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Guida sotto effetto di farmaci: si rischia multa fino a 1500 euro

di Redazione

La quarta sezione penale della Cassazione, con sentenza 18324/2019, fa chiarezza in tema di guida in stato alterato. Parliamo dell’articolo 187 del Codice della strada: chi si mette al volante dopo aver assunto sostanze stupefacenti o psicotrope è punito. Ci sono l’ammenda di 1.500 euro e l’arresto da sei mesi a un anno. All’accertamento del reato consegue la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente da uno a due anni, che perde 10 punti. Sanzione di 3.000 euro se il guidatore causa un incidente. Ma cosa si intende per sostanze stupefacenti o psicotrope? Cosa si rischia per la guida sotto l’effetto di farmaci?

GUIDA SOTTO L’EFFETTO DI DROGHE

Anzitutto, la legge punisce la guida sotto l’effetto di droghe: ecco le sostanze stupefacenti che rappresentano la guida in stato di alterazione psico-fisica. Il test preliminare delle Forze dell’ordine che fermano il guidatore è il drogometro. È un esame non invasivo che uno specifico test con metodo di laboratorio conferma. Permette di accertare, attraverso l’analisi di un tampone salivare, la presenza di sostanze tossiche. Cioè cocaina, oppiacei, cannabinoidi (hashish e marijuana), anfetamine e metanfetamine. Per utilizzare il drogometro, la Polizia ha una “clinica mobile” per la visita, un frigorifero per la conservazione dei test, e un medico per effettuare correttamente i prelievi. Se il drogometro è positivo, ossia se il guidatore era sotto l’effetto di stupefacenti, questi perde la patente per una decina di giorni: seguono ulteriori analisi di laboratorio su altri campioni per la guida sotto l’effetto di farmaci.

GUIDA SOTTO L’EFFETTO DI FARMACI

Ma la Cassazione va oltre e analizza meglio l’articolo 187 del Codice della strada, che parla di guida sotto l’effetto di sostanze psicotrope per guida in stato di alterazione psico-fisica. Ossia? Medicine pesanti. Il caso in esame riguarda un incidente del 2013: guida sotto l’effetto di farmaci. Il conducente responsabile del sinistro versava in una situazione di palese obnubilamento mentale, come dice il verbale di Polizia. L’uomo, nelle tasche, aveva scatole di medicinali della stessa specie di quelle presenti nell’auto. Gli accertamenti tossicologici in ospedale evidenziavano la presenza di sostanze di ooppiacei. Per via di numerosi interventi chirurgici ortopedici e dei forti dolori a carico dell’apparato osteoarticolare, l’uomo doveva assumere un farmaco composto da codeina e paracetamolo. Avente l’effetto collaterale di incidere (in ragione dell’oppiaceo) sulla capacità di vigilanza. Multa di 1.500 euro (3.000 in caso di incidente), come per guida sotto l’effetto di droghe, e come per guida con oltre 1,5 grammi di alcol ogni litro di sangue.

STATO ALTERATO: RESTA IL PROBLEMA DELLA PREVENZIONE

Comunque, il Codice della strada rende difficile fare prevenzione in tema di guida in stato di alterazione psico-fisica C’è il problema della prova: occorre dimostrare che il guidatore fosse drogato nel momento in cui la Polizia lo ferma. Per la dimostrazione, ci sono gli accertamenti biologici in associazione ai dati sintomatici: operazione non facile. Ecco perché diversi guidatori positivi al drogatest subiscono la multa, ma poi alla fine riescono a non pagarla.

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Auto abbandonata in strada privata: niente multa per la Cassazione

di Raffaele Dambra

Auto abbandonata in strada privata

Abbandonare un’auto in disuso in un’area pubblica è un reato perseguibile anche penalmente. O, ben che vada, con una salatissima sanzione pecuniaria. Viceversa se l’auto è abbandonata in una strada privata non è prevista neppure una multa. Lo stabilito di recente la Cassazione pronunciandosi sul caso di un cittadino siciliano, che si è rivolto alla Suprema Corte per ricorrere contro la violazione contestatagli di aver abbandonato su una strada un veicolo di sua proprietà. Ma se la strada è privata non c’è infrazione e quindi nessuna multa.

AUTO ABBANDONATA IN STRADA: LA VICENDA IN QUESTIONE

La vicenda in questione parte ben 10 anni fa, nel 2009 (eh, i tempi della giustizia italiana…), quando al protagonista viene notificato un verbale di contestazione per aver violato gli articoli 180 e 181 del Codice della Strada. Motivo: una vettura di sua proprietà si trovava in stato di abbandono ai bordi di una strada. L’uomo si rivolge al Giudice di Pace prima e al Tribunale poi, reclamando la natura privata della strada in cui era parcheggiato il mezzo (con tanto di cartelli recanti la scritta ‘proprietà privata’). Ma per i giudici la circostanza non esclude i presupposti dell’infrazione contestata. Tocca quindi ricorrere alla Corte di Cassazione, che gli dà finalmente ragione.

AUTO ABBANDONATA IN STRADA PRIVATA: LA MULTA NON SUSSISTE

Come riporta il portale giuridico laleggepertutti.it, la Cassazione, con l’ordinanza n. 6359/2019, ha verificato che l’accesso al terreno di proprietà esclusiva del ricorrente, proprio quello in cui è stata rinvenuta l’auto abbandonata, corrispondeva in effetti a un’area privata. “Perché un immobile possa ritenersi di uso pubblico”, si legge nella pronuncia degli Ermellini, “occorre che l’uso dello stesso avvenga da parte di una collettività indeterminata di soggetti, considerati quali titolari di un pubblico interesse di carattere generale”. Né può valere, continua, “il principio della presunzione di uso pubblico. Che sussiste soltanto quando il tratto di strada colleghi due strade pubbliche, trattandosi di strada priva di marciapiede e, pertanto, non destinata alla circolazione dei pedoni e che, precipuamente, è a vicolo cieco”. Di conseguenza, accertata la natura privata dell’area in cui hanno trovato l’autovettura, la contravvenzione è stata annullata.

AUTO ABBANDONATA IN STRADA: QUANDO C’È SANZIONE

Ricordiamo che un’auto viene considerata ‘in stato di abbandono’ in presenza di determinate caratteristiche che fanno supporre la volontà da parte del proprietario di disfarsi del veicolo. 1) Assenza delle targhe o del contrassegno di circolazione; 2) mancanza di parti essenziali per l’uso e la conservazione del mezzo; 3) sosta, regolare o irregolare, protratta nel tempo sul suolo pubblico. Un veicolo in stato di abbandono non viene subito rimosso (a meno che sia in sosta vietata). Ma gli organi accertatori appongono sul parabrezza un avviso per informare il proprietario che il veicolo sarà portato via se non provvederà a recuperarlo. Dopo 60 giorni, se nulla è accaduto, la polizia locale sequestra la vettura e la porta in un’autorimessa autorizzata per la demolizione. Al proprietario, una volta individuato, spetta una multa di 1666,67 euro (per le auto) o di 600 euro (per moto e rimorchi), più le spese per la rimozione. Qualche anno fa, come accennavamo all’inizio, la stessa Cassazione ha prefigurato per chi abbandona un’auto su strada pubblica il reato penale di inquinamento ambientale.

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Incidente con semaforo giallo e rosso: colpa a metà tra i due conducenti

di Redazione

Semaforo rosso e semaforo giallo: chi ha ragione in un incidente? La Cassazione fa chiarezza con la sentenza numero 37004 del 10 aprile 2019, pubblicata il 4 settembre (quarta sezione penale). Non si tratta della solita multa per passaggio col rosso: 167 euro e taglio di 6 punti-patente, secondo l’articolo 146 del Codice della strada. Parliamo invece di un reato: un sinistro con feriti seri o morti al semaforo, che rientra nel Codice penale (si tratta di omicidio). Quindi, stabilire chi ha torto e chi ha ragione diventa ancora più importante.

UNO COL GIALLO, L’ALTRO COL ROSSO: INCIDENTE MORTALE

La dinamica dell’incidente al semaforo (rosso o giallo) preso in esame è semplice. Ecco la scena: entrambi i mezzi viaggiano sulla stessa strada di Roma e nella medesima direzione, paralleli. L’autobus nella corsia centrale, riservata ai mezzi pubblici; la motocicletta nella corsia alla destra dell’autobus. Giunti a una grande piazza con incrocio regolato da semaforo, l’autobus impegna l’incrocio col semaforo giallo a 42 km/h (col limite di 50); la moto, in precedenza fermo alla linea di stop, parte quasi contemporaneamente bus, svolta verso sinistra a 30 km/h col rosso. Andando a urtare, al centro della piazza, contro il fianco destro del bus, che lo ha agganciato e trascinato per più di 20 metri: per questo, il centauro muore.

COLPA AL 50% FRA I DUE GUIDATORI

Il semaforo rosso imponeva al motociclista di fermarsi. Il semaforo giallo obbligava il guidatore del bus a non oltrepassare gli stessi punti stabiliti per l’arresto, a meno che vi si trovava così prossimo, al momento dell’accensione della luce gialla, che non poteva più arrestarsi in condizioni di sufficiente sicurezza: in tal caso, doveva sgombrare sollecitamente l’area di intersezione con prudenza. Secondo la Cassazione, però, la colpa dell’incidente al semaforo è metà. Il motivo? Le norme sulla circolazione stradale impongono severi doveri di prudenza e diligenza proprio per far fronte a situazioni di pericolo, determinate anche da comportamenti irresponsabili altrui, se prevedibili.

SEMAFORO: UN PRINCIPIO “SACRO”

La Cassazione richiama un principio della circolazione, già fissato in passato: il conducente con diritto di precedenza ha l’obbligo di tenere una condotta prudente. Non può solo invocare il comportamento imprudente del guidatore col rosso, se prevedibile. Un principio che vale sia in presenza di semafori, sia quando ci sono i cartelli triangolari sulla precedenza, sia infine col classico cartello di stop. Per determinare meglio le colpe degli incidenti così complessi, saranno decisivi il verbale delle Forze dell’ordine e le relazioni dei periti.

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Investimento sulle strisce: per la Cassazione il pedone ha sempre ragione

di Raffaele Dambra

Investimento sulle strisce

In caso di investimento sulle strisce il pedone ha sempre ragione, anche se ha attraversato la strada in maniera imprudente. Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con una recente sentenza, precisando che in questi casi la responsabilità cade sempre sul conducente dell’auto. Questo perché, in prossimità delle strisce pedonali, l’automobilista è tenuto a prevedere la condotta del pedone, anche se avventata, ponendo eventualmente in essere tutte le manovre di emergenza necessarie a evitare l’impatto.

AUTO IN PROSSIMITÀ DELLE STRISCE: COSA PREVEDE IL CODICE

L’articolo 141 del Codice della Strada dispone (comma 1) che “è obbligo del conducente regolare la velocità del veicolo in modo che […] sia evitato ogni pericolo per la sicurezza delle persone e delle cose e ogni altra causa di disordine per la circolazione”. Inoltre (comma 2) il conducente “deve sempre conservare il controllo del proprio veicolo ed essere in grado di compiere tutte le manovre necessarie in condizione di sicurezza, specialmente l’arresto tempestivo del veicolo entro i limiti del suo campo di visibilità e dinanzi a qualsiasi ostacolo prevedibile”. Ma soprattutto (comma 4) “deve ridurre la velocità e, occorrendo, anche fermarsi […] in prossimità degli attraversamenti pedonali e, in ogni caso, quando i pedoni che si trovino sul percorso tardino a scansarsi o diano segni di incertezza”.

INVESTIMENTO SULLE STRISCE: IL CASO GIUDICATO DALLA CASSAZIONE

Basandosi su questi principi la Cassazione si è pronunciata sul caso di un uomo condannato per omicidio colposo dopo aver investito una donna sulle strisce a Roma. Dopo la condanna in appello l’uomo si era rivolto alla Suprema Corte lamentando che la vittima aveva attraversato sulle strisce pedonali di notte, in una zona scarsamente illuminata e a un incrocio segnalato da un semaforo a luce gialla lampeggiante. Giustificando quindi l’investimento sulle strisce con il fatto di non aver visto la donna a causa dell’oscurità, pur procedendo a una velocità rispettosa dei limiti.

INVESTIMENTO SULLE STRISCE: PERCHÉ IL PEDONE HA SEMPRE RAGIONE

La Cassazione ha però rigettato il ricorso di questo conducente ravvisando una condotta di guida caratterizzata da negligenza, imprudenza e imperizia, perché pur viaggiando a una velocità consentita avrebbe dovuto moderare ulteriormente l’andatura, vista l’ora notturna e le scarse condizioni di visibilità. Chi guida, ha sancito più volte la giurisprudenza, deve infatti aver la possibilità di porre in atto tutte le manovre di emergenza necessarie a evitare un urto o uno scontro, anche in caso di un comportamento imprudente altrui. Pensiamo per esempio a un pedone che cambia direzione sulle strisce, oppure che attraversa la strada con imprudenza avviandosi sull’asfalto solo in prossimità dell’attraversamento pedonale, o di notte o in un’area a scarsa illuminazione. Sono tutte situazioni che un automobilista deve prevedere e prevenire. L’unica eccezione riguarda invece un eventuale comportamento del pedone assolutamente imprevedibile: solo in questo caso si può valutare la sua corresponsabilità.

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Tutor attivi in autostrada: la Cassazione cancella lo stop

di Raffaele Dambra

Tutor attivi in autostrada

Notizia molto importante per gli automobilisti impegnati nell’esodo e nel contro-esodo delle vacanze estive 2019. Ci sono di nuovo i tutor attivi in autostrada dopo la pronuncia della Cassazione che ha ribaltato una sentenza della Corte d’Appello del 10 aprile di un anno fa, i cui effetti avevano imposto il momentaneo spegnimento dei dispositivi per la violazione di un brevetto depositato dall’azienda Craft di Greve in Chianti. I tutor autostradali si stanno gradualmente riaccendendo, perciò consigliamo di osservare fedelmente i limiti di velocità (cosa che peraltro andrebbe fatta sempre) fin da subito per non incorrere in brutte sorprese.

TUTOR IN AUTOSTRADA: LA CAUSA LEGALE

Come forse molti ricorderanno, la vicenda dei tutor in autostrada si trascinava fin dal 2006 a causa di una disputa legale tra Autostrade per l’Italia e la Craft per una questione di brevetti. In pratica la piccola azienda toscana lamentava che il colosso Autostrade, in combutta con la Polizia Stradale, si fosse attribuita la paternità del dispositivo capace di ‘leggere’ le targhe dei veicoli, copiando di fatto una propria invenzione. Dopo alcune sentenze a favore di ASPI, il 10 aprile 2018 la Corte d’Appello di Roma aveva clamorosamente dato ragione alla Craft, riconoscendo la violazione e ordinando la rimozione e la distruzione dei tutor esistenti.

TUTOR ATTIVI IN AUTOSTRADE: LA SENTENZA DELLA CASSAZIONE

Ma pochi giorni fa, con un ennesimo colpo di scena, la Corte di Cassazione ha dato invece ragione ad Autostrade per l’Italia, ritenendo, così come riporta l’Ansa, “che il sistema di controllo della velocità media (ossia il tutor, ndr) non violi le norme relative alla proprietà intellettuale della società Craft”. E che perciò non sussistano più i motivi per imporne la rimozione. “Abbiamo già riattivato le squadre per la reinstallazione dei tutor”, ha comunicato infatti la società Autostrade, “Così da consentirne la messa a disposizione in tempi brevi alla Polstrada, al fine di potenziare i controlli già in essere sulla rete autostradale tramite il sistema SICVe-PM“.

TUTOR AUTOSTRADALI DI NUOVO IN FUNZIONE

Come già anticipato, ASPI sta lavorando a pieno ritmo per ripristinare quanto prima i tutor autostradali, in maniera da renderli tutti pienamente efficienti nei weekend del contro-esodo previsti il 24 e 25 agosto e il 31 agosto e 1 settembre 2019. “L’impiego dei tutor è fondamentale per la sicurezza stradale in autostrada”, si legge in una nota stampa della società che ha vinto il ricorso, “Dal 2004 grazie a questo sistema sulle autostrade è diminuita del 25% la velocità di picco e del 15% quella media, col risultato che il numero delle vittime è calato del 70%”.

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Autovelox in città: per la Cassazione multe possibili solo su strade di scorrimento

di Redazione

Autovelox in città

Nuova sentenza sugli autovelox in città: per la Cassazione le multe comminate a distanza dal dispositivo elettronico sono valide solo se la strada urbana è di scorrimento. Ovvero dotata (come dispone l’art. 2 del Codice della Strada) di “carreggiate indipendenti o separate da spartitraffico, ciascuna con almeno due corsie di marcia, banchina pavimentata a destra e marciapiedi, con le eventuali intersezioni a raso semaforizzate”. Diversamente le multe elevate in ambito urbano con autovelox fissi sono impugnabili e annullabili, a meno che non vengano contestate immediatamente dalle Forze dell’Ordine.

CASSAZIONE: NO AUTOVELOX FISSI SU STRADE URBANE NON DI SCORRIMENTO

Con il pronunciamento n. 16622/19 depositato lo scorso 20 giugno, che conferma i precedenti orientamenti delle sentenze n. 4451/19 e n. 4090/19, la Suprema Corte ha dunque dichiarato illegittimi i provvedimenti prefettizi che autorizzino l’installazione di autovelox a funzionamento automatico con contestazione differita su strade urbane che non siano di scorrimento. La Cassazione, come ha ricordato Maurizio Caprino sul Sole 24 Ore, si è espressa sulla vicenda del Comune di Firenze, che una decina di anni fa (era ancora sindaco Matteo Renzi) piazzò numerosi autovelox fissi su alcune strade urbane che presentavano caratteristiche diverse da quelle descritte dall’art. 2 del CdS, facendo multe a pioggia.

AUTOVELOX IN CITTÀ: LA CASSAZIONE PRECISA

Di fronte agli inevitabili ricorsi degli automobilisti multati, il Comune si è sempre difeso sostenendo che le caratteristiche di strada di scorrimento possono esserci anche soltanto su un tratto, quello dove aveva piazzato l’autovelox, e non sull’intero tracciato. E che non conterebbe il fatto che non a tutti gli incroci ci sia un semaforo, perché dove esso è assente non si incontrano due correnti di traffico vere e proprie. Ma dopo anni di sentenze spesso contraddittore, la Corte di Cassazione ha definitivamente bocciato questa tesi, precisando che le caratteristiche di strada urbana di scorrimento ci devono essere tutte e per tutto il tracciato. In altri termini, una strada urbana o è di scorrimento oppure non lo è: non può esserlo solo per alcuni tratti.

STRADA URBANA DI SCORRIMENTO È TUTTA LA STRADA NELLA SUA INTEREZZA, NON UN SINGOLO TRATTO

Tra le motivazioni della Cassazione è infatti chiaramente indicato che “la configurazione di una strada urbana a scorrimento veloce deve interessare tutta la strada considerata nella sua interezza e non solo il singolo tratto di essa in prossimità del posizionamento dell’apparecchio fisso di rilevazione elettronica della velocità”. Inoltre una precedente sentenza che aveva dato inizialmente ragione al Comune di Firenze “è incorsa nell’errata valutazione circa la ritenuta esistenza di una banchina in senso proprio (in realtà non conforme, ndr), che costituisce un requisito necessario per la qualificazione di una strada urbana come strada di scorrimento”. Di conseguenza “il provvedimento prefettizio di individuazione delle strade lungo le quali è possibile installare autovelox fissi, senza obbligo di fermata del conducente, può includere soltanto le strade previste dal Codice della Strada”.

MULTE IN CITTÀ CON AUTOVELOX: SOLO SU STRADE A SCORRIMENTO O SU ALTRE STRADE SE C’È CONTESTAZIONE IMMEDIATA

In conclusione, gli autovelox in città, su strade non di scorrimento, possono elevare multe solo se c’è contestazione immediata di una pattuglia della polstrada o della polizia locale. Altrimenti la sanzione si può comminare in un secondo momento soltanto per cause di forza maggiore (dovute al traffico, a motivi di sicurezza stradale o perché la pattuglia in quel momento era impegnata con un’altra vettura), espressamente indicate sul verbale, che hanno reso impossibile la contestazione immediata di un veicolo segnalato dall’autovelox, così come previsto dall’art. 201 del Codice della Strada.

Cliccando sul tasto rosso in basso Scarica PDF potete scaricare gratuitamente la sentenza integrale della Corte di Cassazione sugli autovelox in città.

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Incidenti stradali, risarcimenti più bassi: la pronuncia della Cassazione

di Redazione

Incidenti stradali risarcimenti più bassi

Una nuovissima pronuncia della Corte di Cassazione, precisamente la n. 16580/19 del 20 giugno 2019, farà poco felici gli automobilisti. Nella malaugurata ipotesi di restare vittime di incidenti stradali, i risarcimenti dell’assicurazione in caso di invalidità permanente saranno più bassi. Questo perché dall’ammontare dell’indennizzo si dovrà detrarre l’importo che il danneggiato percepirà dall’INPS a titolo di pensione di invalidità.

INCIDENTI STRADALI: DAI RISARCIMENTI DELL’ASSICURAZIONE SI DEVE DETRARRE LA QUOTA INPS

Ne ha parlato il portale giuridico laleggepertutti.it, spiegando che la sentenza della Cassazione conferma in realtà la linea adottata pochi mesi fa dalla stessa Corte a Sezioni Unite. E cioè che dal risarcimento dovuto dalla compagnia assicurativa alla vittima dell’incidente stradale bisogna detrarre quanto l’INPS ha liquidato e liquiderà per l’invalidità permanente (totale o parziale non fa differenza), ossia la pensione civile. Se così non fosse, ha motivato la Suprema Corte, il danneggiato ricaverebbe un doppio risarcimento, perfino superiore rispetto al danno, finendo addirittura per guadagnarci (ma i soldi, ci chiediamo noi, qualora fossero anche tanti possono compensare un’invalidità fisica permanente e totale? Bella domanda…).

INCIDENTI STRADALI: IL DANNEGGIATO NON PUÒ CHIEDERE UN INDENNIZZO ‘DOPPIO’

Inutile dire che saranno particolarmente contente le assicurazioni, che d’ora in poi potranno ridurre i risarcimenti da incidenti stradali gravi. In ogni caso la Corte di Cassazione non poteva decidere diversamente perché la logica applicazione del diritto prevede che al danneggiato spetti l’indennizzo soltanto del danno effettivamente subito. In altre parole la vittima del sinistro non può chiedere un risarcimento ‘doppio’ solo perché i soggetti preposti all’indennizzo sono per legge due, l’INPS e la compagnia assicurativa. Il danno resta comunque uno e il risarcimento deve essere perciò ‘spartito’ tra l’ente previdenziale e la compagnia. Quest’ultima può inoltre sempre rivalersi verso la terza parte, colui che ha causato il sinistro, chiedendogli la restituzione delle somme versate all’infortunato.

NON CUMULABILITÀ DEI RISARCIMENTI PER INCIDENTE STRADALE: IL PRECEDENTE

Come abbiamo già scritto, la pronuncia della Cassazione sugli incidenti stradali e risarcimenti in caso di invalidità permanente ha solo ribadito un principio già espresso tempo addietro dalle Sezioni Unite della medesima Corte, che avevano così risolto la questione delle conseguenze risarcitorie della strage di Ustica del 1980. I ministeri della Difesa e delle Infrastrutture, spiega ancora laleggepertutti.it, dovranno infatti risarcire la compagnia aerea Itavia (poi fallita) con 265 milioni di euro per “omesso controllo e sorveglianza della complessa e pericolosa situazione venutasi a creare nei cieli di Ustica”. Ma la compagnia aerea non potrà cumulare l’indennizzo già ricevuto dalla propria assicurazione per la perdita dell’aeromobile, e riscuoterà solo la differenza. Quindi l’indirizzo giuridico è chiaro: non può esserci cumulabilità tra risarcimento dell’assicurazione e indennizzo statale, “non essendovi spazio per una doppia liquidazione a fronte di un pregiudizio identico”.

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Revoca patente: da quando decorre? La risposta della Cassazione

di Redazione

Revoca patente da quando decorre

Il Codice della Strada dispone, per chi guida in stato di forte ebbrezza o sotto effetto di sostanze stupefacenti e provoca un incidente stradale, la revoca della patente: ma da quando decorre il provvedimento? La domanda non è banale perché dal 2010 per conseguire un nuovo documento di guida è necessario che siano trascorsi tre anni dall’accertamento del reato. Ma questi tre anni quando si iniziano a contare? Dalla data dell’incidente o comunque del ritiro della patente, o dal giorno in cui la sentenza penale di condanna è passata in giudicato?

DA QUANDO DECORRE LA REVOCA PATENTE?

Inizialmente questo dubbio aveva ‘incartato’ diversi tribunali, visto che sulla stessa questione erano uscite sentenze diverse. Ma in seguito la giurisprudenza ha decisamente virato verso la soluzione meno favorevole al trasgressore, stabilendo tempi più lunghi per la revoca. Aveva disposto già in tal senso un’ordinanza ministeriale del 2015. E l’ultima sentenza della Cassazione depositata lo scorso 20 maggio 2019 ha confermato la ‘linea dura’, sciogliendo definitivamente tutte le incertezze sull’argomento. I tre anni di revoca patente non decorrono dalla data del sinistro o del ritiro, ma dal passaggio in giudicato della sentenza di condanna.

LA SENTENZA DELLA CASSAZIONE SULLA REVOCA PATENTE

Nel caso in discussione, leggiamo sul sito dell’Ansa, la Corte di Cassazione è stata chiamata a deliberare sul caso di un cittadino che si era rivolto al Giudice di Pace di Rovereto per contestare la revoca della patente fatta partire non dal giorno dell’incidente e della sospensione cautelare del documento di guida (15 dicembre 2013), ma dalla data di notifica della revoca stessa (5 settembre 2014). Accogliendo però il ricorso del Commissariato di Governo per la Provincia Autonoma di Trento, la Cassazione ha specificato un elemento importante. E cioè che “il provvedimento di revoca non viene in esistenza prima che il Giudice Penale lo pronunci”. Di conseguenza “la sua applicazione non può iniziare prima che la sentenza penale sia passata in giudicato. La revoca della patente è pertanto un atto ad efficacia istantanea adottabile solo una volta che la sentenza penale di condanna sia, appunto, passata in giudicato”.

LA SOSPENSIONE CAUTELARE DELLA PATENTE SI SOMMA ALLA REVOCA

Il risultato pratico, commenta giustamente il Sole 24 Ore, è che con quest’ultima interpretazione della Suprema Corte il condannato non può ottenere una nuova patente per un lasso di tempo ben più lungo dei tre anni previsti dal CdS. Il triennio di revoca effettiva disposto dal giudice va infatti sommato, e non sovrapposto, al periodo di sospensione cautelare della patente che la Prefettura dispone subito dopo l’infrazione. E visto che la sospensione cautelare può protrarsi per anni in attesa del processo, i conti sono belli e fatti…

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Positivo all’alcoltest: assolto in Cassazione perché non pericoloso

di Antonio Benevento

La Suprema Corte di Cassazione, sez. IV penale ha depositato uno sentenza che consolida l’orientamento a favore dell’imputato, nei di guida in stato di ebbrezza meno gravi. Si tratta della sentenza n. 12863/19, che ha confermato l’assoluzione per particolare tenuità del fatto, ai sensi dell’art. 131bis c.p., per un automobilista fermato durante un controllo e risultato positivo all’etilometro con 1.03 g/l di alcolemia. Scattato il procedimento ai sensi dell’art. 186, 2 co. lett. b), C.d.S., il Tribunale di Lanusei ha riconosciuto la particolare tenuità del fatto, non emergendo nel caso di specie nessun particolare che rivelasse un grave stato di alterazione, al di fuori di occhi lucidi e alito vinoso. Nonostante il ricorso in Cassazione del P.M. di Lanusei, gli Ermellini confermano quanto deciso dal Tribunale, che ha applicato l’indirizzo dato dalle Sezioni Unite nel 2016.

UBRIACO SOLO PER L’ETILOMETRO

La rilevazione della guida in stato di ebbrezza avviene in due modalità: controlli di routine sulle strade, oppure interventi dopo gli incidenti. Quando la rilevazione si fa a seguito di un incidente, già si parte male, perchè se uno ha provocato un incidente e poi fa registrare un tasso di alcol nel sangue troppo alto, c’è poco da difendere. Ma nel caso in esame si trattò di un controllo di routine: l’auto non andava a zig zag, l’eloquio non era confuso, l’automobilista non aveva altro, secondo il verbale degli agenti, che gli occhi lucidi e l’alito vinoso, cui ovviamente si deve affiancare l’alcoltest positivo, per ben 1.03 g/l, ovvero ebbrezza media, secondo l’art. 186, 2 co. lett b), che prevede sanzioni per chi presenta un alcolemia compresa tra 0.8 e 1.5 g/l. A togliere dai guai l’automobilista è stato però il meccanismo che prevede l’assoluzione quando l’offesa del fatto commesso è talmente lieve che allo Stato conviene non perseguirla. Ai sensi dell’art. 131bis c.p., infatti, il GIP di Lanusei ha assolto l’imputato, che vincerà anche in Cassazione dopo il ricorso di un deluso Pubblico Ministero.

LE SEZIONI UNITE HANNO DETTO: VALUTARE TUTTI GLI ELEMENTI

Gli Ermellini, per giungere alla conferma dell’assoluzione, richiamano i principi enunciati dalle Sezioni Unite della Suprema Corte con la sentenza n. 13681/16. Questi in particolare delimitano l’applicazione del principio di non punibilità per particolare tenuità dell’offesa, ovvero l’esclusione di determinati fatti astrattamente punibili dal sistema sanzionatorio penale, sia perchè non meritevoli, sia perchè il sistema non può rimanere ingolfato da casi marginali. A questo proposito gli Ermellini ribadiscono che la tenuità dell’offesa deve essere valutata considerando il fatto nel suo complesso e che “non esiste un’offesa tenue o grave in chiave archetipica“, quindi il fatto va valutato sotto il profilo concreto. La valutazione insomma “richiede l’analisi e la considerazione della condotta, delle conseguenze del reato e del grado di colpevolezza“. Nel caso di specie, non emergendo null’altro che occhi lucidi e alito vinoso, oltre naturalmente all’esito dell’alcoltest, non avendo gli agenti accertatori rilevato “comportamenti di guida inadeguati né difficoltà a parlare né, ancora, incertezze nei movimenti”, bene ha fatto il G.I.P. ad assolvere l’automobilista finito negli ingranaggi del sistema penale per essersi messo alla guida dopo aver bevuto un pochino. La sentenza fa però salve le sanzioni amministrative, eventualmente ancora da scontare (sospensione da sei mesi a un anno e decurtazione di 10 punti).

LA BRECCIA NELLA RIGIDITA’ DEL SISTEMA

Questa pronuncia rappresenta un seguito naturale all’impostazione data dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (nel febbraio del 2016 (Cass SSUU civ., sent. 13681/16), per quanto riguarda l’applicazione della scriminante della tenuità al caso della guida in stato di ebbrezza. La giurisprudenza in materia è stata per molti anni rigida, con più pronunce a scapito degli imputati. Con l’ingresso del criterio della particolare tenuità dell’offesa nel nostro ordinamento, avvenuto nel 2015, era inevitabile che si ponesse il problema, visto che la guida in stato di ebbrezza può avere livelli di gravità molto differenti, ed è sanzionata in base a tre scaglioni di alcolemia, nonchè aggravata a seconda di ulteriori circostanze, prima fra tutte quella dell’aver provocato un incidente stradale. Avevamo anticipato la possibilità che la guida in stato di ebbrezza conoscesse una fase sanzionatoria nuova già alla vigilia della sentenza delle SSUU del 2016 (per leggere l’articolo sull’imminente decisione delle Sezioni unite clicca qui). Ora è evidente che si può formare un consolidato indirizzo che porti a una sostanziale depenalizzazione di tutti quei casi in cui l’unico elemento caratterizzante il reato è l’etilometro, in assenza cioè di elementi caratterizzanti un pericolo concreto. Questo peraltro avviene mentre cominciano a fioccare sentenze in cui gli imputati per guida in ebbrezza vengono assolti per mancanza di attendibilità degli etilometri (per leggere un articolo su una recente sentenza, clicca qui). Insomma forse stiamo entrando in una nuova fase della lotta al drunk driving, non più impostata sulla “tolleranza zero”. Il che però sarebbe in contrasto con la tendenza all’inasprimento delle sanzioni collegate alla condotta stradale, vedasi l’introduzione di omicidio e lesioni stradali, dunque potrebbe rivelarsi un fenomeno provvisorio. Staremo a vedere.

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