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Ieri — 23 Gennaio 2019RSS feeds

Cityscoot: nuovo scooter sharing a Milano, dalla Francia

di Nicolò Guccione

Cityscoot è una startup francese che punta ad essere il primo operatore privato di “scooter sharing” a emissioni zero. L’azienda ha sviluppato da zero una nuova tecnologia di utilizzo e condivisione tramite app,  interfacciando l’utente con i “box” elettronici integrati negli scooter “intelligenti”.

La startup è stata lanciata a Parigi nel 2016 da Bernard Fleurose, espandendosi nel corso del 2018 con 500 nuovi scooter nella città di Nizza. Il 2019 è l’anno di Milano e già da questo mese saranno disponibili 500 scooter elettrici nel capoluogo lombardo, un numero che andrà ad ampliarsi a circa 1000 unità verso metà anno. Oggi l’organico di Cityscoot può contare 30 dipendenti, ma l’azienda ha già annunciato l’intenzione di incrementare le assunzioni ad un totale di circa 70 persone. Tra gli obiettivi del 2019 non c’è solamente Milano, infatti lo sharing elettrico su due ruote sbarcherà presto a Roma, con 50 nuovi posti di lavoro e altri 500 scooter.

Lo scooter?

La flotta è costituita da scooter elettrici Govecs S1.5 (di categoria L1, che sarebbe l’equivalente di un motore termico da 50cc), fabbricati in Europa insieme alle relative batterie e range extender.

L’appartenenza alla categoria L1 limita la velocità a 45km/h, un numero complessivamente adeguato considerando il contesto nel quale lo “scooter sharing” è stato introdotto, quello urbano. A confermare la natura “cittadina” degli S1.5 ogni scooter è dotato di una doppia cinghia, una soluzione che garantisce un accelerazione lineare e senza scatti, facilmente gestibile anche dai meno esperti.

Utilizzando un mezzo Cityscoot, l’utente finale avrà la possibilità, mediante l’uso dell’apposito pannello di controllo, di scegliere fra tre livelli di potenza istantanea disponibile, un’accortezza utile per chi ha poche esperienze con questo tipo di veicolo.

La sicurezza?

Alla stregua delle altre grandi aziende di “vehicle sharing”, Cityscoot ha deciso di mettere in campo misure volte a garantire la sicurezza degli utenti, con il fine di limitare il più possibile il tasso degli incidenti. Tra le iniziative, spicca il corso di guida gratuito per chi ne facesse richiesta, un valore aggiunto di cui già 7000mila utenti francesi hanno usufruito.

Ma sono assicurato?

Il prezzo è comprensorio di un assicurazione stipulata da Cityscoot con Allianz. L’adesione ad essa viene effettuata automaticamente durante la prenotazione dello scooter. Allianz assicura l’utente da tutti i rischi per tutta la durata del noleggio, con l’omonima protezione “all risk”.

Come funziona?

Funziona tutto tramite l’apposita applicazione Cityscoot, facilmente reperibile attraverso l’Apple Store oppure tramite Google Play. Il primo passo è iscriversi, fornendo alcuni dati per completare il profilo utente; Nelle 24 ore successive i documenti personali verranno verificati e l’account verrà abilitato, rendendo possibile l’individuazione di uno scooter. L’iter di utilizzo è veramente semplice: si effettua la prenotazione, indicando lo scooter tramite la mappa dell’applicazione e per 10 minuti quest’ultimo risulterà “occupato”, in modo da permettere il raggiungimento del mezzo in tutta tranquillità, senza incappare in sovrapposizioni. Giunti sul posto, sarà possibile sbloccare lo scooter con il qr-code ottenuto dall’applicazione, “montare” in sella e intraprendere la marcia.

Ogni sottosella sarà fornito di cuffiette sottocasco usa e getta e di un casco, eliminando l’inconveniente di spostarsi con il proprio. Al termine della corsa l’utente potrà parcheggiare dove preferisce, ma sempre in parcheggi idonei situati all’interno della mappa delimitata da Cityscoot.

Il servizio sarà disponibile 7 giorni su 7 ad ogni ora del giorno, compresa l’assistenza clienti. L’utente non si dovrà preoccupare della ricarica, che Cityscoot intende effettuare sostituendo le batterie scariche con altrettante precedentemente caricate, trasportate quotidianamente da 30 furgoni elettrici. I controlli di stato delle batterie della flotta vengono effettuati ogni 48 ore.

Si, ma quanto costa?

Non bisogna fare nessun abbonamento mensile o annuale, dato che il pagamento del servizio basilare (“Citymoover”) va in base all’utilizzo, con un costo che può oscillare tra 0,22€ e 0,29€ al minuto. Sarà da subito disponibile anche un il piano a forfait “Cityrider 100” che consiste in 100 minuti a 22€. Esaurito il tempo del pacchetto si continuerà a pagare 0,29€ senza doversi fermare.  Il progetto di Cityscoot prevede un servizio fedeltà per gli utenti migliori, con un accredito diretto di minuti gratuiti all’inizio di ogni mese.

Chi lo può noleggiare?

Per l’iscrizione è necessario essere maggiorenni ed essere in possesso di una patente tra: AM, A1, A2, A o B.

Com’è la guida?

Lo scooter risulta essere fin dai primi metri molto solido e ben costruito, trasmette immediatamente sicurezza, anche grazie ad un dettaglio non da poco, le gomme sono appositamente più larghe per affrontare più facilmente le condizioni delle strade, ma soprattutto il nemico numero uno dei motociclisti milanesi, i binari del tram.

A livello di motore si nota immediatamente una ottima prontezza, che un motore a combustione di 50cc non potrà mai eguagliare, sempre scattante in ogni situazione. Notevole anche la maneggevolezza, ma soprattutto la facilità globale di utilizzo del servizio.

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Wizkids annuncia Smash City: mostri giganteschi alla distruzione delle città!

di Silvio Colombini
I giocatori dovranno dimostrare di avere una buona mira ,  grande destrezza ed un’abbondante sete di distruzione nel nuovo gioco della Wizkids ispirato alle epiche battaglie tra kaiju, i giganteschi mostri della mitologia nipponica. Dal sito del produttore: “WizKids è lieta di annunciare che il suo nuovo gioco devasta-città,  Smash City, è in arrivo nei negozi […]

Mondi online dei videogiochi: spazi di interazione fragili da preservare

di Martina Fargnoli

Ogni giorno milioni di persone si connettono da ogni parte del mondo al proprio gioco online preferito, strutture fragili che potrebbero sgretolarsi sotto i nostri occhi. All’interno di questi mondi virtuali, creati per far incontrare e scontrare i giocatori, le interazioni prendono forma sfruttando i mezzi messi a disposizione dai loro creatori. Con questi strumenti e insiemi di regole date, i giocatori trovano spesso un modo per ridefinire gli spazi e i contesti: cercano di plasmare le proprie relazioni sociali con gli altri “avatar”, tentano di aggirare i limiti imposti da strutture che sembrano immutabili o trasferiscono la loro esperienza e la loro personalità dalla vita quotidiana al mondo online nel risolvere le sfide che incontrano sul cammino.

La presenza di regole non formali e norme sociali all’interno dei mondi virtuali condivisi è un ambito di studio approfondito da diversi autori, in particolare nelle scienze sociali. Proprio perché questi grandi mondi online sono popolati spontaneamente da persone che interagiscono secondo il loro volere, risultano meno artificiali rispetto agli esperimenti di ricerca ricreati in laboratorio e per questo i giochi online sono stati visti come un’ottima opportunità per studiare ciò che le persone effettivamente scelgono di fare, o quali sono le regole non scritte insite negli strati relazionali che si vengono a creare.

Il professore David Myers della Loyola University ha studiato a lungo le interazioni umane venutesi a creare nel MMORPG City of Heroes sviluppato da Cryptic Studios e pubblicato da NCSOFT a partire dal 2004. Nello specifico, dopo che nel gioco sono state introdotte componenti PvP, ha condotto una serie di “esperimenti di rottura” – i “breaching experiments” esaminano le reazioni delle persone alle violazioni delle regole o delle norme sociali comunemente accettate, fanno parte dei metodi sperimentali proposti dal sociologo americano Harold Garfinkel –  utilizzando il suo personaggio Twixt per indagare come questi elementi di gioco avessero enfatizzato norme e pressioni sociali.

C’è da dire che non fu l’unica regola socialmente costituita che ruppe, il suo comportamento creò più di qualche disagio e rovinò il gioco per tanti utenti: comportamenti che mirano a infastidire non erano certo nuovi nel mondo dei giochi online, dove la presenza dei griefers era già stata largamente documentata. Eticamente questo approccio presterebbe il fianco a critiche, soprattutto quando gli esperimenti vengono effettuati senza il consenso dei diretti interessati.

In conclusione, secondo il professore, agli occhi degli altri giocatori non fu il mancato raggiungimento degli obiettivi di gioco la causa scatenante i comportamenti negativi, quanto la sua incapacità nel cogliere e sostenere le connessioni sociali che si erano stabilite tra i membri giocanti. Essere un personaggio amabile all’interno della comunità di CoH significava aderire a valori diversi da quelli resi espliciti dai game designer.

I mondi online evolvono e cambiano, non solo grazie alle tecnologie e al susseguirsi delle innovazioni, ma anche e soprattutto perché chi abita e vive questi mondi contribuisce a plasmarne i contenuti, le regole, e ad attribuirvi senso. Quando la partecipazione è forte e non minata di continuo da comportamenti tossici e negativi, il fare gruppo online si cementifica in comunità, clan e gilde che in molte occasioni superano le barriere di pixel e texture per vivere al di fuori del gioco stesso. Si passano anni a forgiare rapporti, vivere avventure insieme e a mettersi alla prova che quando viene staccata la spina è un po’ come lasciare la propria casa natale.

Proprio City of Heroes ci offre un esempio di questo attaccamento. I giocatori hanno cercato di salvare l’MMO: la comunità si è radunata presso la zona urbana di Atlas Park – luogo simbolico che ospita il municipio e dove i nuovi eroi iniziano il loro percorso – per mostrare il proprio sostegno. I giocatori hanno addirittura raccolto mille dollari in meno di tre per offrire un pasto agli sviluppatori in uno dei loro ristoranti preferiti, un modo per ringraziarli di quanto fatto negli anni. Il gioco ha ispirato anche la nascita del Real World Hero, un gruppo di giocatori e non, che fanno beneficenza. “Quando lasciamo il gioco, i nostri superpoteri non vengono con noi… ma questo non significa che siamo impotenti”.

Conservare i videogiochi

Fare videogiochi è un business rischioso. Farli interamente connessi online per un numero indecifrato di utenti porta con sé diversi problemi, primo fra tutti lo spinoso rapporto tra nuovi contenuti, persone giocanti e introiti per mantenere sempre funzionante e aggiornato l’ecosistema di gioco. Titoli sempre connessi si nutrono della passione e della presenza attiva dei propri utenti, i quali sempre più spesso divorano tutti i contenuti previsti nel giro di qualche settimana o abbandonano i lidi che non gli offrono più nulla per salpare verso nuovo esperienze nel grande mare delle possibilità oggi presenti. Solo nel 2018 sono stati chiusi Paragon, Lawbreakers, Gigantic, WildStar e tanti altri giochi.

Un problema che passa in secondo piano rispetto a quelli legati alla tecnologia o all’utenza è quello della preservazione dei mondi online. Come si mantiene viva la “memoria storica” di un gioco che in un attimo potrebbe sparire? Come si documenta la sua esistenza fatta di persone e non righe di codice? La maggior parte dei giochi singleplayer senza componente online è – almeno sulla carta – più facile da archiviare. Per un titolo come Super Mario è necessario catalogare il supporto su cui è stato scritto, avere il dispositivo necessario a farlo girare e se possibile disporre anche della custodia e del libretto delle istruzioni – un tempo mezzi che raccontavano anche qualcosa del gioco – per avere una fonte completa di informazioni. Tutti elementi che non sono esenti da difficoltà e devono fare i conti con l’obsolescenza e la scarsa reperibilità di un bene che nel giro di qualche anno si potrebbe trasformare in un oggetto per collezionisti.

Con la diffusione sempre più massiccia del digitale si pensa che preservare un prodotto sia ancora più facile, anche in mancanza del supporto originale si può procedere all’emulazione affidandosi a un sottobosco di soluzioni che si muovono precariamente sui confini imposti dal copyright e che tendono a valicarli di frequente – L’Osservatorio europeo sulle violazioni dei diritti di proprietà intellettuale ribadisce che non è consentito scaricare opere senza il consenso dei titolari dei diritti. Altre iniziative, volte più a diffondere che non tanto a preservare un gioco nel senso più rigido del termine, coinvolgono il ROM Hacking e le traduzioni dei fan. Qui il dibattito, oltre che sulla legalità, coinvolge in ottica “filologica” anche l’autenticità originale dell’opera e la sua natura culturale originaria che rischiano di essere tradite nell’atto di una modifica o adattamento non previsto dai suoi creatori.

In Italia, un’importante attività di catalogazione e archiviazione è svolta dall’Archivio Videoludico di Bologna che si occupa di rendere accessibile il patrimonio videoludico e di promuovere il medium attraverso incontri, rassegne cinematografiche, eventi speciali, sviluppo dei rapporti con le scuole e l’Università. Al suo interno non solo giochi, ma anche riviste specializzate, tesi di laurea, volumi e film dedicati ai videogiochi. Particolare è invece l’operato di Unseen64, un collettivo di appassionati da ogni parte del mondo, ma nato nel 2001 da un gruppo di amici italiani, che hanno deciso di creare un archivio per preservare sia le modifiche apportate a un gioco durante il corso dello sviluppo, sia tenere traccia di tutti quei giochi che vengono cancellati.

Il discorso per i mondi online si fa più articolato e le tecniche di conservazione tradizionali offrono una soluzione solo parziale perché il loro limite sta nel fermarsi all’oggetto e alle sue caratteristiche rappresentabili da metadati, mentre in queste seconde case virtuali pulsa una vita che interagisce con gli artefatti digitali in modi non prevedibili e classificabili. Anche se fosse possibile a distanza di tempo mettere di nuovo in funzione i server per vedere com’era un determinato videogioco – supponendo inoltre risolti eventuali problemi legati alla proprietà intellettuale – ci si troverebbe di fronte a un universo svuotato di senso, desolato e per nulla rappresentativo di ciò che è stato e ha significato.

All’opposto vi è il caso in cui i giochi rinascono grazie al supporto volontario degli stessi giocatori, come Perpetuum, il sandbox MMORPG a base di robot che dopo la chiusura dell’unico server a disposizione si è trasformato nell’Open Perpetuum Project. Gli sviluppatori hanno dato modo ai giocatori di gestire i propri server privati e da lì l’obiettivo è diventato mantenere un server persistente e liberamente accessibile, migliorando nel frattempo il gioco. Vogliamo un server che soddisfi al meglio l’intera comunità e vogliamo promuovere attivamente discussioni e test per migliorarlo. La linfa vitale di un MMO è la sua comunità. Tu sei quella comunità. Recita il sito ufficiale.

Quando EA chiuse EA Land/The Sims Online i giocatori non ebbero modo di continuare la loro vita virtuale o di produrre in modo autonomo i tanto desiderati contenuti che avrebbero potuto dare una spinta in più al gioco e ciò che ne rimase furono gli ultimi minuti prima di ritrovarsi scollegati dal server. Il ricercatore di Stanford Henry Lowood, tuttavia, stava esplorando i metodi per preservare il software e i dati dei mondi virtuali nel progetto Preserving Virtual Worlds insieme al gruppo di lavoro How They Got Game, in modo da assicurarsi che rimanga almeno un record archivistico delle attività e degli eventi che si sono verificati in questi mondi.

Alex Degtiar, un membro del team del progetto, ha registrato un video per documentare i luoghi e le attività svoltesi in EA Land prima della sua chiusura ed è stato presente per “il party d’addio” See you Soon presso l’EA Town Hall. Sono state raccolte 5 ore e mezza di celebrazioni e addii consultabili nell’Internet Archive al seguente link mentre una versione contenente gli ultimi 5 minuti prima del fatidico buio sono disponibili qui. L’archivio online, dedicato all’indagine accademica e alla conservazione storica, presenta inoltre molti filmati tratti da Second Life e World of Warcraft.

Preservare un videogioco multigiocatore online, oltre a necessitare di diverse tecniche di conservazione e ad affrontare temi come diritto d’autore e privacy, richiede anche il coinvolgimento delle diverse parti in causa: sviluppatori, case produttrici, videogiocatori, istituzioni, archivisti e altre figure che forse oggi ancora non siamo in grado di prevedere. Oltre al codice sorgente, dischi, confezioni, etc, ciò che assume una nuova importanza sono anche le storie e le comunità che si diffondono ed entrano in relazione con l’oggetto che si vuole conservare. Diventano importanti come fonti anche i materiali prodotti attraverso il videogioco e sul videogioco come video di gameplay, articoli, Wiki, podcast, format video di approfondimento, discussioni sui forum e tutto quel panorama proveniente dalle produzioni dal basso.

World of Warcraft continua a essere il punto di riferimento per i mondi online, acquistalo su Amazon.

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Townsmen Recensione, da mobile a Switch l’impresa è ardua

di Mario Petillo

Declinare un titolo nato su mobile su Switch può sembrare inizialmente una mossa più che indovinata: d’altronde la console ibrida di Nintendo si presta benissimo al gioco in mobilità, quello fuori casa, ma anche all’interno delle mura domestiche con il solo obiettivo di non focalizzare la propria attenzione su uno schermo superiore ai 27 pollici e di rimanere comodi sul divano o sul proprio letto con la console tra le mani. Eppure può capitare che un porting subisca conseguenze poco gradevoli, come accaduto con Townsmen, un city builder con grandi vene strategiche che al di là di quelli che sono i contenuti puri del gioco, denota qualche problematica a partire dai controlli.

Da mobile a ibrido

Townsmen è una fortunata serie di giochi mobile, arrivata al quinto capitolo su mobile, e che finalmente adesso sbarca su Switch: le intenzioni sono tutte lodevoli, se non fosse che il titolo ci mette dinanzi a delle proposte molto piatte, senza alcun tipo di inventiva e prive di quel colpo di genio che potrebbe aiutarlo a emergere da quel mare magnum che è la produzione strategica degli ultimi anni. Non molti mesi fa vi abbiamo parlato di Theme Hospital e di come fosse riuscito a realizzare uno strategico pregno di contenuti geniali e di trovate assolutamente gradevoli, oltre ad aver messo in piedi una struttura più che funzionante. Basti pensare anche solo a Civilitation o Sim City o qualsiasi altro town builder vi venga in mente per poter trovare una giustificazione al loro essere diventati famosi. Ciò che tradisce Townsmen è proprio la natura casual, che è tipica dei titoli mobile, e che nel porting su Switch diventa un problema non da poco.

Nei primi venti minuti circa di approccio al titolo, e al suo lunghissimo ma giustificato tutorial, è facile accorgersi di come i comandi siano una vera spina nel fianco. L’implementazione non è delle migliori, ma d’altronde si è sempre detto – sfido a trovare qualcuno che sostenga il contrario – che uno strategico necessiti di un mouse e di una tastiera per essere giocato al meglio e per poter performare nel migliore dei modi possibili. Doversi quindi improvvisare con i tasti azione e le levette analogiche non è un’ottima prospettiva, così come farlo con il touchscreen, dato che la mappa conterrà talmente tanti elementi da mettervi in difficoltà su cosa premere e come farlo. Ciò detto addentriamoci più nei dettagli di Townsmen: il background narrativo, leggiadro e figlio esclusivamente di un palliativo inserito esclusivamente per giustificare l’incedere delle vicende, ci riporta in un’epoca medievale, con delle meccaniche che sono molto vicine a quelle che erano le necessità del tempo: la problematica delle tasse affliggerà sempre i vostri conti, così come i possibili incendi, le piogge torrenziali che arrecheranno problemi al raccolto, fino all’invasione dei barbari vicini al vostro villaggio.

Come già detto avrete un lunghissimo tutorial, da un lato giustificato dall’ingente numero di contenuti offerti da Townsmen, dall’altro decisamente troppo prolisso: apprendere le varie meccaniche vi richiederà anche di portare a termine alcuni obiettivi, molti dei quali sono davvero molto lunghi. È in questa situazione, quindi, che vi ritroverete quasi a capire che il tutorial altri non è che una modalità single player mista a una carriera che vi condurrà attraverso le diverse problematiche che affliggono la vostra vita da governante, di cui la maggior parte elencate già poc’anzi. La curva di apprendimento è comunque gradevole, facendovi partire dalle necessità primarie, come costruire case per i nuovi abitanti del vostro villaggio fino a dover ricollocare delle miniere per esaurimento dei siti di scavi.

Dovrete sempre tenere un occhio molto attento alle richieste dei vostri sudditi, dal cibo ai vestiti, senza dimenticare anche la loro felicità, che passerà dalla costruzione di una taverna fino a quella di una giostra per cavalieri. Quando subentreranno, poi, le necessità belliche e quindi bisognerà fronteggiare l’assalto di qualche marmaglia di barbari, dovrete organizzarvi con una produzione di armi e armature, torri di controllo e anche campi di addestramento. Dalla vostra ci saranno anche i tasti per il fast forward, che velocizzerà tutte le azioni e di conseguenza anche il ciclo delle stagioni.

Rigogliosa primavera, arida estate

Proprio l’alternanza tra le quattro varie fasi stagionali rappresenta uno degli aspetti più curati del gioco: esasperate, per esempio, i concetti che appartengono oggigiorno anche alle aziende agricole più piccole, ossia l’impossibilità di poter avere un raccolto valido durante le ingenti nevicate invernali, oppure alla siccità dell’estate, e avrete un qualcosa di molto simile a Townsmen. Ogni cittadino, pertanto, potrà essere assegnato a delle attività e avere parte dei sudditi impegnati nei terreni da coltivare in pieno inverno non sarà una mossa indovinata: molto più utili potrebbero essere in fase di commercio al mercato o di costruzione di edifici. Al di là di queste uniche varianti sul tema, però, Townsmen fatica a trovare, come già detto, quel colpo di genio che persino nella modalità libera ci possa donare quella soddisfazione di vedere una città crescere: le stesse tecnologie e l’albero dedicato allo sviluppo non riescono a supportarci in una fase di perenne crescita e, per l’appunto, sviluppo.

Tra gli aspetti più gradevoli c’è sicuramente lo stile artistico, che ci dona una città disegnata come un cartone animato, che però non offre grandissima varietà tra i diversi modelli e non riesce a esaltarsi nemmeno nelle animazioni. Così come, quindi, il porting su PC aveva a inizio anno dimostrato qualche lacuna, allo stesso modo fa ora quello per Switch, con l’aggravante dei comandi. Gradevole, invece, la colonna sonora che tiene abbastanza compagnia durante le fasi di gioco, che, vista la natura del titolo, mirano a essere davvero tante. Grazie ai 26 scenari proposti da giocare in single player – data l’assenza del multiplayer – la longevità può goderne a pieno e difficilmente vi ritroverete dinanzi a un gioco finito: piuttosto ciò che potrebbe finire è la vostra voglia di procedere in nuove disavventure.

Scegliendo una di queste partenze vi ritroverete con un villaggio costruito praticamente a metà, pronto per ampliarsi sotto il vostro comando e gestione, seguendo degli obiettivi da portare a termine. Sta a voi decidere se fiondarvi verso questo senso di urgenza che vi verrà messo dai vostri consiglieri, che vi forniranno un binario sul quale procedere, o se dedicarvi esclusivamente a una modalità sandbox, che vi permetterà di agire in maniera indisturbata come meglio credete. Cercando di dare un movente alla vostra spasmodica fame di costruzione e di ampliamento di un villaggio che a lungo andare desidererà solo un fast forward ancora più rapido dell’unico messovi a disposizione.

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Le smart city funzionano davvero? Sì, almeno secondo i dati raccolti a Dallas

di Alessandro Crea

Ormai si parla sempre più spesso di smart city e dei servizi intelligenti che nel prossimo futuro miglioreranno la vivibilità delle nostre città. Con le connessioni 5G ancora al di là da venire però molte di queste sono solo considerazioni e speculazioni senza un riscontro concreto nella realtà, almeno fino a ieri. Il noto provider statunitense AT&T e la Dallas Innovation Alliance infatti hanno reso noti i risultati di uno studio svolto proprio a Dallas e protrattosi per un anno, in cui si analizzano i vantaggi concreti portati dall’adozione di soluzioni smart per la città.

Ebbene il risultato dice che le ricadute positive sulla società, la vita dei cittadini e le attività economiche non sono più solo ipotesi ottimistiche, ma realtà concrete su cui fare affidamento per progettare le città del futuro.

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Tra i risultati più interessanti quelli legati all’impiego della polizia per ridurre il tasso di criminalità nelle zone interessate dalla sperimentazione che, unitamente all’ottimizzazione della temporizzazione dei semafori pedonali, ha portato a un aumento del 13% delle persone presenti nell’area, con un relativo incremento del 12% delle entrate delle attività commerciali, con una diminuzione del 6% del tasso di criminalità. La possibilità di accedere ai dati sul traffico pedonale nella zona inoltre ha consentito ai negozianti di ottimizzare gli orari e le attività svolte dallo staff – inventario, risistemazione della merce in esposizione, conteggi cassa etc. – in modo da assicurarsi che fosse sempre disponibile quando la clientela più lo richiedeva.

L’altro dato interessante riguarda l’adozione di un sistema di illuminazione stradale intelligente con luci al LED a basso consumo, che ha portato a un risparmio del 35% nei costi dell’illuminazione pubblica. Ciò non è dovuto esclusivamente all’utilizzo dei LED al posto delle lampadine normali, ma anche al fatto che le luci stesse si accendevano solo nel caso in cui persone o automobili fossero in transito restando spente per il resto del tempo.

Dallas

Lo studio è molto utile per gli sviluppi futuri del settore. A partire dal 2023 infatti secondo Business Insider le diverse città del mondo investiranno ogni anno 900 miliardi di dollari in questo genere di tecnologie ed è quindi importante capire per tempo cosa funziona e dove sono i migliori margini di guadagno, tanto per le aziende che per le città e i cittadini stessi.

In Italia il 5G, che sarà realtà a partire dal 2020 e che è la tecnologia che renderà davvero possibile tutto questo, per una volta siamo all’avanguardia nella sperimentazione, con diversi progetti pilota come BariMatera 5G, ma ce ne sono diversi da Torino a Milano, fino a Roma. Se il futuro sarà davvero smart il merito dunque sarà della sperimentazione nel presente.

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