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Dormire in auto è legale? Cosa dice la legge

di Raffaele Dambra

Dormire in auto

A chiunque, per mille ragioni, potrebbe capitare prima o poi di dormire in auto. Senza arrivare a situazioni estreme come la perdita della casa, si potrebbe per esempio scegliere di dormire in macchina per riposarsi prima di riprendere un lungo viaggio o per risparmiare il costo dell’hotel per una o più notti. Quello che ci domandiamo però è altro: questa pratica è legale? Si può dormire in auto in una strada pubblica? Vediamo cosa dice la legge.

È PERMESSO DORMIRE IN AUTO?

E, sorpresa, la legge non dice un bel niente. Non esiste infatti un normativa a livello nazionale circa la possibilità di dormire in macchina, né sul Codice della Strada né altrove. In teoria, quindi, non essendo espressamente vietato, dovrebbe essere permesso. Sempre rispettando i dettami del CdS riguardo la sosta e il parcheggio delle auto, disciplinati dagli articoli 157, 158 e 159. Evitando quindi di fermarsi con la vettura in punti dove vige il divieto di sosta e/o di parcheggio e, in ogni caso, senza creare intralcio o pericolo per la circolazione stradale. Ma attenzione: abbiamo volutamente usato il condizionale perché i singoli Comuni, con un’apposita ordinanza per prevenire fenomeni di bivacco, potrebbero disporre il divieto di dormire in auto sull’intero territorio comunale o soltanto in certe zone. Meglio quindi informarsi preventivamente.

DORMIRE IN AUTO DOPO UNA ‘SBRONZA’

C’è poi il caso particolare di coloro che si addormentano in auto per smaltire i fumi dell’alcol dopo una serata o una nottata piuttosto ‘allegra’. Secondo l’orientamento della giurisprudenza, il solo trovarsi a bordo di un veicolo in posizione di guida assume rilevanza ai fini sanzionatori. Questo a prescindere che il veicolo stia effettivamente circolando, in quanto la fermata è ritenuta anch’essa una fase della circolazione. Di conseguenza un automobilista sorpreso dalle Forze dell’ordine a dormire in macchina con tasso alcolemico sopra i limiti, potrebbe rischiare la sanzione per guida in stato di ebbrezza. Tuttavia vanno analizzati alcuni aspetti. Sostare in macchina da ubriachi è infatti decisamente meglio che guidare da ubriachi, oltre che estremamente più sicuro. Quindi, se un conducente ‘alticcio’ decide saggiamente di non mettersi in marcia ma di aspettare che gli passi la sbronza, fermandosi a dormire in macchina per qualche ora, non è mai sanzionabile. A meno che gli agenti non dimostrino inequivocabilmente che abbia guidato il mezzo da ubriaco prima di fermarsi.

DOVE DORMIRE IN AUTO E COSA FARE IN CASI DI UN CONTROLLO

Chi decide di dormire in auto deve ovviamente trovare un posto adatto. Un posto che non violi alcun divieto, come spiegato in precedenza, ma che sia anche abbastanza sicuro. Evitando perciò luoghi troppo isolati o bui e zone comunemente ritenute a rischio. In autostrada e sulle strade extraurbane principali non è consentito utilizzare per questo scopo le piazzole di sosta (e men che meno quelle di emergenza), su cui bisogna fermarsi solo in caso di reale necessità. Per schiacciare un pisolino sono molto più indicate le aree di sosta all’interno delle stazioni di servizio. Ovviamente una o più persone che dormono in macchina danno luogo a una situazione piuttosto curiosa e insolita, per cui è altamente probabile che subiscano un controllo da parte delle Forze dell’ordine. Nel caso non c’è alcun bisogno di allarmarsi: se non si ha nulla da nascondere e se si sono rispettate tutte le norme, basta spiegare con calma cosa si sta facendo e perché.

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Monopattini elettrici come scooter: prime multe senza casco e targa

di Donato D'Ambrosi

Monopattini elettrici regole

I monopattini elettrici a Torino sono finiti al centro di polemiche legate alle multe irrogate dai vigili a spensierati cittadini sul monopattino. Le multe per guida su monopattini possono essere molto care, ma con la sperimentazione della micro-mobilità elettrica alle porte, si è generato un grande caos. Cerchiamo di capire perché a Torino sono fioccate multe a chi andava in monopattino senza casco e senza patente.

LE MULTE A CHI VA IN MONOPATTINO A TORINO

Il caso delle multe senza casco sui monopattini elettrici è esploso solo dopo l’ultima sanzione ad un giovane studente nigeriano bloccato dai vigili di Torino su monopattino elettrico. In realtà i vigili di Torino avevano già nei giorni precedenti fatto tabula rasa dei monopattini elettrici guidati per le strade in modo inappropriato. Ma allora è legale oppure no andare in monopattino elettrico? La domanda nasce dalle contestazioni dei vigili al giovane fermato sul monopattino elettrico. Le sanzioni di oltre 6 mila euro, per guida contromano senza patente di un veicolo motorizzato non immatricolato. Una multa poi ridotta a poco più di mille euro ma che non fa chiarezza sulla circolazione dei monopattini elettrici a Tornino.

MONOPATTINI ELETTRICI MULTATI IN ANTICIPO

La posizione della Polizia municipale è chiara: si può andare in monopattino elettrico ma solo rispettando le regole. Regole però che sulla base della sperimentazione della micromobilità dovrebbero partire da novembre 2019. L’intento quindi sembrerebbe quello di lanciare un segnale forte a chi ha deciso di andare in giro in monopattino o lo farà nei prossimi giorni. Perché se è vero che è legale andare in giro in monopattino, ma si potrà farlo solo ed esclusivamente nelle aree individuate dal Comune.

MONOPATTINI ELETTRICI E DIRETTIVE POCO CHIARE

Il Comune di Torino ha infatti stabilito delle regole sia per i privati che decidono di andare in monopattino, sia per le società di noleggio monopattini elettrici. Nonostante questo però non bisogna certo puntare il dito contro gli accertatori che interpretano i dettami di un decreto poco chiaro. Proprio il limite di velocità per monopattini elettrici e similari di 6 km/h (in area pedonale) è impossibile da rilevare ma è stato contestato al giovane nigeriano. C’è la contestazione della circolazione di veicolo a motore non immatricolato mentre poi il decreto cita “dispositivi”. E’ chiaro che servirebbe una circolare chiarificatrice del Ministero dell’Interno che metta gli organi di polizia nelle condizioni di vigilare senza eccessi e interpretazioni.

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Posto di blocco: le conseguenze per chi non si ferma

di Raffaele Dambra

Posto di blocco conseguenze

Non è una buona idea ignorare un posto di blocco. Le conseguenze per chi non si ferma possono infatti essere pesanti. Sia a livello economico (a causa delle severe sanzioni) che, nei casi più estremi, a livello penale. Senza dimenticare che non ottemperando all’ordine di fermarsi di un operatore di Polizia o Carabinieri, si potrebbero generare situazioni di pericolo anche sotto il profilo dell’incolumità personale, propria e degli altri.

DIFFERENZA TRA POSTO DI BLOCCO E POSTO DI CONTROLLO

Spesso si fa confusione tra posto di blocco e posto di controllo, ma si tratta di due misure che richiedono modalità operative diverse. Il posto di controllo è la classica pattuglia composta di solito da due o tre agenti e chiamata a svolgere prevalentemente opere di prevenzione. Verificando per esempio i documenti di guida, lo stato della vettura o le condizioni psicofisiche del conducente. In genere il posto di controllo interessa un solo senso di marcia e le vetture da controllare sono scelte a discrezione degli agenti. Il posto di blocco, invece, viene istituito in situazioni eccezionali e prevede il blocco di entrambi i sensi di circolazione della strada interessata. Possono essere usate corsie di canalizzazione, bande chiodate antifuga e altri strumenti analoghi per assicurarsi il rallentamento e la fermata di tutti i veicoli. A differenza del posto di controllo, infatti, il posto di blocco è tenuto a controllare tutte le vetture di passaggio.

POSTO DI BLOCCO: LE CONSEGUENZE PER CHI NON RISPETTA L’ALT

Vista la differenza tra posto di controllo e posto di blocco, sono diverse anche le sanzioni in caso di mancato alt. Chi non rispetta un semplice posto di controllo, è soggetto al pagamento di una multa da 84 a 335 euro (articolo 192 del Codice della Strada) e la decurtazione di tre punti sulla patente. Chi non si ferma a un posto di blocco, invece, non solo vede aumentarsi la sanzione pecuniaria, che in questo caso va da un minimo di 1.324 a un massimo di 5.302 euro (più 10 punti persi sulla patente). Se per evitare il blocco un conducente mette a rischio l’incolumità degli agenti e la sicurezza generale, incorre anche nel reato di ‘resistenza a un pubblico ufficiale’ (art. 337 del Codice Penale), punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni. Non sono poi da escludere situazioni di ulteriore rischio se le Forze dell’ordine dovessero riscontrare l’estrema pericolosità dell’automobilista che intende forzare o ha già forzato il blocco.

COSA FARE A UN POSTO DI BLOCCO

Il posto di blocco è delimitato dal segnale stradale ‘Alt Polizia’, sistemato a distanza opportuna e avvistabile con sicurezza e in tempo utile affinché il conducente possa rallentare e fermarsi senza creare alcun pericolo alla circolazione. Il segnale deve essere poi ripetuto all’altezza del punto di arresto. Ovviamente chi non ha nulla da nascondere ha il compito di attenersi alle disposizioni degli agenti presenti al posto di blocco, offrendo la massima collaborazione. Lo stesso comportamento è ovviamente richiesto anche da chi sa di aver commesso qualche ‘peccatuccio’ (patente lasciata a casa, un paio di bicchieri di troppo, ecc.). Inutile peggiorare la propria posizione, meglio mostrarsi collaborativi.

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Infortuni sul lavoro per incidenti: oltre il 58% dei morti per rischio stradale

di Donato D'Ambrosi

Gli incidenti stradali sul lavoro sono una realtà tragicamente sempre più consistente quando si contano le vittime della strada. A dirlo è l’ACI, su un’elaborazione dei dati Inail che riportano il numero degli infortuni sul lavoro e dei morti per rischio stradale. Ecco chi e perché perde più spesso la vita in strada svolgendo il proprio lavoro.

OLTRE LA META’ DELLE VITTIME STRADALI CON UN VEICOLO

Secondo i dati dell’Inail il rischio stradale è responsabile del 58,5% degli incidenti stradali del 2018 rispetto al totale delle vittime per infortunio sul lavoro. Si contano sempre più vittime di infortuni in incidenti stradali in itinere. L’infortunio in itinere riguarda chi si sposta da casa all’azienda per la quale lavora, o tra due aziende per le quali lavora. Nel 2018, i morti sul lavoro sono stati 704, di cui 412 hanno coinvolto un veicolo.

CHI E’ PIU’ ESPOSTO AD INFORTUNI STRADALI SUL LAVORO

Le figure professionali più coinvolte sono i conducenti professionisti (autisti di camion, taxi, autobus, ecc) ma anche rappresentanti di commercio che passano ore al volante. La quota maggiore di infortuni in itinere nel 2018 ha riguardato le donne. Su un totale di 69 vittime, 39 erano di sesso femminile. Ma al di là di questo, secondo l’Inail quello degli infortuni per rischio stradale è un trend che sta nuovamente crescendo, con un costo sociale stimato in 17 miliardi di euro solo per il 2017 (fonte MIT).

LE CAUSE MAGGIORI DEGLI INCIDENTI CON RISCHIO STRADALE

Le cause dell’impennata di incidenti stradali con infortunio sul lavoro, sono legati a diverse cause. Le persone che svolgono un lavoro stressante a livello fisico e psicologico sono le più esposte. Il rischio di incidenti stradali però è indissolubilmente alla distrazione al volante e all’uso del cellulare alla guida. Tra le cause degli incidenti stradali in itinere però l’Inail non esclude la scarsa manutenzione stradale, l’elevata velocità, i ritmi di vita più veloci ma anche assunzione di farmaci e stupefacenti.

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Monopattini elettrici: la Francia inasprisce le norme

di Raffaele Dambra

Monopattini elettrici in Francia

Arriva l’annunciata stretta sull’uso dei monopattini elettrici in Francia dopo l’ennesima tragedia che ha coinvolto uno di questi veicoli, portando a 5 il numero delle vittime da inizio anno, più diversi feriti. Adesso, con l’approvazione di un apposito decreto entrato in vigore già venerdì scorso, i mezzi della micromobilità elettrica come monopattini, hoverboard, segway e simili sono pienamente riconosciuti dal Codice della Strada francese e, di conseguenza, sono soggetti a norme molto più rigide e relative sanzioni. Del resto la diffusione sul territorio d’Oltralpe dei ‘trottinettes électriques’ è stata talmente impetuosa (circa 350.000 pezzi venduti solo nel 2019) da rendere inevitabile una regolamentazione a livello nazionale.

MONOPATTINI ELETTRICI IN FRANCIA: LA NORMATIVA

Fino alla scorsa settimana, infatti, la circolazione dei monopattini elettrici in Francia era disciplinata su iniziativa dei singoli Comuni. Ad esempio Parigi aveva già fissato dei limiti ben precisi. Ma ora esiste finalmente una normativa valida in tutto il Paese i cui capisaldi sono i seguenti.
– Per guidare i monopattini elettrici e gli altri dispositivi analoghi bisogna avere almeno 12 anni. È assolutamente vietato trasportare passeggeri e trainare un qualsiasi carico, così come non è possibile circolare con auricolari e cuffie alle orecchie.
– La velocità massima consentita è di 25 km/h, una limitazione importante tenendo conto che sono in commercio monopattini capaci di sfrecciare fino a 80 km/h! Le aziende produttrici devono adeguarsi (bandendo i dispositivi che superano il limite consentito) entro il 1° luglio 2020.
– Si può circolare esclusivamente su piste ciclabili e ‘voies vertes’ (lunghi percorsi ciclopedonali). Oppure su strade aperte al traffico veicolare, ma solo in zone urbane il cui limite di velocità non supera i 50 km/h. Se le condizioni lo consentono, una specifica deroga comunale può permettere la circolazione dei monopattini elettrici anche sui marciapiedi, all’altezza del gradino, e su strade dove si toccano gli 80 km/h. È possibile parcheggiare sui marciapiedi ma senza creare intralcio ai pedoni.
– Il casco, non obbligatorio, è fortemente raccomandato in caso di traffico congestionato. La circolazione nelle ore di buio richiede l’uso di giubbotto o altri indumenti catarifrangenti. Monopattini e mezzi simili devono essere dotati di luci anteriori e posteriori, sistema di frenata e segnalatore acustico.

SANZIONI PER CHI NON RISPETTA LE NORME SULL’USO DEI MONOPATTINI ELETTRICI IN FRANCIA

Insieme alle nuove regole sono state introdotte anche nuove sanzioni per chi viola le norme sull’utilizzo dei monopattini elettrici in Francia. Si parte da una multa minima di 35 euro per chi trasporta un passeggero a ben 1.500 euro per chi supera il limite di velocità di 25 km/h, guidando un mezzo non conforme. Circolare su un marciapiede, fuori da un’area autorizzata o con gli auricolari alle orecchie costa invece 135 euro. Stessa cifra che pagheranno i genitori di un minore di 12 anni sorpreso a guidare un monopattino elettrico.

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Accendere i fendinebbia: come e quando per evitare una multa

di Donato D'Ambrosi

Usare i fendinebbia è indispensabile in molte località dove l’alto tasso di umidità non permette di vedere in sicurezza la strada in alcuni momenti della giornata. Poiché accendere impropriamente i fendinebbia anteriori o posteriori crea disturbo agli altri conducenti, non sono rare le multe per abuso di dispositivi di illuminazione. Come e quando bisogna accendere i fendinebbia? Ecco cosa dice la legge e come accorgersi se ci sono o meno le condizioni per poter usare gli antinebbia anteriori o i retronebbia in sicurezza.

FENDINEBBIA ANTERIORI E POSTERIORI, IL CDS E LA MULTA

L’utilizzo corretto dei fendinebbia non è sempre chiaro a chi abita in località dove la nebbia è un evento raro. Ma attenzione, poiché il termine “fendinebbia” non ne limita l’utilizzo al solo caso in cui la visibilità sia compromessa a causa della nebbia. Allo stesso modo il solo motivo per cui l’auto ne è dotata non autorizza indiscriminatamente all’accensione dei fendinebbia solo per vedere meglio. E’ tutto stabilito dall’art.153 del Codice della Strada sull’ “Uso dei dispositivi di segnalazione visiva e di illuminazione dei veicoli a motore e dei rimorchi”. Ci limitiamo però all’analisi del solo caso relativo ai fendinebbia sulle automobili. INtanto ricordate che chi viene sorpreso a guidare con i fendinebbia senza motivo, rischia una multa da 41 a 168 euro.

QUANDO ACCENDERE I FENDINEBBIA ANTERIORI

Intanto bisogna distinguere, come recita la legge, l’accensione dei fendinebbia anteriori da quella dei fendinebbia posteriori. Non è detto infatti che se si presenta la necessità di usare i fendinebbia anteriori automaticamente vanno accesi anche i retronebbia. Vediamo i singoli casi. L’accensione dei fendinebbia anteriori ormai presenti su tutti gli allestimenti medio-alti come elemento di design, è vincolata all’accensione delle luci di posizione o anabbaglianti. Si possono usare i fendinebbia anteriori anche di giorno, purché la visibilità di guida sia ridotta a causa di nebbia, fumo, foschia, nevicata in atto, pioggia intensa. Tutti i casi insomma in cui l’uso dei fari anabbaglianti e abbaglianti non aumenta la sicurezza.

QUANDO ACCENDERE I FENDINEBBIA POSTERIORI (RETRONEBBIA)

Se basta del fumo, nebbia, una pioggia intensa o neve per accendere i fendinebbia anteriori senza rischiare una multa, per i retronebbia bisogna fare una valutazione più approfondita. Secondo il Codice della Strada, infatti, i retronebbia (che servono ad aiutare gli altri conducenti a vedere meglio la nostra auto), vanno accesi quando per le stesse cause già citate, la visibilità è inferiore a 50 metri. Come si capisce se la visibilità è inferiore a 50 metri? Per capire se serve accendere anche i fendinebbia posteriori, bisogna guardare i delineatori di margine (se presenti) sulla carreggiata. Questi sono normalmente posizionati a una distanza di 50 metri sui tratti rettilinei. Se all’altezza del delineatore più vicino non si riesce a vedere il paletto successivo, vuol dire che è meglio accendere anche i retronebbia per farsi notare meglio dalle auto che seguono. Se viaggiate all’estero, ricordate sempre di controllare i regolamenti nazionali anche per quello che riguarda l’accensione dei fendinebbia soprattutto d’inverno.

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Alcoltest non attendibile se eseguito alcune ore dopo il sinistro

di Raffaele Dambra

Alcoltest non attendibile

L’alcoltest non è attendibile per verificare lo stato d’ebbrezza del conducente se viene effettuato alcune ore dopo il sinistro. In questo caso, affinché ci sia reato, è necessaria la presenza di ulteriori elementi indiziari dello stato di alterazione al momento dell’incidente. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 39725 del 27/09/2019, occupandosi del caso di un automobilista che aveva provocato un sinistro stradale guidando con un tasso alcolemico oltre i limiti consentiti, la cui misurazione era però avvenuta circa tre ore dopo i fatti.

PERCHÉ UN ALCOLTEST EFFETTUATO DOPO ALCUNE ORE È INATTENDIBILE

Nella fattispecie, come riporta il portale giuridico Altalex, il fatto di aver accertato lo stato di ebbrezza del guidatore (0,95 g/l in prima misurazione e 1,05 g/l in seconda, quando il limite in Italia è di 0,50 g/l) a distanza di diverse ore dall’incidente, contrasta la regola scientifica (la ben nota curva di Widmark) secondo la quale il picco dell’alcool nel sangue si rileva tra i venti ed i sessanta minuti dopo l’assunzione, fino a quando la curva ha un andamento ascendente, mentre successivamente il tasso degrada. È evidente quindi che il tasso alcolemico ben oltre i limiti rilevato tre ore dopo l’evento non poteva riferirsi a un’assunzione di alcol prima del sinistro ma successiva, come del resto dichiarato dal conducente e confermato da un testimone.

ALCOLTEST NON ATTENDIBILE: PER PROVARE LA GUIDA IN STATO D’EBBREZZA SERVONO ALTRI ELEMENTI INDIZIARI

Per condannare il responsabile del sinistro si deve dunque dimostrare inoppugnabilmente che fosse ‘ubriaco’ al momento dell’accaduto, sottoponendolo immediatamente ad alcoltest o al massimo entro mezzora dall’incidente. Altrimenti, come la giurisprudenza aveva già sentenziato, il decorso di un intervallo di tempo di alcune ore tra la condotta di guida incriminata e l’esecuzione del test alcolemico rende necessario, ai fini di verificare l’effettivo stato di ebbrezza (come da articolo 186 del Codice della Strada), la presenza di altri elementi indiziari.

L’ALCOLTEST ESEGUITO IN RITARDO IMPEDISCE DI ATTRIBUIRE LO STATO DI EBBREZZA

In definitiva, si legge nella sentenza della Corte di Cassazione, “è evidente che la considerazione dell’elemento probatorio inerente l’effettuazione dei controlli spirometrici, svolti dopo un lungo lasso temporale rispetto al momento dell’assunzione, impedisce di attribuire a quei rilievi valore scientifico certo circa lo stato di ebbrezza risalente a un momento di ore precedente quello dell’effettuazione del controllo, qualora la curva di Widmark si presenti ancora ascendente durante l’esecuzione del test”. Si desume perciò che l’alcoltest non è attendibile se eseguito alcune ore dopo il sinistro.

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Automobilisti senza cintura: una multa ogni cinque minuti

di Raffaele Dambra

Automobilisti senza cintura multa

Abbiamo contato almeno 5 buoni motivi per indossare sempre le cinture di sicurezza (anche posteriori), ma gli automobilisti italiani evidentemente la pensano in un’altra maniera, se è vero com’è vero che nel nostro Paese ogni 4,7 minuti viene comminata una multa per il mancato utilizzo delle cinture. E purtroppo la media, elaborata su dati forniti da Polizia e Carabinieri, continua a peggiorare. Nei primi nove mesi del 2019 gli automobilisti sanzionati per questa violazione sono aumentati del 10,1% rispetto allo stesso periodo del 2018.

AUTOMOBILISTI SENZA CINTURA: PIÙ DI 80 MILA NEI PRIMI 9 MESI DEL 2019

In particolare da gennaio a settembre 2019 sono stati multate 82.840 persone senza cinture di sicurezza. In termini assoluti si tratta della seconda infrazione più commessa dagli automobilisti italiani, superata soltanto dall’eccesso di velocità (525.497 sanzioni, +32,3%). Con la differenza, però, che il superamento dei limiti di velocità è molto più facile da rilevare, grazie ai dispositivi elettronici a distanza come autovelox e tutor, mentre la verifica delle cinture richiede necessariamente il controllo umano. Facile, quindi, che il numero dei trasgressori sia ben più alto.

IN AUTO SENZA CINTURE DI SICUREZZA: LE SANZIONI PREVISTE

Ricordiamo che secondo l’articolo 172 del Codice della Stradail conducente ed i passeggeri dei veicoli […] muniti di cintura di sicurezza hanno l’obbligo di utilizzarle in qualsiasi situazione di marcia”, e chi non ne fa uso “è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da 80 a 323 euro” (più la decurtazione di 5 punti dalla patente, sanzione aggravata in caso di recidiva nel biennio successivo alla prima infrazione). Inoltre il conducente risponde del mancato utilizzo della cintura da parte del passeggero minore di età. Ma solo se a bordo non è presente chi è tenuto alla sorveglianza del minore stesso. Mentre dell’eventuale violazione del passeggero maggiorenne ne risponde personalmente quest’ultimo. Inutile precisare che le cinture vanno correttamente allacciate anche sui sedili posteriori.

L’IMPORTANZA DI INDOSSARE LE CINTURE DI SICUREZZA

Oltre all’aspetto economico (non è mai piacevole prendere una multa), indossare le cinture di sicurezza è fondamentale per mitigare le conseguenze di un sinistro stradale. Anche a velocità non particolarmente sostenuta. Le statistiche dicono infatti che nel corso degli anni – le cinture come le conosciamo oggi, quelle a tre punti, sono state inventate nel ‘59 dalla Volvo – i dispositivi di ritenuta hanno salvato il 28% delle persone coinvolte in incidenti che avrebbero potuto essere mortali. Percentuale che può salire al 50% se le cinture sono dotate di pretensionatore (come su tutte le auto nuove da diversi anni) e con la contemporanea presenza degli airbag.

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Microsoft annuncia i dispositivi Windows 10 Secured-Core, ancora più sicuri

di Filippo Molinini

Microsoft ha annunciato oggi una nuova categoria di dispositivi, i più sicuri con Windows 10: si chiamano Secured-Core PC. Secured-Core Windows PC Sfruttando le più recenti innovazioni hardware integrate nelle CPU più moderne, Microsoft annuncia i PC Secured-Core. Sfruttando la sicurezza a livello hardware e le funzionalità per la sicurezza già disponibili in Windows 10, […]

Puoi leggere l'articolo Microsoft annuncia i dispositivi Windows 10 Secured-Core, ancora più sicuri in versione integrale su WindowsBlogItalia. Non dimenticare di scaricare la nostra app per Windows e Windows Mobile, per Android, per iOS, di seguirci su Facebook, Twitter, Google+, YouTube, Instagram e di iscriverti al Forum di supporto tecnico, in modo da essere sempre aggiornato su tutte le ultimissime notizie dal mondo Microsoft.

Smartphone al volante: arrivano le telecamere per scovare i trasgressori

di Raffaele Dambra

Smartphone al volante telecamere

I conducenti che maneggiano lo smartphone al volante mettono a rischio la sicurezza propria e soprattutto quella altrui, compresi i terzi trasportati. Per cui ben venga ogni iniziativa tesa a debellare questo pericolosissimo malcostume, come per esempio quella adottata di recente dalla polizia olandese, che ricevuto in dotazione un sistema di telecamere in grado di individuare un automobilista con il cellulare in mano. A prescindere che lo stia tenendo all’orecchio o vicino allo sterzo.

COME FUNZIONANO LE TELECAMERE PER MULTARE CHI USA LO SMARTPHONE AL VOLANTE

Come riporta il sito web del quotidiano torinese La Stampa, l’Olanda è il primo paese dell’Unione Europea a sfruttare questa tecnologia per contrastare l’uso dello smartphone al volante, e ha emanato il provvedimento dopo una sperimentazione durata 18 mesi che ha dato ottimi risultati (già 75 mila le multe comminate). Ma come funzionano le telecamere anti-smartphone? Gli apparecchi sono dotati di un software basato su un’intelligenza artificiale cui è stata ‘insegnata’ (non sappiamo bene come ma ci sono riusciti) la differenza tra chi guida con il telefonino e chi invece tiene in mano un oggetto non sanzionabile. In questa maniera l’obiettivo cattura solo chi effettivamente sta compiendo un’infrazione, mentre le foto innocue finiscono immediatamente distrutte per tutelare la privacy.

SMARTPHONE ALLA GUIDA: ANCHE IN AUSTRALIA TELECAMERE PER PIZZICARE I TRASGRESSORI

Le telecamere per stanare chi maneggia lo smartphone alla guida di un’auto sono dotate di sensori a infrarossi, così da poter funzionare anche nelle ore di buio. Al momento questi dispositivi sono utilizzati esclusivamente in autostrada e nel distretto di Utrecht, ma è probabile che presto saranno estesi a tutte le strade del paese. D’altronde sul tema della mobilità gli olandesi hanno sempre dimostrato di essere un passo più avanti rispetto agli altri. Più avanti per lo meno in Europa, dato che in Australia, e precisamente nello stato del Nuovo Galles del Sud, hanno già adottato un analogo sistema di telecamere che ‘legge’ la targa delle vetture e contemporaneamente inquadra dall’alto il parabrezza individuando eventuali conducenti da multare.

SMARTPHONE AL VOLANTE: E IN ITALIA?

E in Italia, vi starete domandando, come siamo messi? Non benissimo a dire il vero. Le sanzioni per chi guida usando irregolarmente lo smartphone ci sono già ma sono decisamente troppo blande. Per questo l’annunciata mini riforma del Codice della Strada, già approvata dalle apposite commissioni parlamentari e in attesa di giungere in Aula per la discussione finale, prevedeva un severo inasprimento delle pene, innalzando la forbice della multa dagli attuali 160/646 euro a 422/1.697 euro, con in più la sospensione della patente da sette giorni a due mesi già dalla prima infrazione. E inoltre, in caso di recidiva nel biennio successivo, la sanzione pecuniaria sarebbe stata ricompresa tra 644 e 2.588 euro, con sospensione della patente da uno a tre mesi e decurtazione da cinque a dieci punti, sempre dalla patente.

INASPRIMENTO DELLE SANZIONI: TUTTO IN ALTO MARE

Solo che, incredibile ma vero, molto probabilmente non se ne farà più nulla, e in Italia resteranno in vigore le sanzioni attualmente previste dall’articolo 173 del Codice della Strada. Nel corso di una recente audizione in Commissione Trasporti della Camera, la titolare del MIT, Paola De Micheli, ha riferito infatti che il testo della mini riforma del CdS è stato bocciato quasi totalmente dal Ministero dell’Economia e delle Finanze (presumibilmente per una questione di coperture), che nel suo parere ha lasciato in piedi pochissime norme. “Bisognerà fare quindi una seria verifica”, ha precisato la De Micheli, “Ma preferirei che se ne occupi il Parlamento: non ho nessuna intenzione di invadere, se non in caso di estrema necessità, le competenze del potere legislativo”. Toccherà dunque ai parlamentari decidere se seguire o meno i rilievi del MEF e, di conseguenza, approvare o affossare la mini riforma.

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T-red per la sicurezza? Ma con il tempo del giallo obbligatorio

di Donato D'Ambrosi

Le strade smart sono progettate per rendere più efficiente e sicura la circolazione: è sulla scorta di questo principio che l’Italia ha visto proliferarsi un esercito di semafori con telecamera. Si tratta dei T-red o anche noti come Vista-red: i semafori che identificano le auto che passano con il rosso. Un gran bel problema per tutti i casi in cui si è in ritardo sulla luce gialla ma in anticipo sul rosso. Evitare una multa del T-red può essere difficoltoso se il tempo di durata del giallo è un enigma. A questo proposito è stata lanciata una petizione per il contasecondi obbligatorio del giallo su tutti i semafori con telecamera.

TEMPO DELLA LUCE GIALLA OBBLIGATORIO SU TUTTI I T-RED

L’iniziativa del contasecondi obbligatorio su tutti i semafori T-red è dell’associazione La.Pi.S. (Laboratorio pinerolese per la città e il territorio Smart) con una petizione che si può sottoscrivere qui. L’invito della La.Pi.S. si rivolge anche al Ministro dei Trasporti affinché i semafori con telecamera T-red siano uno strumento per la sicurezza stradale e non un fine. Ad oggi infatti la faccenda del tempo del giallo ai semafori con T-Red è un po’ controversa per varie ragioni. Intanto il Comune può stabilire quanto deve durare il tempo del giallo in base alle caratteristiche della strada. Poi non c’è un parere univoco della giurisprudenza che stabilisca se la multa è valida quando il tempo del giallo scende sotto i 4 secondi. E qui si fa interessante la richiesta della La.Pi.S. sui contasecondi del giallo obbligatori per tutti i semafori con telecamera.

T-RED CON E SENZA CONTASECONDI COSA CAMBIA

Oggi l’installazione dei pannelli contasecondi per il tempo del giallo è obbligatoria solo se vengono installati nuovi semafori o se vi è un ammodernamento delle luci semaforiche. Se i semafori T-red con telecamera si vogliono eleggere a strumenti per la sicurezza stradale non dovrebbe esserci distinzione tra semafori vecchi e semafori nuovi. “Solo così si potrà contribuire a migliorare in modo intelligente e non vessatorio la sicurezza sulle strade delle nostre città – spiega la La.Pi.S. – adeguandosi alle buone pratiche già ampiamente utilizzate all’estero”.

LA PETIZIONE SUI SEMAFORI CON DURATA DEL GIALLO NOTA

La petizione La.Pi.S. che tuti possono sottoscrivere è stata sottoposta anche all’attenzione del Ministro dei Trasporti Paola De Micheli. Al Ministro si richiede l’accoglimento delle modifiche al Decreto 27 aprile 2017 che definisce le caratteristiche per l’omologazione e per l’installazione di dispositivi per visualizzare il tempo residuo del giallo. Sarebbe un modo per dimostrare che non ci sono semafori utilizzati dai Comuni per vessare gli automobilisti e semafori utili al miglioramento della sicurezza e alla riduzione degli incidenti.

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Telepass: cosa fare se la sbarra non si alza

di Raffaele Dambra

Telepass cosa fare se la sbarra non si alza

Il sistema con Telepass è stato creato con l’obiettivo di rendere più fluido il transito ai caselli autostradali, evitando code e fastidi. E dopo circa trent’anni possiamo senza dubbio affermare che tale obiettivo sia stato raggiunto. Gli abbonati Telepass, a fronte di una spesa tutto sommato sostenibile, perdono assai meno tempo rispetto agli altri automobilisti non dovendo espletare alcuna incombenza riguardante il pedaggio (la differenza si nota soprattutto nelle giornate di traffico intenso). Tuttavia non sono da escludere disagi anche per chi utilizza il Telepass. Per esempio la sbarra al casello potrebbe non alzarsi, stoppando la marcia dell’auto (e di tutte quelle dietro). Oppure potrebbe chiudersi troppo velocemente colpendo la vettura. Che fare in questi casi, per fortuna rari ma comunque possibili (e infatti già accaduti)? Proviamo a dare delle risposte.

COME FUNZIONA IL PASSAGGIO AL VARCO DEL TELEPASS

Normalmente quando un veicolo dotato di Telepass transita lungo l’apposita corsia riservata al casello, un impianto ottico lo riconosce e attiva l’emissione del segnale da parte dell’apposito apparato trasmettitore. L’impianto di bordo risponde alla ‘chiamata’ del dispositivo a terra, ritrasmettendo un codice identificativo univoco. La centralina a terra registra il passaggio del veicolo identificato e dà ordine di sollevare la sbarra. Il tutto avviene in una frazione di secondo e solitamente non si registrano problemi di sorta. Anche perché il conducente della vettura con Telepass ha comunque l’obbligo di mantenere la distanza di sicurezza e di rallentare la velocità durante il passaggio nella corsia riservata fino a 30 km/h. Questo, appunto, per prevenire qualsiasi imprevisto.

COSA FARE SE LA SBARRA DEL TELEPASS NON SI ALZA

Se per un’improvvisa avaria la sbarra del casello riservato al Telepass non dovesse alzarsi, bisogna arrestare la vettura (se al momento del transito si stavano rispettando distanze e limiti la brusca frenata non dovrebbe avere particolari conseguenze) ed evitare in ogni caso di fare retromarcia. Manovra scorrettissima e pericolosissima che l’articolo 176 del Codice della Strada punisce con una multa da 419 a 1.682 euro, più la decurtazione di 10 punti dalla patente. È vietato pure immettersi nella via di fuga laterale, che può essere usata solo in caso di emergenza. Quindi se la sbarra del Telepass non si alza si deve procedere così. Una volta fermata la macchina dinanzi alla sbarra chiusa, bisogna chiamare l’assistenza premendo il tasto rosso presente sulla colonnina installata. Se il disguido dipende dal segnale del varco, che per qualche motivo non ha ‘riconosciuto’ la vettura, un operatore provvede ad aprire da remoto la sbarra. Se invece a essere difettoso è l’apparecchio Telepass dell’automobilista (batteria scarica; posizione non consona; dispositivo spento per distrazione, ecc.) , l’operatore ‘legge’ il numero di targa e addebita l’importo del pedaggio, consentendo quindi il transito.

COSA FARE LE LA SBARRA DEL TELEPASS COLPISCE LA VETTURA

È successo qualche volta che la sbarra del Telepass, dopo essersi regolarmente alzata, si sia chiusa prima del previsto colpendo la vettura in transito. Che si fa in questi casi e, soprattutto, chi paga i danni all’auto danneggiata? Tre anni fa ha risposto al quesito direttamente la Corte di Cassazione con l’ordinanza 15394/2016. La Suprema Corte ha condannato Autostrade per l’Italia a risarcire un automobilista che, imboccata la corsia riservata al Telepass, non si era visto alzare a sufficienza la sbarra. Finendo per urtarla violentemente! Per ottenere il risarcimento il conducente deve però dimostrare di essere effettivamente abbonato al servizio Telepass (e quindi di aver diritto al passaggio nella corsia riservata), fornendo tutta la documentazione necessaria. Ovviamente se un automobilista urta la sbarra del Telepass con dolo o per cattiva condotta (eccesso di velocità, distrazione, ecc.), spetta a lui risarcire la società Autostrade per l’eventuale danneggiamento dell’infrastruttura.

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Allarme seggiolini bimbi: il 70% degli italiani favorevole all’obbligo

di Donato D'Ambrosi

L’allarme seggiolini bimbi obbligatorio divide i genitori, tra chi è pro e contro la nuova norma che entrerà in vigore dal 2020. Ci sono genitori convinti che dimenticare un bambino in auto sia un evento impossibile e chi trova giusto fare qualsiasi cosa per migliorare la sicurezza dei bambini in auto. E infatti un sondaggio di ConTe.it ha rilevato che quando ci sono bambini a bordo il comportamento del guidatore sarebbe più prudente. Ecco cosa pensano gli italiani dell’allarme seggiolini bimbi obbligatorio e quanto si lasciano alle distrazioni del cellulare al volante con i bambini in auto.

GLI ITALIANI E L’OBBLIGO ALLARME SEGGIOLINI

Chi è d’accordo ad acquistare e usare obbligatoriamente un allarme seggiolino per non rischiare di dimenticare bambini in auto? Secondo il rapporto dell’indagine il 69% degli italiani è favorevole all’allarme antiabbandono, un dato importante rispetto al 78% di quelli che affermano di conoscere la nuova legge. La maggior parte del campione di 1000 residenti nelle Province di Bologna, Milano, Palermo, Roma, Torino d’accordo con l’obbligo dell’allarme sono donne. Il 75% secondo l’indagine si concentra al Centro-Sud, paradossalmente però le zone in cui secondo le statistiche l’uso del seggiolino è meno diffuso.

COSA FANNO I GENITORI CON I BAMBINI IN AUTO

Quando c’è un bambino in auto non si fanno distinzioni: da nord a sud in media tutti affermano di essere più prudenti. Il 42% degli intervistati fa più attenzione al codice della strada, il 38% dichiara di ridurre la velocità ma solo il 24% allaccia sempre le cinture. Quando si passa alle distrazioni al volante si tocca un tasto caldo, anzi rovente. Solo il 10% degli intervistati confessa di evitare le distrazioni del cellulare al volante quando ci sono bambini in auto. Stime che se analizzate in modo oggettivo trasudano anche una confusione generalizzata. Rispettare il codice della strada ed essere prudenti non equivale forse anche ad allacciare sempre e comunque le cinture di sicurezza e usare i seggiolini (art. 172 CdS)? E vogliamo parlare del vizio di buttare l’occhio al display o chattare con lo smartphone in preda all’“astinenza da social” (art. 173 CdS)?

SI ALL’ALLARME SEGGIOLINI, MA LA SICUREZZA NON E’ PRIORITARIA

I bambini in auto dettano legge nella scelta dell’auto nuova: secondo l’indagine gli intervistati scelgono un modello in base alle esigenze della famiglia. Il 75% degli intervistati ammette che la scelta dell’auto è influenzata dalla presenza di figli. Il 47% dei genitori (soprattutto maschi) sceglie con un bagagliaio più spazioso; il 46% con interni più ampi e almeno 5 sedute (in prevalenza le donne). Il dato più preoccupante è che solo il 24% sceglie auto con più dispositivi avanzati di sicurezza o gli ADAS, come la frenata d’emergenza, il controllo di velocità o i rilevatori di stanchezza del conducente. Tra le città che si sono dichiarate più attente al fattore sicurezza di un’auto ci sono Bologna (34%), seguita da Roma (32%) e Torino (27%).

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Alcoltest positivo in auto parcheggiata: la multa vale lo stesso

di Redazione

Se l’auto è parcheggiata, ma il guidatore in stato d’ebbrezza, la multa è valida. Idem se il conducente si rifiuta di sottoporsi al test. Ora la Cassazione, con sentenza 41457/2019, conferma quanto già ha stabilito in passato: che la vettura sia ferma o in movimento, niente cambia; il guidatore ebbro va comunque sanzionato. Una regola che tutela la sicurezza stradale, a beneficio dello stesso guidatore e degli altri utenti. 

ALCOLTEST VALIDO ANCHE A MEZZO FERMO

Per la precisione, adesso la Cassazione si è occupata di un guidatore che, nel 2013, è sceso da un motociclo Ape Piaggio. Gli agenti delle forze dell’ordine lo hanno fermato: volevano sottoporlo ad alcoltest, ma l’uomo si è rifiutato, in quanto il mezzo era fermo. Alla fine della battaglia legale, il verdetto: violazione dell’articolo 186, comma 7 del Codice della strada, per rifiuto di sottoporsi alla prova. La multa (composta da diversi elementi) è la più cara, ossia 1.500 euro. Alcoltest valido anche a veicolo fermo, e rifiuto dell’alcoltest equivalente all’infrazione più pesante. Una norma anti-furbetti: sarebbe troppo facile scansare il verbale semplicemente impedendo all’agente di effettuare l’alcoltest.

ALCOLTEST: LE TRE FASCE DI SANZIONI

Infatti, il Codice della strada, punisce con una multa di 544 euro chi viene pizzicato con un valore corrispondente a un tasso alcolemico superiore a 0,5 e non superiore a 0,8 grammi per litro di sangue. All’accertamento della violazione consegue la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida da tre a sei mesi. La sanzione sale a 800 euro con l’arresto fino a sei mesi, per un tasso superiore a 0,8 e non superiore a 1,5 grammi; più la sospensione della patente da sei mesi a un anno. Infine, 1.500 euro, arresto da sei mesi a un anno, per un tasso superiore a 1,5 grammi per litro. All’accertamento del reato consegue in ogni caso la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida da uno a due anni. Se il veicolo appartiene a persona estranea al reato, la durata della sospensione della patente di guida è raddoppiata. Tutto questo anche ad auto ferma, parcheggiata, con alcoltest positivo.

STATO D’EBBREZZA: NOZIONE DI GUIDA

Ai fini del reato di guida in stato di ebbrezza, spiega la Cassazione, rientra nella “nozione di guida” la condotta di chi si trovi all’interno del veicolo: anche se dorme con le mani e la testa poste sul volante. Purché venga accertato che il guidatore abbia, in precedenza, condotto il mezzo in un’area pubblica. In materia di circolazione stradale, deve ritenersi che la “fermata” costituisce una fase della circolazione: è del tutto irrilevante, ai fini della contestazione del reato di guida in stato di ebbrezza, che l’auto sia ferma o in moto. Appena fuori dal veicolo, non si è pedoni, ma pur sempre guidatori che hanno condotto un mezzo mettendo a repentaglio la vita altrui e la propria.

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Monopattini elettrici Torino: assicurazione obbligatoria per chi noleggia

di Donato D'Ambrosi

I monopattini elettrici a Torino saranno presto una realtà, seppure in prova. Lo ha stabilito il Comune di Torino che ha approvato in Giunta le linee guida sulla circolazione e aperto al noleggio dei monopattini elettrici. Sulla scorta di quello che è successo in giro per l’Europa, anche Torino annuncia le linee guida sulla circolazione dei monopattini elettrici con una serie di regole. Dopo Milano anche a Torino si potrà noleggiare un monopattino elettrico e girare la città facendo attenzione alla segnaletica e a dove si parcheggia il monopattino.

MONOPATTINI ELETTRICI A TORINO, AL VIA I TEST

Il noleggio dei monopattini elettrici a Torino non sarà una falsa partenza, o almeno stando a quanto ha deliberato il Comune partendo da linee guida sulla sperimentazione della micromobilità elettrica. Si tratta in realtà di un test che inizia da novembre sulla circolazione dei monopattini elettrici a Torino. Tra i paletti sul noleggio dei monopattini elettrici a Torino, ci sono il prelievo fuori dai parcheggi dedicati, la sosta selvaggia con monopattini e l’assicurazione obbligatoria sui monopattini. Si rimanda però a un tavolo tecnico con gli operatori interessati a fornire il servizio di noleggio per definire le modalità e la gestione. La chiamata per gli operatori interessati sarà valida fino al 27 luglio 2021, termine della sperimentazione sulla circolazione dei monopattini e segway.

NOLEGGIO MONOPATTINI ELETTRICI

Si partirà con 500 monopattini a noleggio per ogni operatore, che potrebbero anche aumentare o diminuire dalle dichiarazioni dell’assessore alla Viabilità, Maria Lapietra. Anche se si parla principalmente di monopattini elettrici, la flotta di mezzi includerà anche bici a pedalata assistita e scooter elettrici. Il Comune ha tempo fino a fine novembre per installare la segnaletica stradale che avvisa della sperimentazione sulla micromobilità voluta dal Ministero. Da novembre poi partirà il noleggio dei monopattini elettrici a Torino. Le regole per guidare un monopattino elettrico in città saranno le stesse anche per chi ne possiede uno. Nelle piazze San Carlo, Castello, Vittorio Veneto, Carlo Alberto, Carignano e Palazzo di Città la sosta dei monopattini sarà consentita solo nelle aree destinate a parcheggio di cicli e motocicli. Nelle altre vie della città di Torino chi guida un monopattino dovrà comunque rispettare le norme del codice della strada.

ASSICURAZIONE OBBLIGATORIA SUI MONOPATTINI A NOLEGGIO

Il Comune di Torino punta tramite la sperimentazione dei monopattini elettrici ad incentivare i cittadini a forme di mobilità alternative all’auto. Mentre per i gestori detta condizioni sull’esistenza di un servizio di assistenza h24, sulla rimozione di monopattini di divieto di sosta e sul potenziamento del progetto MaaS (Mobility as a Service). “Ogni operatore dovrà destinare 5 euro per ogni mezzo alla piattaforma MaaS spiega l’assessore. Inoltre dovrà essere attivata l’assicurazione obbligatoria sul noleggio dei monopattini. I futuri gestori dello sharing devono sottoscrivere una polizza con massimali di almeno 5 milioni di euro per responsabilità civile verso terzi. L’assicurazione obbligatoria sui monopattini a noleggio deve coprire anche danni alle strutture e agli utilizzatori del servizio. Un’ulteriore polizza deve poi coprire, sempre con lo stesso massimale, anche la responsabilità civile personale del conducente del monopattino elettrico a noleggio.

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Crescita record del mercato PC: 71 milioni di dispositivi spediti nel Q3 2019

di Filippo Molinini

Il mercato dei personal computer è in crescita: nel terzo trimestre del 2019 è stato registrato un incremento record delle spedizioni. Incremento record del mercato PC, mai così alto dal 2012 Il Q3 2019 – ovvero il trimestre appena concluso – ha segnato un incremento record nel mercato dei PC. In particolare, le spedizioni di […]

Puoi leggere l'articolo Crescita record del mercato PC: 71 milioni di dispositivi spediti nel Q3 2019 in versione integrale su WindowsBlogItalia. Non dimenticare di scaricare la nostra app per Windows e Windows Mobile, per Android, per iOS, di seguirci su Facebook, Twitter, Google+, YouTube, Instagram e di iscriverti al Forum di supporto tecnico, in modo da essere sempre aggiornato su tutte le ultimissime notizie dal mondo Microsoft.

Vittime della strada: le province più vicine al traguardo Europa 2020

di Donato D'Ambrosi

Nella classifica delle province più sicure si distinguono quelle vicine al traguardo Europa 2020: 5 in particolare hanno ridotto il numero delle vittime della strada in modo esemplare. Il numero di incidenti stradali in Italia nel 2018 è molto variabile tra province e città. La classifica elaborata sui dati ACI premia le province di Agrigento, Barletta-Andria-Trani, L’Aquila, Campobasso, Taranto e Terni che hanno ridotto del 50% le vittime da incidenti stradali nel 2018 rispetto al 2010. Ci sono però molte altre province vicine all’obiettivo Europa 2020 e altre invece con incidenti stradali in aumento.

CITTA’ E PROVINCE CON MENO VITTIME STRADALI

Il report delle vittime stradali nel 2018 conta un numero di morti pari a 3.334 e 242.919 feriti in 172.553 incidenti stradali gravi. Questi dati però celano anche un aspetto di cui si parla poco e riguarda le province che hanno già superato il traguardo Europa 2020 riguardo le vittime della strada. La classifica delle province più virtuose nella riduzione delle vittime da incidenti vede in testa Barletta-Andria-Trani (-66%), L’Aquila e Campobasso (-52%), Taranto (-51%) e Terni (-50%). Sono questi i posti d’Italia che rispetto al 2010 hanno raggiunto il traguardo europeo (o l’hanno superato), a fronte di una riduzione media delle vittime della strada in Italia del -19%.

DOVE LE VITTIME DELLA STRADA SONO IN AUMENTO

Le province che ancora non hanno raggiunto l’obiettivo Europa 2020 ma hanno messo in atto best practice per la riduzione dei morti stradali sono Modena e Foggia (-18), Cuneo e Trapani (-16). Il numero di vittime della strada nelle province di Asti, Caserta e Taranto è diminuito invece solo di 15. Le province con un numero di vittime stradali in aumento invece vedono Genova in testa (+37) a causa del crollo del ponte Morandi. Anche Bari (+24) e Brescia (+22) seguono un progresso mancato nel miglioramento della sicurezza stradale.

CLASSIFICA DELLE PROVINCE PER INDICE DI MORTALITÀ

La media di incidenti stradali gravi in Italia nel 2018 è di 472 incidenti, 9 morti e 665 feriti. Numeri che tradotti in incidi di mortalità vedono il sud della Sardegna in testa ai luoghi d’Italia con più vittime (6,5 ogni 100 abitanti). L’indice di mortalità non è alto anche Vibo Valentia (6,2), Vercelli (6), Benevento (5,3) e Catanzaro (5,1) rispetto alla media di vittime stradali in Italia di 1,9 ogni 100 abitanti.   

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Patente revocata a vita per incidente con omicidio stradale

di Donato D'Ambrosi

La patente revocata è una conseguenza di una violazione molto grave del codice della strada o della mancanza dei requisiti psico-fisici del titolare. Se stai cercando informazioni sulla patente revocata per omicidio stradale, l’incidente stradale provocato da un’auto dei Carabinieri è costato la revoca della patente a vita al conducente dell’auto. Si tratta di una sentenza (in udienza preliminare) destinata cambiare la giurisprudenza sulla revoca della patente, che normalmente si può riprendere dopo alcuni anni. Mentre con questa sentenza il colpevole dell’incidente non potrà più guidare un’auto.

L’INCIDENTE STRADALE E LA PATENTE REVOCATA A VITA

Il fatto che l’incidente stradale tra una moto e un’auto abbia coinvolto una volante dei Carabinieri non ha comportato attenuanti. Anche perché in questo caso la manovra pericolosa del militare è avvenuta in una strada a senso unico. Una serie di concause che hanno spinto i giudici a condannare il militare per omicidio stradale con revoca della patente a vita. Una sentenza senza precedenti che riguarda un militare responsabile di guida pericolosa in servizio.

L’OMICIDIO STRADALE E LA REVOCA PERMANENTE DELLA PATENTE

Mentre era al volante dell’auto di servizio, l’auto dei Carabinieri avrebbe fatto una svolta a sinistra senza dare la precedenza di fronte. Inoltre, la manovra pericolosa, definita così dai giudici, è avvenuta in una strada dove l’auto poteva procedere solo dritto. Nell’incidente provocato dall’auto dei Carabinieri, il motociclista che proveniva dal senso opposto ha perso il controllo frenando ed è finito a terra. Le conseguenze dell’incidente non hanno lasciato scampo al motociclista che è morto dopo qualche giorno dal ricovero. Elementi che i giudici hanno usato per pronunciare la condanna a 18 mesi di reclusione per omicidio stradale con patente revocata a vita.

PATENTE REVOCATA PER 2 ANNI O A VITA

I casi comuni in un cui può avvenire la revoca della patente (art. 219 CdS), con la cancellazione della patente sono vari:

– Assenza di requisiti psico-fisici;
– Inidoneità alla guida;
– Guida con patente sospesa;
– Contromano su strade extraurbane o autostrade;
– Guida in stato di ebbrezza o alterato su mezzi superiori a 3,5t;
– Recidivo alla guida di un’auto a 60 km/h oltre il limite;
– Recidivo alla guida in stato di ebbrezza (oltre 1,5 g/l) o alterato per stupefacenti

In tutti questi casi può essere revocata la patente, tuttavia il titolare può ottenere una nuova patente dopo 2 o 3 anni in base al tipo di violazione. Un caso senza precedenti è invece quello della revoca della patente permanente per omicidio stradale in cui non c’era né sospensione e ne guida in stato psico-fisico alterato.

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Segnaletica mancante: chi è responsabile in caso di incidente?

di Raffaele Dambra

Segnaletica mancante

Il problema della segnaletica mancante o poco visibile è presente in molte città e ha spesso generato incidenti e controversie, con uno stucchevole rinfacciarsi della responsabilità tra Comuni, gestori delle strade e gli stessi automobilisti. In effetti quando la segnaletica, sia verticale che orizzontale, risulta deficitaria è consuetudine dar la colpa a chi avrebbe dovuto occuparsi della manutenzione stradale. Ma allo stesso tempo bisogna ammettere che non di rado si fa un uso strumentale di queste situazioni per tentare di ottenere un risarcimento o contestare una contravvenzione. Non a caso la Corte di Cassazione è intervenuta più volte per chiarire alcuni aspetti che riguardano proprio la mancanza della segnaletica.

SEGNALETICA MANCANTE: LA (NON) RESPONSABILITÀ DEI COMUNI

Le ultime esattamente due anni fa, e in una di queste la Suprema Corte ha dovuto esprimersi su un caso molto delicato visto che ci era scappato il morto. Nella fattispecie un motociclo e un’autovettura si erano scontrate in corrispondenza di un incrocio fra due strade di pari gerarchia non regolate da alcuna segnaletica, né orizzontale né verticale. L’impatto aveva causato il decesso del conducente del motociclo, e i suoi familiari, nell’avanzare richiesta di risarcimento, avevano attribuito parte della responsabilità al Comune proprietario della strada, reo di non aver previsto alcun tipo di segnaletica che regolasse il diritto di precedenza. Responsabilità però negata dalla Cassazione con la sentenza 1289/2017 poiché “la mancata apposizione della segnaletica non crea alcuna situazione di contrasto e non configura una responsabilità effettiva dell’amministrazione, che ha un ampio potere discrezionale nella scelta dei luoghi dove apporre i segnali di pericolo”.

SEGNALETICA STRADALE MANCANTE: SI APPLICANO LE NORME DEL CODICE DELLA STRADA

In pratica i Comuni hanno il dovere di intervenire, collocando l’opportuna segnaletica, solo se la viabilità è messa in pericolo da insidie od ostacoli nascosti o imprevedibili. Altrimenti possono liberamente “omettere di apporre segnaletica stradale, senza che ciò comporti una loro responsabilità e un obbligo di risarcimento in caso di sinistro”. Questo perché, in assenza di segnali stradali, gli automobilisti e i motociclisti possono far sempre riferimento alle norme del Codice della Strada, che sono più che sufficienti a regolare la circolazione e a garantire l’assenza di inconvenienti. Un orientamento confermato qualche mese dopo con l’altra sentenza 10520/2017, con cui la Cassazione ha ribadito che, in mancanza di una segnaletica intelligibile, si applicano in ogni caso le regole del CdS con conseguente esclusione di responsabilità dell’ente custode della strada in caso di incidente.

SEGNALETICA POCO VISIBILE: SI POSSONO CONTESTARE LE MULTE?

Per quanto riguarda invece l’eventualità di contestare una multa in caso di segnaletica poco visibile o sbiadita, è necessario che la carenza sia tale da escludere qualsiasi responsabilità del conducente. Insomma, non basta (per esempio) lamentarsi di aver parcheggiato l’auto in divieto di sosta perché l’apposito segnale era semi-nascosto dai rami di un albero. Per avere buone chance di vincere un ricorso bisogna dimostrare l’effettiva inidoneità della segnaletica verticale ad assolvere la funzione che gli è stata assegnata. Mentre se a risultare insufficiente è la segnaletica orizzontale (in caso di strisce blu scolorite o situazioni simili), la sanzione può essere annullata solo se manca pure la segnaletica verticale. L’articolo 38 comma 2 del Codice della Strada dispone infatti che “le prescrizioni dei segnali verticali prevalgono su quelle dei segnali orizzontali”.

COME CONTESTARE UNA MULTA CAUSATA DA SEGNALETICA SBIADITA

Se si pensa che ci siano i presupposti per contestare la multa (meglio prima sottoporre il caso specifico al parere di un avvocato o comunque di un esperto in materia) si può fare ricorso presso il Giudice di Pace oppure rivolgendosi al Prefetto. Le prove possono essere fornite sia mediante testimoni che attraverso documentazione fotografica databile (si deve cioè dimostrare che il segnale stradale presentava delle carenze proprio il giorno in cui è stata comminata la contravvenzione).

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Strisce blu gratis anche per i disabili senza auto e patente

di Raffaele Dambra

strisce blu gratis disabili

Con la sentenza 24936/2019 la Corte di Cassazione ha deliberato che i parcheggi delimitati dalle strisce blu sono gratis anche per i disabili senza auto e patente propria (perché magari, a causa di una disabilità molto grave, non sono in grado di guidare). Ovviamente il beneficio si applica ai loro accompagnatori e soltanto nei Comuni che autorizzano la sosta gratuita sulle strisce blu ai portatori di handicap, quando gli appositi stalli riservati ai disabili sono già tutti occupati.

STRISCE BLU GRATIS PER I DISABILI: LA NORMATIVA

Prima di addentrarci nel caso in questione, ricordiamo che la normativa nazionale prevede numerose agevolazioni per chi possiede il contrassegno disabili, tra cui la sosta nei parcheggi a pagamento delimitati dalle strisce blu (qualora gli spazi ‘gialli’ per i portatori di handicap risultino già occupati), ma solo se espressamente stabilita dal Comune. Per esempio Roma, Milano e Torino, per citare alcune tra le maggiori città d’Italia, la consentono; altre, come Napoli, pongono invece delle limitazioni. Gli interessati devono quindi informarsi presso il proprio Comune di residenza per sapere con esattezza se possono parcheggiare liberamente sulle strisce blu. A questo proposito nei mesi scorsi l’On. Maria Chiara Gadda, allora nel PD ma oggi passata a Italia Viva di Renzi, ha presentato insieme ad altri 50 colleghi un disegno di legge per permettere a tutti i cittadini con disabilità di posteggiare gratuitamente negli spazi blu.

STRISCE BLU GRATIS PER DISABILI SENZA AUTO E PATENTE: IL GIUDIZIO DELLA CASSAZIONE

Proprio a Torino (città che, come abbiamo visto, consente ai disabili la sosta sulle strisce blu) la Suprema Corte è dovuta intervenire per dirimere una controversia tra il Comune e la onlus UTIM, che si occupa della tutela delle persone con disabilità intellettiva. Motivo del contendere: il regolamento comunale approvato nel 2016 che, pur prevedendo il diritto per i portatori di handicap a parcheggiare gratis sulle strisce blu, l’aveva circoscritto ai soli possessori di patente e autoveicolo, escludendo chi ne fosse sprovvisto (salvo che per comprovate esigenze di lavoro e/o di cura). E al termine del dibattimento la Cassazione ha dato pienamente ragione alla onlus giudicando ‘discriminatorio’ il regolamento del Comune di Torino, che adesso dovrà rimodulare la delibera del 2016 e risarcire quei disabili che sono stati penalizzati.

LE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA

L’Amministrazione comunale torinese”, si legge nella motivazione della sentenza riportate dall’Ansa, “nel rilasciare ai disabili muniti di patente e proprietari di veicolo un permesso gratuito per parcheggiare sulle strisce blu del centro cittadino, ha contestualmente posto in essere una condotta discriminatoria indiretta di danni dei disabili (presumibilmente affetti da una patologia più grave) non muniti di patente e non proprietari di un autoveicolo, che necessitano per i loro spostamenti del necessario ausilio di un familiare, i quali possono fruire dello stesso permesso solo documentano accessi frequenti nel centro cittadino per lo svolgimento di attività lavorative, di assistenza e cura. Non vi è dubbio che una tale previsione si configuri come discriminatoria ai loro danni, in quanto non reputa meritevole di tutela l’accesso gratuito del disabile al centro cittadino per motivi di mero svago e di relazione sociale, come invece consentito ai disabili con patente ed autoveicolo”.

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