell’Intelligence ha confidato al NYT che l’Unione Europea è stata avvertita da tempo sulla vulnerabilità dei suoi sistemi.

I funzionari UE hanno spiegato che sono in corso operazioni di aggiornamento tecnologico e che il nuovo sistema EC3IS si occuperà anche di gestire le comunicazioni diplomatiche più sensibili.

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Roaming UE, quintuplicato il traffico dati dal 2017 grazie alle nuove norme

di Dario D'Elia

A distanza di un anno e mezzo dall’introduzione del “roaming like at home”, la relazione intermedia della Commissione europea conferma che il traffico dati mobile è quintuplicato. In pratica, grazie alla possibilità di impiegare il monte traffico stabilito dal proprio contratto  – all’estero (UE) come in Italia – gli utenti hanno iniziato a telefonare e navigare di più.

Permane un meccanismo di calcolo che stabilisce delle soglie minime per la gratuità, e che gli operatori tendenzialmente stanno rispettando con una comunicazione chiara e trasparente, ma la prospettiva è che il volume dati impiegabile all’estero sarà sempre più alto. Nel traffico voce è più semplice: quanto prevede il proprio contratto in Italia può essere usato oltreconfine senza aggravi. Solo alcuni operatori mobili virtuali godono di una sospensiva che va circostanziata con il Garante ogni anno.

Eurobarometro, nella sua più recente indagine, ha registrato una chiara tendenza all’aumento della domanda. “Il 34% dei viaggiatori è contento di potersi connettere a Internet indifferentemente in roaming e nel Paese di residenza, mentre solo il 15% lo faceva prima di giugno 2017”, si legge nella nota. “Viceversa, la percentuale di coloro che non usano mai dati mobili all’estero si è ridotta al 19%, contro il 42% prima dell’abolizione delle tariffe di roaming”.

Da rilevare che ormai il 62% degli europei sa che le tariffe di roaming sono state abolite nell’UE/SEE e il 69% ritiene di poterne beneficiare o pensa che qualcuno dei suoi conoscenti ne benefici già o ne beneficerà in futuro.

“Un anno e mezzo fa abbiamo soppresso le tariffe di roaming per i viaggiatori che si spostano nell’UE. Insieme ad altri diritti digitali, come quelli legati alla fine dei blocchi geografici ingiustificati e alla portabilità dei contenuti, questo è un buon esempio di come l’UE sia in grado di produrre risultati di cui i cittadini europei beneficiano nella vita di tutti i giorni. Dobbiamo inoltre continuare a informare gli europei in merito ai loro diritti digitali, in modo che possano davvero sfruttare al massimo le nuove possibilità loro offerte”, ha dichiarato Andrus Ansip, Vicepresidente e Commissario responsabile per il Mercato unico digitale.

“Oggi possiamo toccare con mano i vantaggi apportati dall’abolizione delle tariffe di roaming nell’UE. La buona notizia è che l’Europa è ormai una realtà per chi usa liberamente il telefono cellulare quando si trova in viaggio all’estero. Sono grata agli operatori che riescono a trasformare l’aumento della domanda di dati e chiamate vocali in nuove opportunità”, ha aggiunto Mariya Gabriel, Commissaria responsabile per l’Economia e la società digitali.

Giusto per comprendere la portata di questo cambio è bene ricordare che solo 10 anni fa un minuto di telefonata infranazionale mediamente costava 49 centesimi al minuto, un SMS ben 28 centesimi e un singolo Megabyte di navigazione Internet circa 6 euro.

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Ritrasmettere online un programma TV straniero? Sarà più agevole grazie alle nuove norme UE

di Dario D'Elia

I contenuti radiotelevisivi online a breve potranno circolare più liberamente attraverso l’Unione Europea grazie all’accordo di oggi fra la Commissione, il Parlamento e il Consiglio UE. Bisognerà però attendere il voto in sede di Parlamento e Consiglio per l’ok definitivo – questione di settimane.

“Con le nuove norme sarà più facile per le emittenti europee mettere a disposizione determinati programmi nelle dirette televisive o nei servizi di catch-up online (come ad esempio RaiPlay, NdR.) e verrà semplificata la distribuzione di una gamma più ampia di canali radiotelevisivi da parte degli operatori di ritrasmissione”, si legge nella nota della Commissione UE.

Da rilevare che secondo le ultime indagini il 41% degli europei guarda la televisione online, soprattutto quelli di età compresa tra i 15 e i 24 anni (505) almeno una volta alla settimana. Tra quelli di età compresa tra i 15 e i 45 anni, inoltre, il 19% usa servizi di trasmissione online per guardare serie televisive e film.

Nello specifico la proposta di legge prevede l’introduzione del principio del Paese di origine (country of origin – COO) “al fine di agevolare la concessione di licenze per i diritti relativi a determinati programmi che le emittenti possono offrire nell’ambito dei loro servizi online (trasmissione in simulcast, servizi di catch-up e altri servizi complementari alla trasmissione convenzionale, come la visione anticipata)”.

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In questo modo le emittenti potranno rendere programmi radio, notiziari televisivi, programmi di attualità e produzioni proprie interamente autofinanziate, disponibili online in tutti i Paesi dell’UE.

Prevista anche una semplificazione del meccanismo di ritrasmissione grazie a concessioni licenziatarie più agevoli. Inoltre le nuove norme garantiranno che i titolari dei diritti siano adeguatamente retribuiti quando le loro opere sono utilizzate nei programmi trasmessi mediante immissione diretta. “Forniranno inoltre certezza del diritto alle emittenti e ai distributori coinvolti nel processo”, conclude la Commissione.

“Sono molto lieto di aver raggiunto un altro accordo che ci avvicina a un mercato unico digitale funzionante. Le nuove norme in materia di trasmissione radiotelevisiva sono un tassello importante del puzzle. Questo regolamento è in grado di sbloccare una grande quantità di contenuti radiotelevisivi a livello transfrontaliero, dei quali beneficerebbe il 41% degli europei che guardano la televisione online ma anche 20 milioni di cittadini dell’UE nati in un paese diverso da quello in cui vivono”, ha dichiarato Andrus Ansip, Vicepresidente e Commissario responsabile per il Mercato unico digitale.

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