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Meno recentiChimera Revo

Huawei Nexus 6P

di Jessica Lambiase

Huawei Nexus 6P è uno smartphone con display da 5.7″ e risoluzione pari a 2560 x 1440 pixel, dotato di sistema operativo Android 6.0 Marshmallow. E’ equipaggiato con processore Qualcomm MSM8994 Snapdragon 810 Octa-Core a 1.82 GHz (Quad-Core a 1.82 GHz + Quad-Core a 1.56 GHz), affiancato da 3 GB di RAM e 32, 64 o 128 GB di memoria interna, non espandibile tramite microSD. Huawei Nexus 6P è dotato di fotocamera anteriore da 8.0 MP e posteriore da 12.3 MP; la batteria ha una capienza di 3450 mAh.

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LG Nexus 5X

di Jessica Lambiase

LG Nexus 5X è uno smartphone con display da 5.2″ e risoluzione pari a 1920 x 1080 pixel, dotato di sistema operativo Android 6.0 Marshmallow. E’ equipaggiato con processore Qualcomm MSM8992 Snapdragon 808 Esa-Core a 1.82 GHz (Dual-Core a 1.82 GHz + Quad-Core a 1.44 GHz), affiancato da 2 GB di RAM e 16 o 32 GB di memoria interna, non espandibile tramite microSD. LG Nexus 5X è dotato di fotocamera frontale da 5.0 MP e posteriore da 12.3 MP; la batteria ha una capienza di 2700 mAh.

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Android 6.0 Marshmallow: tutte le novità

di Giuseppe F. Testa

L’annuncio dei nuovi Nexus 6P, Nexus 5X, Chromecast 2 e Chromecast Audio andata in scena nella serata di ieri ha rappresentato anche l’occasione per presentare al pubblico il sistema operativo Android 6.0 Marshmallow, al debutto entro la prossima settimana sui dispositivi Nexus 5, Nexus 6, Nexus 7 (2013), Nexus 9 e Nexus Player con un aggiornamento OTA (over-the-air) e presumibilmente nei mesi successivi per tutti i modelli di punta dei principali produttori.

Quali sono le novità lato software presentate dal palco di San Francisco? Vediamole insieme.

Nuove feature

Sul palco sono state mostrate le migliorie su alcuni gesti molto usati dagli utenti come la selezione del testo o la gestione del copia-incolla; è stata mostrata la possibilità di interagire mediante comandi vocali direttamente dalla schermata di blocco; é stato introdotto un indicatore per la ricarica rapida; abbiamo assistito alla piena evoluzione delle animazioni in pieno stile Material Design; nuove notifiche heads-up rese maggiormente funzionali (per avvisare l’utente in modo non invasivo) e alla fine è stato presentato il nuovo launcher già visto in azione nei giorni scorsi con l’app drawer in cui le icone sono disposte in verticale lungo un elenco ordinato con criterio alfabetico e accesso rapido a quelle più utilizzate.

Android 6.0

Autonomia dispositivi

Migliora la durata della batteria, con l’arrivo della modalità Doze che gestisce in modo ottimale il consumo energetico durante la fase di standby prolungato, tipo in piena notte: i test realizzati su Nexus 5 e Nexus 6 parlando di un incremento di autonomia pari a circa il 30%.

Android 6.0

Controllo autorizzazioni e permessi

La lista delle migliorie non si conclude qui e tocca anche un aspetto molto discusso dalla community: le autorizzazioni delle app, con una maggiore libertà d’azione offerta all’utente, così da poter decidere a quali software consentire l’utilizzo dei propri dati.

Android 6.0

Su Marshmallow ci saranno meno applicazioni pre-installate e che quelle incluse anche nelle ROM stock di altri operatori non saranno più bloccate, ma potranno essere eliminate velocemente.

Now on Tap e migliorie per sviluppatori

Android 6.0 include anche tecnologie come Now on Tap, presentata a fine maggio in occasione del Google I/O 2015, per ottenere velocemente informazioni in base al contesto in cui ci si trova, con un semplice tocco prolungato sul pulsante Home.

Now on tap

Per quanto riguarda gli sviluppatori, potranno beneficiare dell’interazione mediante comandi vocali all’interno delle app, anche a schermo spento grazie al sistema “always-on-detection”.

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Smartwatch: i migliori da comprare

di Andrea Rossi

Eleggere i migliori smartwatch sta iniziando a essere davvero impegnativo: se in passato i modelli erano pochi e risultava abbastanza semplice compararli, adesso le cose sono decisamente cambiate.

Gli smartwatch in vendita infatti sono sempre di più, realizzati anche da marchi emergenti che riescono, nonostante la spietata concorrenza a sfornare dei prodotti davvero interessanti. Se da una parte questo significa più lavoro per noi, corrisponde anche a una maggiore possibilità di scelta e a un leggero abbattimento dei prezzi per gli utenti.

Nel caso in cui stiate cercando il miglior smartwatch da comprare quindi oggi vi trovate nel posto giusto. Tutto ciò che dovete fare è dedicarci qualche minuto del vostro tempo e rimanere comodamente in attesa di scoprire il nostro verdetto.

Migliori smartwatch: come sceglierli

Scegliere lo smartwatch da acquistare non è affatto semplice anche perché i modelli disponibili, a parte alcune eccezioni sono davvero molto simili. Per aiutarvi in questo processo quindi, abbiamo deciso di stilare una lista delle caratteristiche di uno smartwatch da prendere in considerazione prima di acquistarne uno.

  • Sistema operativo: anche se tutti gli smartwatch sono compatibili sia con Android che con iOS, è bene tenere a mente che il sistema operativo che sceglierete andrà comunque a influenzare alcune caratteristiche. Di sicuro i migliori sono watchOS e Wear OS, ma non mancano alcune alternative con sistema operativo proprietario che risultano comunque interessanti.
  • Hardware: CPU, RAM e memoria interna sono fattori da non sottovalutare certo, ma nemmeno dettagli per cui impazzire. La maggior parte dei modelli si è infatti standardizzata sui 512 MB e i 4 GB di memoria interna, più che sufficienti per un prodotto del genere. Non è raro però trovare smartwatch con caratteristiche differenti.
  • Schermo: a parte la forma, che risulta essere un valore puramente soggettivo, sono luminosità, leggibilità e consumi che influenzano la scelta. Da qualche tempo quasi tutti i produttori utilizzano pannelli OLED proprio per le loro ottime prestazioni e l’impatto minore sulla batteria.
  • Funzionalità: quasi tutti i sistemi operativi offrono centinaia di opzioni diverse ed è bene quindi concentrarsi anche su quelle extra come GPS, altoparlante integrato o lettore di battito cardiaco.
  • Peso: da non trascurare assolutamente. Lo smartwatch è infatti un accessorio che porterete sempre con voi e anche pochi grammi possono davvero fare la differenza.
  • Autonomia: questa caratteristica può davvero fare la differenza fra uno smartwatch e l’altro. Si tratta infatti di una componente fondamentale ancora non gestita in maniera ottimale per motivazioni puramente tecniche.

I migliori smartwatch da acquistare

Dopo questa doverosa introduzione, è il momento di partire alla ricerca del miglior smartwatch da comprare. Nei prossimi paragrafi infatti, suddivisi comodamente per fascia di prezzo, troverete i modelli che abbiamo selezionato per voi. Siete pronti?

Migliori smartwatch low cost

Mi Band 3

Sistema operativo: proprietario | Autonomia: 20 giorni | Peso: 20 grammi | Sensore battiti: sì | GPS: no

Sebbene alcuni di voi storceranno il naso a vedere questo prodotto fra gli smartwatch, in realtà Mi Band 3 offre delle caratteristiche che esulano dal mondo delle smartband. Dotato di schermo OLED e con un’autonomia di circa 20 giorni, si tratta del partner ideale per stare sempre al vostro polso grazie anche al peso di soli 20 grammi. 

Amazfit Bip

Sistema operativo: proprietario | Autonomia: 40 giorni | Peso: 32 grammi | Sensore battiti: sì | GPS: sì

Amazfit Bip è senza dubbio il miglior smartwatch economico attualmente in vendita. Molto semplice ma allo stesso tempo funzionale, è dotato di un’autonomia strabiliante e del GPS integrato. Anche in questo caso il peso è davvero contenuto e troverete a bordo la possibilità di registrare le vostre sessioni sportive preferite.

Migliori smartwatch a 200 Euro

Ticwatch E

Sistema operativo: Wear OS | Autonomia: 24 ore | Peso: 45 grammi | Sensore battiti: sì | GPS: no

Ecco a voi il primo smartwatch economico e con pannello OLED a colori. Ticwatch ha fatto del suo meglio per realizzare un prodotto completo senza alzare i prezzi e sembra davvero esserci riuscita. Grazie a Wear OS avrete a disposizione tutte le funzioni offerte da Google e alcune personalizzazioni davvero interessanti. Peccato per l’autonomia non proprio fra le migliori.

Ticwatch S

Sistema operativo: Wear OS | Autonomia: 24 ore | Peso: 45 grammi | Sensore battiti: sì | GPS: sì

Molto simile al modello precedente, presenta colorazioni differenti, una cassa con rifiniture più curate e il GPS integrato. È questa infatti l’unica grande differenza rispetto al fratello minore. Il prezzo di Ticwatch S è calato rispetto al passato e vi consigliamo di sceglierlo se il vostro budget è limitato.

Amazfit Stratos 2

Sistema operativo: proprietario | Autonomia: 10 giorni | Peso: 32 grammi | Sensore battiti: sì | GPS: sì

Prodotto indirettamente da Xiaomi, Amazfit Stratos 2 è un ottimo smartwatch che presenta però alcune limitazioni a causa del sistema operativo proprietario. Sono comunque tantissime le opzioni offerte agli sportivi, come il calcolo della VO2 Max e la possibilità di analizzare fino a 11 tipi di attività. Completano il quadro un’autonomia decisamente sopra la media e la presenza del GPS integrato.

Fitbit Versa

Sistema operativo: proprietario | Autonomia: 4 giorni | Peso: 36 grammi | Sensore battiti: sì | GPS: no

Fitbit ha da poco rinnovato completamente la sua gamma di accessori per lo sport e Versa è uno dei nuovi smartwatch che sono stati presentati. Dotato di un design moderno e piacevole, consente di monitorare in maniera avanzata l’attività sportiva, oltre a consentire il rilevamento del battito cardiaco e il controllo della riproduzione musicale. Molto interessante l’app utilizzata per l’accoppiamento che da sempre è una delle migliori in circolazione.

Misfit Vapor

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Orologio Unisex Adulto Misfit MIS7004
Misfit - Orologio
199,99 EUR - 9% 181,00 EUR

Sistema operativo: Wear OS | Autonomia: 36 ore| Peso: 73 grammi | Sensore battiti: sì | GPS: no

Misfit è un marchio che da anni produce accessori per sportivi e non solo da portare al polso. Questo smartwatch è sicuramente un prodotto interessante, nella media della fascia di prezzo. Ottima la presenza a bordo di Wear OS mentre manca il GPS integrato e l’autonomia è poco più che sufficiente.

Migliori smartwatch a 300 Euro

Samsung Gear Sport

Sistema operativo: Tizen | Autonomia: 3 giorni | Peso: 68 grammi | Sensore battiti: sì | GPS: sì

Samsung Gear Sport è uno smartwatch coloratissimo pensato prevalentemente per gli sportivi. Questo non toglie che, viste le ottime caratteristiche tecniche sia adatto anche agli appassionati di tecnologia. Davvero comoda la ghiera girevole che consente di navigare fra i menu mentre GPS integrato e autonomia sopra la media ne elevano ancora di più le qualità.

Huawei Watch 2

Sistema operativo: Wear OS | Autonomia: 2 giorni | Peso: 59 grammi | Sensore battiti: sì | GPS: sì

Huawei Watch 2 è forse il miglior smartwatch Android del momento. Sebbene le caratteristiche siano simili a molti altri modelli infatti, solo su questo prodotto sono state ottimizzate in maniera davvero interessante. Ne consegue che oltre ad avere il GPS integrato, questo smartwatch riesce a coprire due giorni di utilizzo reale senza particolari problemi.

Samsung Gear S3 Frontier

Samsung Gear S3 Frontier Smartwatch, Nero
Samsung - Accessorio
247,18 EUR

Sistema operativo: Tizen | Autonomia: 4 giorni | Peso: 63 grammi | Sensore battiti: sì | GPS: sì

S3 Frontier è uno smartwatch completo sotto tutti i punti di vista. Dotato di un design davvero bellissimo, risulta solido ma allo stesso tempo comodo da indossare. Anche su questo modello è presente la ghiera circolare di comando e l’autonomia, con utilizzo continuato, sfiora i 4 giorni.

Migliori smartwatch sopra i 300 Euro

Samsung Galaxy Watch

Offerta

Sistema operativo: Tizen | Autonomia: 5 giorni | Peso: 65 grammi | Sensore battiti: sì | GPS: sì

Appena presentato, Galaxy Watch è uno smartwatch che punta a conquistare il mercato con un design di prima qualità e caratteristiche tecniche di alto livello. Non manca un software sempre all’altezza della situazione, migliorato negli anni e ora quasi perfetto. Aumentano le funzioni dedicate agli sportivi mentre l’autonomia rimane un punto di forza di questa serie.

Apple Watch

Sistema operativo: watchOS| Autonomia: 2 giorni | Peso: 42 grammi | Sensore battiti: sì | GPS: sì

Apple Watch è senza dubbio un’icona nel mondo della tecnologia e risulta il miglior smartwatch per chi utilizza uno smartphone mosso da iOS. Il sistema operativo è davvero stupendo, con tantissime funzioni dedicate e il design non è da meno. Certo, il costo è importante, ma come dire di no a un oggetto del genere?

Altri articoli interessanti e conclusioni

Come vi avevamo promesso, siamo arrivati alla fine di questa guida consigliandovi quali sono i migliori smartwatch da comprare. I modelli che vi abbiamo presentato coprono tutte le fasce di prezzo e non vi rimane che da scegliere quello più adatto alle vostre esigenze.

Nel frattempo, se volete scoprire ancora più prodotti tecnologici dedicati allo sport e non solo, vi lasciamo alcuni articoli che troverete sicuramente utili.

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I migliori emulatori per console retrò

di Giuseppe F. Testa

I giochi per le console recenti sono pieni di effetti speciali, grafica ultra-realistica e colonna sonora da far invidia ad un film. Ma per molti aspetti manca, in alcuni giochi, una componente fondamentale: il divertimento puro. In un’epoca dove “tutto ciò che è bello deve essere graficamente impeccabile” potrebbe essere una buonissima idea abbracciare il retrogaming, giocando ai titoli che hanno fatto la storia della nostra infanzia (per alcuni almeno) o sono stati menzionati spesso sulle riviste o su YouTube.

Per riassaporare un po’ di storia video-ludica, può essere un’ottima idea provare uno di questi emulatori, perfettamente funzionanti su qualsiasi PC abbastanza recente.

NOTA: per funzionare gli emulatori richiedono il BIOS e le ROM originali delle console e dei giochi, reperibili online. Chimera Revo non segnalerà alcuna fonte illegale, ma sappiate che il Web è pieno di guide su come estrarre il BIOS dalla propria console (procedura legale) e su come scaricare BIOS e ROM (illegale).

I migliori emulatori per console retrò

Super Nintendo Entertainment System (SNES) -> ZSNES

ZSNES

Una pietra miliare del divertimento. Le cartucce all’epoca costavano un’occhio della testa, ma oggi le edizioni speciali sono diventate veri e propri oggetti da collezione. Possiamo giocare a tutti i titoli per SNES usando ZSNES, davvero molto ben fatto e con requisiti davvero minimi su cui girare (anche portatili di qualche anno possono farcela senza problemi). Da avere a tutti i costi insieme a titoli del calibro di Final Fantasy 4, Super Mario World, i celebri Chrono Trigger, Secret of Mana, Breath of Fire, Dragon Quest V e Terranigma.

LINK | ZSNES

Sega Saturn -> Yabause

emulatori per console

Successore del Mega Drive e con ben due CPU a 32 bit, il Sega Saturn non ha avuto la fortuna che meritava, anche per colpa di uno sviluppo di giochi molto difficile lato programmazione. Nonostante tutto i giochi non mancano, e l’emulatore funziona in maniera praticamente perfetta.

LINK | Yabause

Sony PlayStation -> PCSX-Reloaded

PCSX-Reloaded

Cosa dire di più? Ancora adesso è sinonimo di console per moltissimi. La console più venduta della sua generazione, sopravvissuta anche ai suoi successori visto lo sterminato parco di giochi disponibili per tale console (oltre 5000 titoli). Con PCSX l’emulazione è perfetta, possiamo davvero goderci tutti i titoli per questa gloriosa console senza timori, come fossimo sull’originale.

LINK | PCSX-Reloaded

Nintendo 64 -> mupen64plus

emulatori per console

Avete presente Super Mario 64, il miglior gioco platform del mondo, anche nel 2015? Bene, potete giocarci emulando la console Nintendo più sottovalutata dell’epoca, che ebbe poca fortuna (al di fuori degli appassionati Nintendo), nonostante l’enorme potenziale, anche per colpa dell’exploit di PlayStation. Tantissimi titoli divertenti vi aspettano, basta solo cercare le ROM.

LINK | mupen64plus

Sega Dreamcast -> nullDC e lxdream

Lxdream

Se il Nintendo 64 è stato sottovalutato, Dreamcast è rimasto solo un “sogno” per i piani di gloria di Sega, al punto da diventare l’ultima console prodotta dalla famosa casa produttrice. Eppure non le mancava nulla: multiplayer online, CPU a 128bit (la PS2 sarebbe arrivata molto dopo) e molti titoli originali, con una grafica irraggiungibile per l’epoca persino dai PC. Ora possiamo goderci i suoi giochi al meglio con due emulatori: uno per Windows e l’altro per Mac e GNU/Linux. Occhio: la potenza richiesta per l’emulatore sale vertiginosamente; consiglio di provare ad emularla solo se avete almeno un dual core e 4 GB di memoria RAM, oltre che ad una scheda video discreta.

LINK | nullDC (Windows)

LINK | lxdream (Mac e GNU/Linux)

Sony PlayStation 2 -> PCSX2

PCSX2

L’erede della console più diffusa al mondo è un concentrato di potenza e prestazioni, e ha fatto la fortuna di chi non possedeva ancora un (costosissimo) lettore DVD per i film: potevi avere console e lettore DVD in un unico prodotto, una trovata geniale! La console è perfettamente emulabile e quasi tutti i giochi più famosi vi girano senza problemi, ma è richiesta una potenza del PC adeguata (almeno dual-core e 4 GB di RAM).

LINK | PCSX2

Nintendo GameCube -> Dolphin

Dolphin

Il GameCube è la console della riscossa per Nintendo: l’obiettivo è battere PS2, e la missione è parzialmente riuscita. Confermati tutti i titoli famosi della casa nipponica, qui disponibili con una grafica decisamente più accurata, con tanto di esclusiva Resident Evil 4 (poi uscito anche su PS2 per questioni di marketing). Emulatore discreto, ma potrebbe dare problemi con alcuni giochi meno noti.

LINK | Dolphin

Microsoft Xbox -> DxBx

DxBx

L’inizio di tutto per Microsoft. Un’impresa impossibile per alcuni, ma non per il colosso che ha portato nelle nostre case Windows. La console è potente, i giochi non mancano (specie i primi Halo), basta solo un PC sufficientemente potente per godere appieno dell’emulatore.

LINK | DxBx

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Aggiornamento Android: tutte le novità

di Thierry Vaccher

Attualmente, Android, è il più popolare sistema operativo mobile esistente. Da International Data Corporation risulta che Android abbia eclissato iOS nella metà del 2010, ed è dalla fine del 2014 che il sistema operativo possiede circa l’81% della quota di mercato, contro il 15% di iOS. L’acquisizione dell’allora timido Google è ora quanto di più scottante nell’ambito del mercato mobile e domina il paesaggio di smartphone, tablet e dispositivi connessi. Ad ora è difficile guardarsi intorno senza vederne uno, ma non è sempre stato così. 

Ripercorriamo insieme tutta la storia di Android e dei suoi aggiornamenti, dal primissimo Android 1.0 all’ultimissimo Android 7.1!

Indice degli agromenti

Aggiornamento Android: le novità

Le origini

Il sistema operativo, come lo conosciamo ora, prende vita nell’ottobre 2003, prima dell’acquisizione da parte di Google, sotto il nome di Android Inc. A quel tempo, Android, Inc. era gestita da Andy Rubin (che in seguito si è unito a big G) e dai suoi colleghi Rich Miner, Nick Sears e Chris White. Il loro obiettivo era di sviluppare “dispositivi mobili intelligenti consapevoli della posizione e delle preferenze del loro proprietario”, ma non avevano i telefoni cellulari nel mirino. Android, Inc. è stata inizialmente focalizzata su macchine fotografiche digitali, ma presto si resero conto che il mercato delle fotocamere digitali intelligenti non era un obbiettivo sufficientemente ambizioso.

E ‘importante ricordare che nel periodo intorno al 2004-2005 i cellulari non avevano nulla a che fare con le loro controparti moderne. Motorola aveva appena rilasciato il popolare RAZR V3 e i telefonini 3G muovevano i primi passi in un mondo che, di lì a poco, li avrebbe visti diventare strumenti imprescindibili per la vita quotidiana. Il modello A1000 di Motorola è stato uno dei primi smartphone 3G venduti in Australia, capace di navigare nel web, dotato di applicazioni rudimentali, e di una interfaccia touchscreen. Nokia ancora si adagiava sul grande successo del sistema operativo Symbian, montato su una vasta gamma di “feature phone” dalle telecamere potenti, altoparlanti stereo per la musica e grandi schermi per la navigazione web. HTC è stato fra i pionieri dei primi “smart devices” producendo una vasta gamma di dispositivi Windows Mobile molto popolari nell’utenza business.

Ciò che veramente mancava all’industria dell’epoca era un insieme di queste caratteristiche in un unico dispositivo. 

C’era anche l’effetto “walled garden” ovvero la “limitazione, da parte di un vendor o di un provider, imposta forzatamente allo scopo di impedire operazioni pericolose (ad esempio l’installazione di software illegale o infetto da virus) e/o di vincolarli all’utilizzo di prodotti e servizi messi a disposizione da un portale ufficiale: chi vi accede, infatti, si trova chiuso in un “giardino protetto”, bello quanto si vuole ma pur sempre limitato.” [pc-facile.com]

Insomma, il punto era che gli utenti si aspettavano di poter avere la stessa flessibilità e potenza dei propri computer sui dispositivi mobili, ma ciò non stava accadendo.

Dopo non molto tempo, Android Inc. entrò in gioco decisa a cambiare il panorama mobile per sempre. Non si sapeva ancora molto dei loro primi lavori, ma la società non era esattamente sulla strada verso il successo. Andy Rubin aveva esaurito i soldi per finanziare l’impresa e necessitava di assistenza da parte di amici. Fu a questo punto, nell’agosto 2005, che tutto cambiò. Google acquistò la startup nascente e Rubin, Miner e White entrarono a far parte del colosso del web, ma poco altro si sapeva. Il fatto che Big G volesse entrare nel mercato mobile era stato ampiamente ipotizzato, ma per molti pareva solo fantasia.

Android raggiunse il suo primo importante traguardo: il sistema operativo che offre una piattaforma mobile basata sul kernel Linux Open Source. Google ha iniziato a piantare la premessa per produttori di apparecchiature originali (OEM), ma fu rivelato pubblicamente. Allo stesso tempo, Apple stava preparando a rilasciare il primo iPhone nel 2007, e altri produttori di telefoni continuavano a rilasciare feature phones non pensati per essere smart nel senso che intendiamo oggi.

Nel novembre 2005 venne costituita la Open Handset Alliance (OHA), e un prodotto valido è stato finalmente rivelato al mondo. Google aveva costruito la OHA lavorando con un consorzio di cui facevano parte HTC, Sony e Samsung (aziende assolutamente non dominanti nel mercato della telefonia mobile dell’epoca), così come i produttori di chipset ed altre apparecchiature, tra cui Qualcomm, Texas Instruments ed altri partner.

Google svelò la piattaforma mobile sviluppata rivelando la prima versione pubblica di Android basata sul kernel Linux, momentaneamente installata su hardware senza nome di un partner non specificato.

La prima macchina a far girare Android provenne da HTC che già aveva una qualche familiarità con il concetto di smartphone. Il dispositivo sembrava un ibrido fra un BlackBerry (con una tastiera fisica QWERTY estraibile) e alcuni dei precedenti dispositivi Samsung Windows Mobile. Purtroppo, l’inaugurazione di iPhone di Apple nei primi mesi del 2007 fece credere che questo primo prototipo sarebbe stato presto dimenticato.

Con l’iPhone Apple trovò una miniera d’oro, anche se era agli albori. I cellulari non più limitati da piccoli schermi e da interfacce utente povere potevano ora accedere al complesso di Internet attraverso una finestra diversa e più piccola. Il primo iPhone, con il suo grande schermo, promosse un’esperienza di navigazione di tipo desktop e ciò infiammò il mercato. Si ritenne che Google (con l’acquisizione di Android) avrebbe rilasciato un “gPhone” che competesse con iPhone, ma nulla avrebbe potuto essere più lontano dalla verità.

Apple ha visto l’iPhone come l’apice del suo sviluppo; si trattava di un prodotto Apple, progettato per funzionare con i servizi di Apple, permettendo alla stessa di controllare la totalità della user experience. Sì, l’iPhone ha aperto nuove porte, ma non ha aperto Apple: si gioca all’interno delle loro regole, il loro hardware, o non giochi affatto. Google era a qualcosa di completamente diverso; non voleva costruire hardware e non lo voleva controllare. Android non è stato un concorrente di iPhone. Android avrebbe alimentato concorrenti di iPhone da tutti i maggiori produttori di hardware. L’iPhone così non avrebbe dovuto competere con un solo telefono Google ma con un intero ecosistema fatto di varie forme, dimensioni, con caratteristiche diverse ma uniti da una comunanza: Android OS, con tie-in per i servizi di Google e la piattaforma aperta a tutti.

HTC, intanto, aveva silenziosamente sviluppato il telefono che sarebbe stato conosciuto come il “sogno” a porte chiuse e lo svelò nel settembre 2008. L’HTC Dream (alias G1 HTC) aveva sia un touchscreen e tastiera fisica, una trackball per l’interazione pointer-type, e una serie di altre caratteristiche. La cosa più importante era che montava la prima release pubblica di Android, conosciuta semplicemente come Android 1.0. Ed è qui che il viaggio ebbe inizio.

Android 1.0

Android 1.0 è stato lanciato il 23 settembre 2008 insieme ad HTC Dream (aka G1). Era ben diverso da come siamo abituati a vedere il robottino verde ora, ma molte delle caratteristiche che divennero fondamentali per il sistema era già ben sviluppate da allora.

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Le caratteristiche di base di un telefono cellulare erano naturalmente incluse: la possibilità di effettuare e ricevere telefonate, inviare e ricevere messaggi di testo, memorizzare una rubrica e leggere l’ora, un calendario e le applicazioni di base per la navigazione web e la gestione delle e-mail.

Considerando la prima evoluzione della piattaforma, ci sono stati un numero sorprendente di funzioni integrate che tutt’ora risultano essere parti fondamentali di Android. Ad esempio, l’Android Market, per l’installazione di app di terze parti, era presente poco dopo il rilascio nel mese di ottobre del 2008. Ciò differenziò il sistema mobile in modo significativo dal primo iPhone, che non ha avuto questa capacità. Inoltre, Android 1.0 ha avuto un potente browser web che permetteva di visualizzare completamente le pagine web, più il supporto per la telecamera a colori; inoltre, c’era la capacità di raggruppare le icone in cartelle all’interno della home-screen potendo così visualizzare in modo selettivo solo le icone che l’utente voleva, anziché un elenco di ogni applicazione installata come in iOS.

L’integrazione con la suite di sviluppo (e già popolare) gestione delle informazioni personali di Google è stato un dato di fatto, con le applicazioni a supporto di Google Gmail, Contatti, Calendario, Maps, Search, e Talk integrato al sistema operativo.

Erano presenti anche molte caratteristiche che gli iPhone non avrebbero avuto per un bel po’ di tempo: la possibilità per le applicazioni di continuare a lavorare in background, un sistema di notifica a discesa, la composizione vocale e sfondi personalizzati erano una funzione centrale di Android dalla versione 1.0, così come il supporto per il 3G (introdotto da Apple per la seconda generazione di iPhone). Certo, Android 1.0 è stato rilasciato con un certo ritardo rispetto ad iPhone, ma Google ha voluto impressionare fortemente la sua concorrente, riuscendoci.

Coloro che ricordano Android 1.0 sul vecchio HTC Dream lo fanno soprattutto per affetto. E ‘stato sicuramente funzionale, ma non era né bello né veloce. Appariva come un parente povero dell’ormai consolidato Windows Mobile mancando, tuttavia, di smalto e finezza e in molti si chiedevano se questo Android sarebbe davvero riuscito a decollare.

Android 1.1

Android 1.1 è un aggiornamento per Android, avvenuto poco meno di sei mesi dopo l’avvento di HTC Dream. L’aggiornamento non ha incluso modifiche significative alla piattaforma originale, anche se ha risolto una serie di bug, ha cambiato il funzionamento delle API di Android ed ha aggiunto una serie di caratteristiche minori.

Le nuove funzionalità inclusero i dettagli e le recensioni per aziende in Google Maps, una maggiore configurabilità del dialer, la possibilità di visualizzare e salvare gli allegati dai messaggi di posta elettronica, e più flessibilità in layout disponibili per applicazioni di terze parti. Tutto sommato, Android 1.1 è un aggiornamento minore per Android 1.0 e un certo numero di telefoni rilasciati con piattaforma Android 1.0 non lo ha mai visto. È stato dalla versione Android 1.5 che le cose hanno cominciato ad accelerare e diventare molto più interessanti.

Android 1.5 CupCake

Android 1.5, nome in codice “Cupcake”, è uscito solo due mesi più tardi, alla fine di aprile 2009. E ‘stato significativo sia in termini di numeri di dispositivi che si aggiornarono dalla 1.1 che per nuove importanti caratteristiche e funzionalità. Caratteristico fu anche il nome “Cupcake”, da allora Android battezzò ogni sua nuova release usando nomi di dessert.

Cupcake

Alcune delle grandi nuove funzionalità di Android 1.5 incluse il supporto per le tastiere di terze parti: non c’era bisogno di usare ciò che il produttore del dispositivo riteneva fosse migliore per lavorare. Vennero resi disponibili widgets per personalizzare ulteriormente la schermata iniziale, mostrando meteo, notizie ed altre informazioni utili. Una caratteristica mancante su iPhone di Apple, e molto richiesta, è stata la capacità di evidenziare, copiare e incollare il testo, qualcosa che diamo per scontato oggi.

Dietro le quinte, sono state apportate altre modifiche per migliorare l’esperienza degli utenti: registrazione video sul dispositivo, il supporto per una crescente varietà di accessori Bluetooth, foto dei contatti in rubrica, la rotazione dello schermo, funzionalità migliorate registro delle chiamate, una migliore integrazione con i servizi di Google consentendo upload di video su YouTube e upload di foto su Picasa senza bisogno di un computer (praticamente inaudito allora).

Cinque mesi più tardi, la prossima versione era già dietro l’angolo.

Android 1.6 Donut

Android 1.6 Donut era più una evoluzione di Android Cupcake che un significativo aggiornamento; nuove funzionalità avevano l’obbiettivo di migliorare l’usabilità della piattaforma in crescita.

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Gli utenti potevano cercare dati sui propri dispositivi utilizzando la voce o il testo, ed i risultati includevano la ricerca Google da Internet. Fotocamera e supporto per la Galleria erano state migliorate, rendendo la fotocamera più veloce da lanciare, e la Galleria possedeva nuove funzionalità per la visualizzazione e la manipolazione delle immagini. Sotto il cofano, l’Android Market è stato ulteriormente sviluppato consentendo agli utenti di vedere gli screenshot di applicazioni prima di installarli.

Android 2.0 Eclair

Android 2.0 Eclair è stato lanciato insieme al primo tentativo di Google nello sviluppo di un proprio device che non dipendesse da produttori di terze parti.

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Google Nexus One (sviluppato come dispositivo di white-label per Google da HTC) rappresentò l’alba del programma Nexus creato con l’obiettivo di mostrare ciò che Android puro è in grado di compiere. Inizialmente disponibile solo negli Stati Uniti, il Nexus One si diffuse rapidamente in tutto il mondo ufficialmente e ufficiosamente rimanendo, ad oggi, una delle migliori prove per il mobile OS di allora.20120617T091817

Non fu solo uno spettacolare hardware a rendere Android 2.0 Eclair così importante; il sistema operativo è stato significativamente modificato da Android 1.6 Donut, con molte nuove caratteristiche. Tra queste, la possibilità di sincronizzare più di un account permettendo a diversi account di posta elettronica di coesistere su un dispositivo, supporto per Microsoft Exchange, la capacità di cercare contenuti ancora più on-device (inclusi SMS, e-mail e altro), una migliore tastiera su schermo che ha offerto correzioni ortografiche e suggerimenti di contatto, un nuovissimo browser con maggiore supporto per gli standard moderni, un nuovo layout del calendario per la gestione delle informazioni personali e, naturalmente, molti cambiamenti sotto il cofano per gli sviluppatori.

Android 2.1 Eclair e Android 2.2 Froyo

E’ stato con Android 2.1 Eclair che Samsung ha lanciato la sua linea Galaxy S, nel giugno 2010. Prodotti destinati a diventare dei best-seller internazionali, con picchi di 24 milioni di dispositivi venduti. Con la versione 2.2 venne introdotto un nuovo dolce nel mix, con nuovi e significativi miglioramenti. Android 2.2 Froyo è stato rilasciato nel maggio 2010, circa sei mesi dopo Android 2.0 Eclair, ed impostò un buon programma per l’aggiornamento periodico del sistema operativo che continua tutt’oggi.

Froyo non fu lanciato insieme a un nuovo telefono Nexus, piuttosto il Nexus One venne rapidamente aggiornato per supportare il nuovo software.

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Caratteristiche di rilievo di Froyo erano l’inclusione di notifiche push, che ha permesso ad applicazioni e servizi di ricevere gli aggiornamenti da Internet senza bisogno di essere attivi rendendo possibile la ricezione notifiche da Twitter ed e-mail: cominciava una nuova era di connettività. Inoltre, nacque la possibilità di utilizzare un telefono Android come hotspot Wi-Fi portatile. Ciò fece storcere il naso ai gestori telefonici che avevano sempre offerto, fino ad allora, piani di utilizzo Internet senza limiti considerate le scarse prestazioni di hardware e software esistenti.

Froyo non ha portato con sé un’interfaccia significativamente diversa da Eclair ma, dietro le quinte, quasi tutto stava cambiando. L’applicazione Browser è stata aggiornato con il nuovo supporto Javascript, il supporto di Microsoft Exchange è stato allargato per una migliore integrazione con ambienti aziendali, Android Market è stato migliorato con aggiornamenti automatici batch, il supporto per le animazioni Flash e file GIF ora era nativo e per file più grandi, nuovi display erano nei progetti con il supporto nativo per display 720p fino a 4 “.

Android 2.2 ha visto un numero minore di minor updates che non alterò in modo significativo l’esperienza dell’utente, salvo per migliorare le prestazioni del sistema operativo e fixare alcuni bug.

Android 2.3 Gingerbread

Gingerbread arrivò nel dicembre 2010 al fianco di un nuovo Nexus appena annunciato. Divenne così finalmente chiaro che Google avrebbe rilasciato un dispositivo di riferimento per la maggior parte delle nuove versioni di Android. Samsung produsse questo nuovo capitolo del programma Nexus, il Samsung Nexus S, che ha poi costruito il successo della sua nascente linea Samsung Galaxy S. Il Nexus S ha mantenuto gran parte del compartimento hardware di Galaxy S, ma con alcune caratteristiche nuove appositamente sviluppate per il marchio Nexus. Non era esattamente un device popolare, ma vide molte release direttamente da alcuni gestori telefonici e piani di sovvenzioni, cosa che certamente indicava la maggiore adozione di Android come piattaforma mobile.

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Gingerbread ha apportato una serie di proprie modifiche, migliorando in modo significativo la velocità di interfaccia e la semplicità. Venne incluso il supporto per gli schermi ad alta risoluzione, introdotti miglioramenti per l’immissione di testo, più accurata, e la funzionalità copia-incolla, il supporto per altre tecnologie come Near Field Communication (NFC), il miglioramento dei protocolli web-browser e le prestazioni video e un modo più unitario per accedere ai file e allegati e-mail scaricati sul telefono.

Gingerbread ha visto una serie di miglioramenti nel corso dei successivi 12 mesi, ma nessuno di loro è stato particolarmente notevole, si trattava di bug fix standard e miglioramenti.

Android 3.0 HoneyComb

Nel frattempo, Android prendeva una nuova forma con un nuovo aggiornamento che lasciò, momentaneamente, indietro di cellulari. Android 3.0 Honeycomb, esclusivamente per i tablet, era dietro l’angolo e ha rappresentato un passo enorme per l’OS nel suo complesso. Non si trattò di una nuova versione di Android per smartphone, venne creata esclusivamente per ottimizzare l’esperienza tablet. Per molti, è stato un po’ un pugno nell’occhio rispetto alle precedenti generazioni, ma segnò la prima significativa e completa re-immaginazione della user interface. Ha portato con sé uno dei linguaggi di design più audaci di Google, noto come la progettazione Holo, per l’utilizzo di elementi olografici.

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Google non rilasciò un dispositivo di riferimento Nexus al finaco della nuova release, in una rottura con la sua “tradizione” di crescita; piuttosto ha collaborato con Motorola per rilasciare il Motorola Xoom, il primo tablet per eseguire il sistema operativo. Lo Xoom non è stato ben accolto poiché si trattava di un dispositivo piuttosto ordinario e quindi non capace di competere con Apple iPad al quale, ciononostante, Honeycomb rubò la scena ed il perché è di facile intuizione.

Tra i  cambiamenti che Honeycomb portò c’era l’aggiunta di una barra di sistema con tasti su schermo (che, fino ad allora, era appannaggio esclusivo di tasti fisici). Non v’era più bisogno di veri e propri tasti per interagire con il sistema: nasceva la possibilità di utilizzare opzioni contestuali e di controllare diversi tipi di contenuti offerti dall’applicazione attiva al momento. Anche il multitasking venne migliorato (data la richiesta di questa funzione sui dispositivi tablet) offrendo un’esperienza molto più vicina a quella desktop con le miniature delle applicazioni attive, in modo da switchare più rapidamente fra un’operazione e l’altra.

Le caratteristiche sotto il cofano furono il supporto per i processori multi-core che, allora, non rappresentavano una realtà consolidata come oggi, il miglioramento nella gestione dei permessi e delle restrizioni per le app a protezione dei dati dell’utente, migliore navigazione, fotocamera e galleria ebbero nuove applicazioni diventando più facili da usare, contatti, calendario e applicazioni di posta elettronica furono progettati specificamente per tablet.

Coloro che hanno utilizzato la prima generazione di tablet Android erano, quasi sempre, un po’ delusi. Honeycomb è stato ampiamente considerato come un flop di Android sui tablet: era lento, si puntava e non disponeva di molte applicazioni poiché gli sviluppatori erano ancora concentrati esclusivamente sugli smartphone.

Android 3.0 Honeycomb ha visto una serie di rilasci alla versione 3.1, 3.2 e fino alla 3.2.6 senza significative nuove funzionalità, ma miglioramenti alla un po’ scarsa esperienza iniziale.

Android 4.0 Ice Cream Sandwich

Nell’ottobre 2011 il robottino verde compì un enorme passo in avanti con l’uscita di Ice Cream Sandwich (presto noto come ICS) poiché fu la prima versione di Android ad utilizzare il nuovo kernel Linux 3.0. Si può dire che portò una ventata d’aria fresca in questo ecosistema ormai non più così giovane in quanto tese ad unificarlo il più possibile estendendo il supporto anche ai tablet che poterono dunque varcare il confine della versione 3.0.

ICS è stato annunciato insieme al Galaxy Nexus di Samsung che rappresentava una via di mezzo fra il Samsung Galaxy S II e S III; possedeva un hardware potente ed un OS in maturazione ed ebbe successo commerciale.

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ICS ha portato anche una serie di nuove funzioni che erano state richieste, tra cui un’interfaccia Visual Voicemail (che Apple aveva già rilasciato), una migliore interfaccia utente con un modo più facile di creare cartelle usando il drag and drop, ulteriori migliorie all’immissione di testo e copia e incolla ed i controlli vocali. In più inizia il tentativo concreto di integrare Google Chrome con Android e la progressiva sostituzione di Browser, applicazione base di AOSP.

Gli utenti hanno guadagnato anche un controllo più dettagliato sui loro dispositivi, con la possibilità di chiudere le applicazioni in background e di condividere le informazioni con gli altri su NFC, Bluetooth e Wi-Fi direct. Il supporto per le VPN infine divenne ufficiale, non richiedendo più modifiche non autorizzate del sistema operativo da raggiungere.

ICS è stato aggiornato nel dicembre 2011 e nel marzo 2012, senza l’aggiunta di nuove funzionalità. C’è stato un cambiamento significativo nel marzo 2012, anche se era più un esercizio di branding che un cambiamento vero e proprio: Google ribattezzò l’Android Market, che esisteva dal 2008, con il nome Google Play e, in tal modo, un numero unificato di servizi precedenti. Il nuovo Google Play Store ha permesso agli utenti di scaricare applicazioni, musica, film, spettacoli televisivi, libri, ed altro attraverso un unico portale.

Android 4.1 Jelly Bean

Più di quanto ICS fosse un miglioramento di Gingerbread, Jelly Bean lo fu per ICS. Annunciato al Google I / O nel giugno 2012 e rilasciato poco dopo, JB conteneva “Project Butter” di Google che mirava a eliminare per sempre i rallentamenti e i lag nell’interfaccia utente rispetto alle iterazioni precedenti. Per raggiungere questo obiettivo, Android ha anticipato le interazioni tattili, aggiunto tre buffer differenti per le code di interfaccia utente e attuato un tasso di 60 fotogrammi al secondo per rendere l’esperienza utente fluida. Jelly Bean ha raggiunto questo obiettivo. Oltre a questo cambiamento grafico, Jelly Bean non incluse molte nuove caratteristiche come alcune versioni precedenti. Certo, molte cose sono state migliorate e cambiate, ma in termini di nuove funzionalità non c’era granché. C’erano le notifiche espandibili sulle quali avere, ora, un controllo più granulare e sono state migliorate le opzioni di connettività. Siamo dovuti arrivare alla versione 4.2 (ancora con il moniker Jelly Bean), perché comparissero alcune nuove importanti funzionalità.

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Android 4.1 Jelly Bean è stato rilasciato insieme a un tablet realizzato da Google in collaborazione con ASUS: il Nexus 7.

Android 4.2 Jelly Bean

Android 4.2 è arrivato con un kernel Linux 3.4.0, supportando i widget per il lockscreen e la possibilità di eseguire uno swipe per aprire la fotocamera senza sbloccare il telefono. Fanno la loro prima apparizione le impostazioni rapide permettendo di modificare le impostazioni comuni con poco più di uno swipe verso il basso, come ad esempio attivare o disattivare WiFi, Bluetooth, luminosità dello schermo, hotspot Wi-Fi e altro. Il supporto Bluetooth è stato profondamente modificato (con la libreria software di base è cambiato da Bluez al software open source Broadcom), consentendo un supporto di gran lunga maggiore per gli accessori.

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Al fianco della versione 4.2 è arrivato il nuovo Nexus, questa volta dal produttore coreano LG. Il Nexus 4 ha introdotto molte nuove caratteristiche, tra cui la ricarica wireless, che avrebbe cominciato a diventare più mainstream negli anni a venire. Accanto al Nexus 4, Google ha lanciato un altro dispositivo Nexus per coprire tutti i segmenti del mercato Android: il Nexus 10, un tablet da 10″ full-frame prodotto da Samsung.

Un certo numero di bug sono stati anche risolti, come era ormai di norma, ma nel complesso la seconda iterazione di Jelly Bean ha rappresentato uno dei più ampiamente attesi e ben accolti upgrade di Android. Nel marzo 2013, il fondatore Andy Rubin lascia la divisione mobile di Google per lavorare a nuovi progetti. Il sostituto di Rubin, Sundar Pichai, il quale aveva già riscosso successo con Chrome e Chrome OS, arriva dall’interno di Google. Nonostante lo scetticismo di alcuni su come Android e Chrome potessero essere gestiti insieme, si noti che, date le molte sinergie tra i due prodotti, Android è cresciuto e migliorato molto sotto Pichai.

Android 4.3 Jelly Bean

Nel luglio 2013, Jelly Bean è stato nuovamente aggiornato ad Android 4.3. L’aggiornamento ha incluso un nuovo supporto per dispositivi Bluetooth, tra cui la nuova feature “low energy” per aumentare la vita della batteria, il supporto per i profili utente con restrizioni, un migliore supporto e prestazioni del file system, e il supporto per schermi più grandi con risoluzioni più alte. Accanto alla release Android 4.3 Jelly Bean è arrivato il Nexus 7 2013 di ASUS.

Android 4.4 KitKat

Android 4.4 KitKat ha rappresentato un altro enorme balzo in avanti, nonostante sia solo una piccola modifica di Android 4.3. Ha inoltre rappresentato un allontanamento significativo dai nomi precedenti dati a versioni di Android. KitKat non è il nome di un dessert generico, piuttosto si tratta di un marchio di proprietà di Nestlé concesso in licenza per l’utilizzo nel programma Android. Android KitKat ha debuttato con il Nexus 5 nell’ottobre 2013, ed è stato un successo quasi immediato. E’ stato venduto ampiamente anche attraverso contratti con sovvenzioni ed è diventato un brillante esempio del funzionamento al livello grafico. Inteso come un dispositivo di riferimento, il Nexus 5 è stato un significativo successo commerciale.

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Il nucleo di Android è stato fortemente ridotto e semplificato aumentando ulteriormente le prestazioni, già percepite durante il “Progetto Burro”. Insieme alla prestazioni vi è stato un grande miglioramento nel linguaggio di design con l’interfaccia Holo definitivamente perfezionata prima di essere poi, successivamente, sostituita. Le applicazioni hanno guadagnato la possibilità di modificare l’interfaccia utente del sistema, se necessario, ad esempio rendendo le barre di sistema e di azione trasparenti o facendole scomparire del tutto con la modalità immersiva. Un aspetto caratteristico di KitKat è relativo alla minore importanza che vine data alle schede micro-SD in quanto ne viene confinata l’utilità fondamentalmente alla memorizzazione di foto, video e musica. Molte funzioni basilari di Android sono state astratte, permettendo una migliore integrazione dei componenti di terze parti. Uno dei migliori esempi di ciò è la possibilità di assegnare una qualunque applicazione di messaggistica SMS come predefinita per il sistema al posto di quella preinstallata di default.

Un cambiamento di gran lunga più significativo ed interessante si nascondeva, ancora una volta, sotto il cofano di KitKat: il runtime ART. Nato col fine di aumentare di molto le prestazioni del dispositivo e con la promessa di garantire un maggiore risparmio energetico è stato affiancato al runtime predefinito, Dalvik, poiché ancora in fase sperimentale. Successivamente sarà abilitato di default nella versione 5.0 Lollipop. KitKat ha visto un certo numero di point release, da 4.4.1 a 4.4.4, principalmente per la correzione di bug. L’ultima versione ha avuto problemi di vulnerabilità SSL che, però, è stata rapidamente patchata.

Android 5.0 Lollipop

Con Android Lollipop, rilasciato come open beta sotto il nome di Android L nel Novembre 2014, si torna nuovamente ad un nome generico. La beta pubblica di Android L ha sicuramente accelerato lo sviluppo di aggiornamenti da parte degli OEM, il che significa che molti (ma non la maggior parte) dei telefoni moderni sono stati in grado di ottenere un aggiornamento ad Android 5.0 piuttosto rapidamente. Lanciato al fianco dell’ultimo google-phone, il Nexus 6 di Motorola, Lollipop è caratterizzato dalla, forse, più significativa revisione dell’interfaccia utente. Se Holo è stato rivoluzionario rispetto alla precedente interfaccia di Android, il material design è avanti anni luce in quanto consente agli sviluppatori di sviluppare app dal design pulito e minimale che lavorino bene su qualunque dispositivo, anche tablet, senza rilevanti problemi di compatibilità.

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Lollipop introduce un cambiamento sul funzionamento delle notifiche (fatto che causò qualche controversia al momento dell’annuncio). Ma forse la più significativa di tutte le modifiche è rappresentata dallo switch finale da Dalvik VM  ad ART.

La sostanziale differenza fra le due virtual machine sta nel tempo di compilazione. Per Dalvik, che è un tipico runtime Java-based, la compilazione avviene ogni volta che un app viene lanciata, quindi just-in-time (JIT) seguita da una fase di interpretazone byte-code, mentre per ART la compilazione è ahead-of-time ovvero spostata prima dell’esecuzione, durante l’installazione dell’app, poi il codice in linguaggio intermedio (java) viene compilato in codice binario nativo per la piattaforma hardware. Tutto attraverso un tool, dex2oat, che accetta in input file DEX generando eseguibili per il device. In ultima analisi: il primo approccio è buono per il cross-platform a scapito delle prestazioni, mentre il secondo è più reattivo e di minore impatto sul sistema e sui consumi.

In più Lollipop supporta nativamente i processori a 64 bit.

È forse giusto dire che Android 5.0 è stato, da solo, il più grande cambiamento da quando è stata rilasciata la prima versione, e che è stato accolto in modi diversi: molti utenti amano Lollipop, ma a molti mancano alcune delle caratteristiche che hanno eliminato o modificato dalle versioni precedenti.

Android 5.1 Lollipop

Android 5.1.1 è l’ultima versione Lollipop rilasciata, essenzialmente risolve il bug della perdita di memoria che affliggeva le precedenti release e non aggiunge novità degne di nota. Deve ancora essere rilasciato per un discreto numero di dispositivi.

Android 6.0 Marshmallow

Rilasciato ad Ottobre 2015, si concentra principalmente sull’introduzione della modalità Doze che gestisce in modo ottimale il consumo energetico durante la fase di standby prolungato, possibilità di controllare autorizzazioni e permessi delle apps, introduzione di Now on Tap (per ottenere velocemente informazioni in base al contesto in cui ci si trova), possibilità di interagire mediante comandi vocali direttamente dalla schermata di blocco e app drawer in verticale.

Android 7.0 Nougat

Android 7.0 Nougat è stato rilasciato ufficialmente alla fine di agosto 2016. Dopo una lunga attesa emerge dall’ombra delle impostazioni per sviluppatori il supporto al multi-window che consente di dividere lo schermo in zone ridimensionabili per l’utilizzo parallelo di due app nella stessa schermata.

Il pannello delle notifiche è stato migliorato e ridisegnato: vi è la possibilità di raggruppare tutte le notifiche per singola app ed espanderle tappando su un comando apposito.

La tendina dei quick settings ha subito importanti cambiamenti poiché appare come una raccolta di tile modificabili e riordinabili organizzati in varie pagine. Feature interessante e del tutto nuova è quella del risparmio dati che, se attivata, limita l’impiego di banda da parte delle applicazioni. Sarete voi a scegliere quali applicazioni potranno consumare i dati in background e quali no.

In questa nuova versione di Android il blocco dei numeri di telefono è nativo, ovvero è stato inserito come opzione nel dialer di sistema; altra feature interessante è l’avvio diretto che riduce i tempi di avvio di alcune applicazioni a cui permette, se inserite in lista, di funzionare anche nell’eventualità in cui si verifichi un random reboot.

Soggetta ad implementazione è anche la modalità Doze, introdotta nella versione 6.0 del sistema operativo, che evolve e diventa Doze On The Go. Questa si differenzia dalla precedente sostanzialmente per un fatto: funziona anche quando il telefono rileva movimento.

Arriva anche il cosiddetto Project Svelte atto a migliorare la gestione della RAM da parte del sistema e delle app ottimizzando il funzionamento di queste ultime mentre sono in background.

Per tutte le altre novità di Android 7.0 Nougat vi invitiamo caldamente a leggere il nostro articolo dedicato!

Android 7.1 Nougat e Google Pixel

Android 7.1, annunciato ufficialmente lo scorso ottobre, per molti è semplicemente un aggiornamento minore del suo predecessore che aggiunge, oltre alle innumerevoli novità di Android 7.0, la funzionalità Smart Storage (in grado di rimuovere vecchie foto e video se già caricati nel cloud, in caso la memoria fosse in esaurimento), la modalità Daydream VR e diversi miglioramenti per touch/display.

Abbiamo usato il termine “per molti” e non è un caso: con Android 7.1 arrivano anche gli smartphone Google Pixel e Pixel XL, veri destinatari di questo aggiornamento. Android 7.1 infatti introduce numerose funzionalità esclusive per i nuovissimi smartphone di casa Google, imprimendo ancor più l’idea di “ecosistema”.

Arriva infatti in esclusiva il Pixel Launcher, la modalità notturna (Night Light) in grado di filtrare la luce blu, la possibilità di usare gesture sul lettore di impronte, l’assistente digitale Google Assistant (successore per i Pixel di Google Now), la nuova app Pixel Camera con numerose funzionalità anche avanzate per foto e video ed una nuovissima e semplificata modalità di installazione iniziale.

Android oggi

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Così com’è oggi, Android è una delle piattaforme mobili più versatili e diffuse esistenti. Funziona su tre differenti architetture ARM-chipset, Intel / x86 e MIPS nelle varianti a 32 e 64 bit. I requisiti hardware minimi sono aumentati in linea con la disponibilità di nuova tecnologia, tale che oggi Android richiede 2 GB di RAM come minimo per funzionare ad una velocità ragionevole (anche se alcuni dispositivi continuano a funzionare con 1GB di RAM).

La memoria a bordo è aumentata enormemente, dai 256 MB messi a disposizione del Dream di HTC ai 256 GB di archiviazione di alcuni più moderni smartphone.

Android OS è attualmente presente in una gran varietà di dispositivi quali telefoni, tablet, computer, smartwatch, TV, lettori musicali e autoradio. Il Play Store di Google ha registrato più di 1.43 milioni di applicazioni attive solo all’inizio del 2015 e più di 50 miliardi di app sono state installate ed utilizzate dagli utenti Android.

Le possibilità sono aumentate di diversi ordini di grandezza, da funzioni telefoniche basilari con smart-features gettate lì e quasi fuori luogo a capacità computazionali tanto elevate da garantire servizi di livello sempre maggiore. Ciò ha contribuito a consolidare una realtà che vede cambiare continuamente il mondo della comunicazione, dell’informazione, dell’intrattenimento e, sotto certi aspetti, la qualità della vita.

L'articolo Aggiornamento Android: tutte le novità appare per la prima volta su ChimeraRevo - Il miglior volto della tecnologia.

NAS per casa o ufficio: quale comprare

di Gaetano Abatemarco

Abbiamo già parlato dei NAS, unità di archiviazione di rete che offrono il loro spazio di storage a tutti i terminali connessi alla stessa rete LAN (o WLAN se utilizziamo un access point Wireless).  Lo scopo di piazzare un NAS nella propria rete domestica? Niente di più comodo a mio avviso: avere tanto, tantissimo spazio su cui salvare backup di sistema (o di più sistemi) oppure realizzare una raccolta multimediale universale per i dispositivi connessi: musica, video, film e foto salvati sui moderni NAS saranno accessibili tramite protocolli come DLNA, UPnP o simili su tutti i terminali connessi alla rete LAN, inclusi televisori, lettori multimediali, PC, smartphone e tablet senza per forza tenere acceso il PC.

Se siete indecisi e non sapete che modello prendere, ecco la nostra guida completa per scegliere quale NAS comprare.

Perché comprare un NAS?

Se state leggendo questa guida, probabilmente già desiderate acquistare un dispositivo di memorizzazione collegato in rete o perlomeno siete curiosi di capire come funzionano. Un NAS è un piccolo computer con una connessione a Internet con di solito almeno uno due o più alloggiamenti per dischi rigidi, un sistema operativo (di solito) basato su Linux e ottimizzato per l’archiviazione di rete, dotato naturalmente anche di CPU e RAM sufficiente per fare tutto.

La maggior parte delle persone non ha bisogno di memorizzare migliaia di file raw di foto, senza perdere gigabyte di musica digitale o copie di backup di film o Blu-ray, ma altre hanno questa necessità e un NAS può essere un ottimo strumento per queste persone.

Un NAS è ideale per le persone che amano creare grandi librerie multimediali: è possibile memorizzare tutti i file in un unico luogo e realizzare uno streaming da computer, tablet, altoparlanti collegati in rete, o centri multimediali in tutta la casa. È inoltre possibile eseguire il backup dei computer al NAS per evitare di collegare un disco esterno per ogni computer. Qualsiasi NAS permette di fare queste cose.

La maggior parte dei modelli, anche NAS casalinghi, può anche agire come server e-mail, database e server Virtual Private Network (VPN), BitTorrent, ospitare CMS, CRM e software di e-commerce, oppure DVR per telecamere di rete. A seconda della vostra pazienza e la vostra fame di tecnologia, un NAS è in grado di fare quasi tutto quello che un computer Linux può fare, utilizzando meno energia di un computer desktop.

Se si dispone di uno o due computer in casa e si basano principalmente su supporti di cloud storage e di streaming, probabilmente non avete bisogno di un NAS. Ma se si dispone di una vasta collezione di media, magari vi serviranno terabyte di dati dove è necessario salvare i backup e renderli sempre accessibili.

Un NAS è anche utile se si dispone di troppi dati da memorizzare in Dropbox o Google Drive, o se semplicemente non vi fidate dei dati in cloud. Quando si utilizza un NAS, i dati rimangono in casa vostra e non vanno nel cloud. Naturalmente, si vuole ancora più sicurezza, dovrete fare un backup del vostro NAS!

Se si vuole semplicemente condividere e memorizzare i dati sulla rete, non è necessario un NAS. Molti router hanno porte USB a cui è possibile collegare un disco esterno, ma questa disposizione sarà lenta e adatta solo per la condivisione di file di base. Windows, MacOS e Linux tutti sono dotati di funzionalità di file-sharing che rendono facile accedere ai file sul computer attraverso la rete. Ma questo approccio occupa spazio sul disco del computer, e il computer deve essere a lavoro per tutto il tempo.

Si potrebbe costruire o puntare su un NAS con hardware vecchio e software libero, poiché un dispositivo NAS dedicato utilizza molto mena potenza (di solito più o meno quanto un paio di lampadine a LED), ha un’interfaccia migliore e più applicazioni, e viene fornito con una garanzia del produttore e supporto tecnico.

Se siete alla ricerca di un dispositivo NAS ideale per la rete domestica e piccoli uffici, questa guida fa per voi. Se site un professionista o guru di archiviazione IT alla ricerca di NAS di livello business allora questa guida non è per voi.

Caratteristiche fondamentali nella scelta

Al momento di decidere quali modelli acquistare, dovete prestare attenzione a una serie di funzionalità chiave di cui la maggior parte degli utenti domestici (e non solo) ha bisogno.

  • Almeno due alloggiamenti per unità: sono disponibili centinaia di dispositivi NAS e potete trovare modelli con uno, due, quattro, otto o più alloggiamenti per unità. Per la maggior parte degli utenti domestici, un NAS a due unità è più che sufficiente, perché protegge i dati mediante il mirroring dei contenuti di un’unità su un’altra. Questa configurazione fornisce metà della quantità effettiva di archiviazione del NAS per i file. Ad esempio, un NAS con due unità da 8 TB in RAID 1 ha ancora 8 TB di spazio totale disponibile, non 16 TB. Di conseguenza, i vostri dati rimangono sicuri e accessibili anche in caso di guasto di un’unità. I dispositivi NAS a unità singola non forniscono questa protezione dei dati.
  • CPU e RAM: preferiamo processori Intel ma non vanno escluse configurazioni basate su ARM purché la loro velocità di elaborazione sia simile. La maggior parte dei dispositivi NAS rilasciati nell’ultimo anno ha almeno 2 GB di RAM, quindi attenetevi a questo dato come parametro minimo.
  • Accelerazione della crittografia a livello di hardware: la crittografia dei file è buona da usare anche se accedete al NAS esclusivamente all’interno della rete domestica, perché protegge i dati se qualcuno entra in casa e ruba il vostro NAS o i vostri dischi. Alcuni NAS possono anche crittografare i dati prima di eseguire il backup su un servizio cloud, fornendo un ulteriore livello di protezione nel caso in cui il cloud sia compromesso. Un NAS che include l’accelerazione della crittografia hardware offre velocità di lettura e scrittura molto più veloci di quelle di un modello che si basa esclusivamente sulla crittografia software.
  • Software facile da usare: ogni produttore NAS ha il proprio sistema operativo ma alcuni sistemi operativi, come quelli di QNAP e Synology, sono migliori di altri.
  • Ampio supporto per i backup: un NAS dovrebbe supportare i backup tramite la cronologia file o strumenti immagine di sistema su Windows, Time Machine su Mac e rsync per Linux. Dovrebbe anche permettere di eseguire facilmente il backup su un servizio di cloud storage e dovrebbe offrire un servizio di sincronizzazione dei file simile a Dropbox in modo da poter sincronizzare i file tra i computer.
  • Funzionalità di streaming multimediale: la maggior parte dei box NAS può riprodurre video e musica su vari dispositivi della vostra casa. È possibile farlo utilizzando il software del produttore o programmi di terze parti come Plex. Lo streaming musicale dovrebbe funzionare tramite DLNA e iTunes senza un complicato processo di installazione.
  • Notifiche di guasti all’unità: un NAS dovrebbe perlomeno notificare all’utente con segnali acustici e spie di stato il guasto di un’unità. È meglio se il dispositivo può anche inviarvi un’email o un messaggio di testo.
  • Almeno due porte USB: tra backup, dongle e altri accessori, è bello avere almeno due porte USB su un NAS. Dovreste avere due copie di ogni backup. Se avete intenzione di farlo da solo anziché con un servizio cloud, vi consigliamo di avere una porta USB sul NAS in modo da poter eseguire il backup di tutto su un’unità esterna. È anche bello avere una porta USB sulla parte anteriore del NAS con una funzione di copia veloce in modo da poter copiare il contenuto di un’unità USB su o dal NAS senza preoccuparsi del software.
  • Supporto per applicazioni di terze parti: se si desidera aggiungere funzionalità o servizi al NAS, è necessario farlo con software di terze parti, quindi il supporto da parte di terzi è fondamentale. Questo include software per media center, software per server Web, analisi e altro ancora.
  • Alloggiamenti per unità sostituibili a caldo: sono necessari alloggiamenti per unità sostituibili a caldo, quindi non è necessario spegnere il NAS per sostituire un’unità guasta o aumentare la capacità.
  • Garanzia e supporto: la mancanza di assistenza clienti è uno dei reclami più comuni nelle recensioni dei clienti di dispositivi NAS di Amazon. La maggior parte dei modelli ha due anni di garanzia e offre anche qualche forma di supporto tecnico, in gran parte attraverso basi di conoscenza online e forum. Altri dispongono di supporto per e-mail e telefono e alcuni fornitori offrono anche tutorial e video dettagliati accessibili sui loro siti web.

Oltre a quanto elencato, ci sono anche alcune funzionalità che sono belle da avere ma che non sono davvero fondamentali.

  • Supporto per dongle USB Wi-Fi: dovreste connettere il NAS al router con un cavo Ethernet se desiderate la migliori velocità ma se ciò non è possibile dovete essere in grado di installare un dongle Wi-Fi USB.
  • Supporto DVR per telecamera IP: se disponete di un sistema di telecamere per la sicurezza domestica fai-da-te, avrete bisogno di un posto dove archiviare tutti quei video. Un NAS è a portata di mano per questo scopo, ma l’impostazione e la gestione possono essere un po’ troppo complicate per una persona media, per non parlare degli schemi di licenza confusi che determinano il numero di telecamere supportate da un NAS. Un NAS non funzionerà con telecamere di sicurezza domestiche che salvano le riprese su un servizio cloud.
  • Supporto UPS (Uninterrupted power supply) via USB: il NAS dovrebbe essere abbastanza intelligente da non perdere tutto se si interrompe l’alimentazione, ma un supporto UPS comunicherà al NAS di spegnersi correttamente prima che si spenga, il che dovrebbe aiutare a proteggere i dati.
  • Servizi VPN: dovrebbe essere facile configurare i servizi VPN in modo da poter accedere alla rete domestica in modo sicuro da una rete Wi-Fi pubblica, ma questo non è qualcosa di cui tutti hanno bisogno, ed è anche un servizio che un buon router wireless può già fornire.

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  • Memoria di sistema: 256 MB DDR3
  • Vani unità: 1
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  • . SUPPORTA VARI TIPI DI HARD DISK E MOLTEPLICI RAID; F2-220 è compatibile con dischi rigidi SATA 10TB 3.5 pollici ed rende possibile l'installazione di due hard disk, per una capacità totale di archiviazione di 20TB. Supporta dischi rigidi SATA di 3.5 pollici, dischi rigidi SATA di 2.5 pollici e SSD di 2.5 pollici. F2-220 supporta molteplici RAID, come RAID 0, RAID 1, JBOD, SINGLE; in questo modo può fornire all'utente varie applicazioni e garantire maggiore sicurezza dei dati.
  • . VARIE APPLICATION SERVER; Supporta file server, mail server, web server, media server, server remoto Rsync, server FTP, server MySQL ed un'amplia gamma di application server, per rispondere alle esigenze più comuni della piccola azienda. F2-220 supporta la sincronizzazione Dropbox, che permette di sincronizzare i file nella directory di Dropbox con TerraMaster TNAS, rendendone più facile ed efficiente la condivisione!
  • . INVITANTE SERVER MULTIMEDIALE; Supporta il protocollo DLNA/UPNP, Plex media server ed il server iTunes, rendendolo adeguato per il suo utilizzo come home media server. Il server trasmette i file multimediali tramite la smart TV, il set-top box o i dispositivi mobili
  • . AFFIDABILE ED EFFICIENTE; Grazie alla scocca in lega di alluminio e ai silenziosi ventilatori, F2-220 è solido ed affidabile, dotato di buona dissipazione del calore e un basso livello di rumore. Attenzione: per una maggiore sicurezza dei vostri dati usare hard disk con un altra affidabilità. È raccomandato l'uso di hard disk Western Digital RED o Segate IronWolf.
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Altre guide interessanti

Oltre al nostro approfondimento dedicato ai migliori NAS per casa o ufficio, di seguito vi riportiamo alcune guide correlate all’argomento che troverete sicuramente di vostro gradimento.

Come costruire un NAS personalizzato: configurare l’OSDopo aver scelto i componenti del nostro NAS vediamo come configurare il sistema operativo.
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VPN: cosa sono e tutto ciò che bisogna sapereLa nostra guida alle VPN con le risposte alle domande che più di frequente ci ponete sull'argomento

 

Netflix disponibile ufficialmente in Italia

di Giuseppe F. Testa

La data tanto fatidica è arrivata: il servizio di streaming on demand Netflix, oggi giovedì 22 ottobre,  sbarca ufficialmente in Italia.

Servizi quali Mediaset Infinity e Sky Online hanno da oggi un rivale temibile, specie con il catalogo mostrato dal colosso statunitense, con nulla da invidiare alle altre piattaforme già presenti in italia.

Il Catalogo

Il catalogo di Netflix è diverso paese per paese, sulla base degli accordi che la società stringe con le società di produzione e con i distributori nazionali: il catalogo italiano sarà composto per un buon 80 per cento da titoli internazionali e per un 20 per cento da titoli italiani di portata internazionale.

Il catalogo crescerà col passare dei mesi anche sulla base delle preferenze degli abbonati: i dirigenti di Netflix affermano che le sue dimensioni raddoppieranno entro il primo anno di disponibilità del servizio.

netflix

La piattaforma è famosa anche per le serie televisive di successo prodotte da Netflix stessa quali House of Cards, Marvel’s Daredevil, Sense8, Orange is the New Black ma troviamo anche film, documentari, più tutti i contenuti futuri previsti per le prossime settimane quali Marvel’s Jessica Jones, nuove puntate della serie distopica Black Mirror.

La visualizzazione dei contenuti è senza alcun tipo d’interruzione pubblicitaria.

Compatibilità

Netflix può essere utilizzato praticamente ovunque: PC, notebook, Mac, GNU/Linux, smartphone, tablet, Smart TV (con app dedicata), console (Xbox 360/One e PS3/PS4 con app dedicata), Chomecast (un must buy sulle TV non smart), smart decoder e lettori BluRay (se compatibili).

Per Windows 10 è disponibile una comoda app prelevabile direttamente dallo store Microsoft.

DOWNLOAD | Netflix per Windows 10

Velocità ADSL necessaria

Ecco la tabella riassuntiva delle velocità minime necessarie in base al tipo d’abbonamento scelto. Come potete vedere le richieste non sono esorbitanti, qualsiasi italiano dovrebbe poter beneficiare dell’offerta base a 480p.

Netflix

Costo e prova gratuita

Per provare il servizio e toccare con mano il catalogo (per verificare se ci interessa o meno) possiamo usufruire di un mese gratuito di prova per i nuovi clienti, un “try & buy” che sicuramente verrà apprezzato dagli utenti italiani.

Per chi volesse stipulare un abbonamento ecco la tabella riassuntiva con le tariffe e il numero di utenti attivi disponibili.

LINK | Netflix

Netflix

L'articolo Netflix disponibile ufficialmente in Italia appare per la prima volta su Chimera Revo - News, guide e recensioni sul Mondo della tecnologia.

Recuperare password router: ripristino impostazioni di fabbrica

di Giuseppe F. Testa

Dobbiamo accedere al router per modificare qualche impostazione (o anche solo per controllare lo status dell’ADSL) ma non ricordiamo più la password d’accesso? Capita di far confusione ai giorni nostri, con ritmi di vita sempre più frenetici, col risultato che ci ritroviamo a dimenticare abbastanza velocemente le cose, comprese le password (specie quelle che usiamo raramente).

Ma torniamo al nostro router: come fare per accedervi di nuovo? Come ripristinare l’ADSL in caso di reset di fabbrica? Ecco la guida completa per ripristinare la password (se cambiata) o per recuperare quella di fabbrica.

Password router dimenticata: recuperare dati ADSL

Prima di proseguire è buona norma avere a portata di mano i dati del provider per i router/modem ADSL, da ripristinare appena terminato l’hard reset del dispositivo. Se avete un semplice router (senza modem) questo passo è inutile.

Ecco una valida raccolta di informazioni sui vari parametri da configurare in base all’operatore. Di solito queste configurazioni vanno inserite nella sezione WAN, rintracciabile in un menu Network o Rete del proprio router. Anche se queste informazioni sono fornite dagli operatori, è buona norma tenere sempre a portata di mano i fogli di configurazione forniti di solito insieme ai contratti, specie per ricavare username e password.

Infostrada

  • Protocollo: PPPoE
  • Incapsulamento: LLC
  • VPI: 8 – VCI: 35
  • Modulazione: Multimode
  • Username: fornita con il contratto
  • Password: fornita con il contratto

Alice/Telecom

  • Protocollo: PPPoE
  • Incapsulamento: LLC
  • VPI: 8 – VCI: 35
  • Modulazione: Multimode
  • Username: aliceadsl
  • Password: aliceadsl

TeleTu

  • Protocollo: PPPoE
  • Incapsulamento: LLC
  • VPI: 8 – VCI: 35
  • Modulazione: Multimode
  • Username: fornita con il contratto
  • Password: fornita con il contratto

Tiscali

  • Protocollo: PPPoA
  • Incapsulamento: VCMUX/NULL
  • VPI: 8 – VCI: 35
  • Modulazione: Multimode
  • Username: fornita con il contratto
  • Password: fornita con il contratto

Fastweb

  • Protocollo: IPoE (noto anche come RFC 2684 Bridged o RFC 1483 Bridged)
  • Incapsulamento: LLC
  • VPI: 8 – VCI: 36
  • Modulazione: Auto
  • Username: lasciare vuoto

Alcuni router/modem sono in grado di configurare automaticamente questi parametri, mentre quelli forniti direttamente dall’operatore non necessitano di ulteriore configurazione.

Password router dimenticata: ripristino dispositivo

La procedura corretta per ripristinare un router è chiamata 30/30/30 e consiste in:

  • tenete premuto il tasto Reset (di solito posteriore e raggiungibile con un ago o stuzzicadenti) per 30 secondi con il router acceso;
  • passati i 30 secondi, SENZA rilasciare il tasto Reset, spegnete il dispositivo (se presente il bottone ON/OFF) o rimuovete la presa di corrente; tenete altri 30 secondi premuto da spento il tasto Reset;
  • passati i 30 secondi ulteriori, SENZA rilasciare il tasto Reset, riaccendete il dispositivo (se presente il bottone ON/OFF) o reinserite la presa di corrente; tenete altri 30 secondi premuto da acceso il tasto Reset;
  • Rilasciate ora il tasto Reset.

NOTA: evitate questa procedura in caso di router ASUS, visto che porta all’attivazione della modalità recovery. Con questi router basta tenere premuto il tasto Reset 30 secondi da acceso.

Eseguita questa procedura avremo riportato il router alle condizioni di fabbrica, compresi i dati d’accesso alla sua interfaccia.

Password router dimenticata: elenco password di default router

Abbiamo ripristinato il router alle condizioni di fabbrica, ma quale password è fornita di default per il mio modello di router? Possiamo ricavare questa informazione sull’etichetta del router stesso, di solito posizionata nella parte inferiore del router.

Password router dimenticata

Se questa informazione non è disponibile sull’etichetta, possiamo affidarci al manuale d’uso del router o utilizzare il sito qui in basso per ricavare nome utente e password, basta indicare la marca del router adottato.

LINK | Password di default di tutti i router

Password router dimenticata: cosa fare dopo il recupero

Non dimenticatevi di configurare anche altri parametri fondamentali una volta riottenuto l’accesso al pannello di configurazione del router.

  • Password WiFi: quella precedente è stata eliminata, il router mostrerà ora una rete WiFi con nome di default (spesso il nome del router) e senza protezione (nessuna pass). Scegliete una password robusta e impostate come protezione WPA2-PSK con crittografia AES.
  • WPS: questa impostazione verrà riattivata di default, disattivatela senza timori essendo una porta d’ingresso facile per i malintenzionati più abili;
  • UPnP: se non volete configurare le porte P2P automaticamente, potete disattivare questa opzione senza timori.

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Come collegare lo smartphone alla TV

di Gaetano Abatemarco

Se avete l’esigenza di collegare lo smartphone alla TV allora siete capitati nell’articolo giusto. Ci sono numerosi metodi per effettuare il collegamento: alcuni richiedono cavi, altri degli adattatori, altri metodi sono senza fili e sfruttano le funzionalità integrate tra TV e dispositivi. Tutte queste soluzioni sono utili per raggiungere lo scopo, sta a voi decidere qual è il miglior modo per collegare lo smartphone alla TV.

Abbiamo anche affrontato l’argomento su come collegare il tablet alla TV ma è ora di concentrarsi sul proprio cellulare: ecco a voi tutti i modi possibili per mettere in collegamento il vostro smartphone Android alla TV oppure collegare l’iPhone alla TV o Smart TV.

Collegare lo smartphone alla TV (via cavo)

Soluzione abbastanza scomoda ai giorni nostri ma potrebbe essere una valida soluzione. Ecco tutti i metodi esistenti per collegare lo smartphone a TV via cavo:

  • Cavo HDMI / MHL: la tecnologia MHL permette di collegare la porta HDMI sfruttando un adattatore per la porta microUSB. Non funziona forse con tutti gli smartphone (assicuratevi che il vostro supporti tale tecnologia) mentre un cavo MHL lo potete trovare al seguente link. Dovete collegare una estremità nello smartphone, una nella TV e l’estremità USB va collegata a un caricabatteria per alimentare il tutto.
  • Cavo DisplayPort
  • Slimport: simile alla tecnologia MHL, spesso utilizzata dagli smartphone LG. Si tratta di un comodo adattatore per collegare lo smartphone alla TV e scambiare contenuti tra le due componenti.
  • Adattatore Lightning (per iPhone): se avete un iPhone allora questo è il cavo e adattatore che serve a voi per collegare l’iPhone alla TV.

 

Collegare lo smartphone alla TV (senza fili)

I metodi decisamente più comodi sono sicuramente quelli wireless, vista l’assenza di qualsiasi cavo! Ecco come collegare lo smartphone alla TV senza usare fili.

  • Amazon Fire TV Stick: il dongle di Amazon è tra le opportunità di trasmissione smartphone / TV più utilizzata al momento. Abbiamo dedicato una guida a Fire TV Stick che vi consigliamo di leggere per scoprire tutte le potenzialità.
  • Chromecast: il metodo più famoso ed utilizzato al momento! Basterà acquistare la Chromecast (sia il modello vecchio sia il modello nuovo) e, tramite l’app ufficiale per Android e iPhone, potrete trasmettere i contenuti dello smartphone sulla TV.
  • Apple TV: chi ha un iPhone o un iPad può collegare il dispositivo alla TV tramite la Apple TV: si collega alla presa HDMI della TV e si connette alla stessa rete Wifi del telefono o del tablet. Potrete così sfruttare la tecnologia AirPlay da iPhone e iPad per trasmettere lo schermo a Apple TV. Massima qualità audio/video e praticamente zero lag.
  • Miracast: protocollo supportato da molti smartphone Android, portatili e numerose TV, vi basterà accendere questa funzionalità su smartphone e TV per effettuare il mirroring dello schermo mobile. Se la vostra TV non è provvista di Miracast, potete usare per tale scopo questo adattatore a schermo wireless. Audio e video di massima qualità e ritardo (lag) sono davvero minimi. Miracast è supportato da Android e Windows Phone.
  • TV Box: acquistare un TV Box farà diventare il vostro TV una Smart TV; inoltre, come forse già saprete, molti di questi dispositivi integrano il protocollo DLNA che permette di scambiare contenuti in streaming su Android. Potete sfruttarlo per far dialogare il vostro TV Box con lo smartphone tramite il tasto Casto o LocalCast. Consultate la nostra guida ai migliori TV Box se non sapete quale acquistare.

Altre guide utili

Oltre alla nostra guida su come collegare lo smartphone alla TV abbiamo raccolto per voi una serie di articoli correlati molto interessanti che vi consigliamo di leggere. Eccoli tutti riportati di seguito.

Guida DLNA, AirPlay, Miracast, Chromecast e WiDiUna guida completa alle tecnologie di condivisione multimediale, dal DLNA passando per WiDi fino ad arrivare al Chromecast.
Smart TV: le migliori da comprareVolete acquistare una nuova Smart TV ma non sapete che modello scegliere? Ecco i nostri consigli ed i migliori modelli da comprare.
Tipi di cavi video: differenze tra HDMI, VGA, DVI etc.Collegare un monitor o un TV al PC può richiedere un particolare tipo di cavo. Vediamo insieme tutti i cavi disponibili per la connessione.
Come trasformare TV in Smart TVAbbiamo speso troppo poco sulla TV e mancano alcune caratteristiche multimediali che desideravamo? Ecco come trasformare una TV in Smart TV.
Le migliori app per Smart TVIn quest'articolo vi elenchiamo una quelle che sono le migliori app per Smart TV, utili per offrire nuove funzionalità al vostro televisore.

Diretta TV Canale 5, Italia 1, RAI, DMAX e altri in streaming

di Giuseppe F. Testa

Siete all’estero e volete vedere i canali TV trasmessi in Italia? Purtroppo i canali ufficiali non permettono di usufruire dello streaming al di fuori dei confini italiani, relegando di fatto gli utenti trasferiti all’estero al pagamento di abbonamenti e Pay TV che includano alcuni dei canali italiani.

CR pensa anche a voi, cittadini emigrati all’estero! Ecco i siti da sfruttare ed inserire nei segnalibri per vedere i canali del digitale terrestre gratis, basta una connessione ad Internet decente. Per sfruttare al massimo i siti segnalati consiglio di usare come browser Google Chrome.

DOWNLOAD | Google Chrome

Diretta TV canali italiani: Cloud TIVU

Il primo sito che mi sento di consigliare è Cloud TiVu, che offre un’ottima selezione di canali free.

Abbiamo a disposizione: Rai 1, Rai 2, Rai 3, Rai 4, Rai 5, Rai Movie, Rai Gulp, Rai YoYo, Rai Sport 1/2, Rai Storia; Mediaset Canale 5, Italia 1, Rete 4, Italia 2, La 5, Top Chrime, Iris, Mediaset Extra e Boing; La 7, La 7d, Cielo, La effe, MTV italia, Dmax, RealTime, Focus, Giallo, Fine, Deejay TV, RSI LA 1, RSI LA 2, SportItalia, Gazzetta TV, Lega Pro Channel e K2.

Nota bene: RSI LA 2 trasmette molti eventi sportivi, inclusa una partita di Champions, ma solo se giocano in quel giorno nella coppa campioni squadre italiane e non svizzere.

LINKcloud-tivu.net

Diretta TV

Diretta TV canali italiani: Hosting TV

Tutti i canali precedenti (o quasi) raccolgono i canali della diretta TV da un unico sito: hostingtv.org. Per fortuna questo sito offre anche una console con tutti i canali disponibili sulla sua piattaforma, basta usare il link in basso per accedervi. La selezione di canali è inferiore, ma è comunque una buona alternativa se il sito precedentemente trattato andasse offline per delle cause legali.

Abbiamo a disposizione in questo caso: Rai 1, Rai 2, Rai 3; Mediaset Canale 5, Italia 1, Rete 4, Italia 2, La 5; La 7, Dmax, RealTime, Focus, Giallo, RSI LA 2.

Nota bene: RSI LA 2 trasmette molti eventi sportivi, inclusa una partita di Champions, ma solo se giocano in quel giorno nella coppa campioni squadre italiane e non svizzere.

LINK | Hosting TV

Diretta TV

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Recensione Smart Home D-Link: sensori per tutta la casa!

di Giuseppe Monaco

Poco tempo fa vi abbiamo parlato di un efficiente sistema di videosorveglianza che, tramite l’accesso ad internet, permetteva di controllare in remoto un servizio di videocamere in grado di fornire in tempo reale le immagini provenienti dalla vostra abitazione.

Quest’oggi torniamo a parlare di sicurezza con un set di sensori D-Link pensati per fornire all’utente quanti più dati possibili circa eventuali movimenti sospetti, registrando importanti e dettagliati dati raggiungibili direttamente dal nostro smartphone.

Confezione

Le confezioni di vendita dei sensori di movimento e di apertura di porte e finestre presentano la medesima struttura, con una breve descrizione esplicativa sul retro. Al loro interno, troviamo diversi supporti biadesivi e alcune viti per applicare i sensori su ogni superficie.

Smart Home D-Link Smart Home D-Link Smart Home D-Link Smart Home D-Link Smart Home D-Link Smart Home D-Link

La sirena, invece, presenta anche un cavo di alimentazione, così come per la base centrale che viene fornita anche di un cavo Ethernet per collegarla al modem di casa. Oltre questo, abbiamo un foglio illustrativo che spiega le fasi di configurazione e di primo utilizzo e un libricino nel quale troveremo 2 codici QR.

Design

In tutti i prodotti da noi testati il design segue uno stile semplice ed elegante, atto a rendere ancor di più l’ecosistema unito e facile da integrare col resto dell’arredamento.

Partiamo dalla base centrale di forma cilindrica, con il logo D-Link sulla parte alta e un piccolo led sulla zona frontale. Il retro, invece, ospita l’ingresso per il cavo di alimentazione, il tasto per accensione/spegnimento, 1 porta USB e 2 porte Ethernet.

Il sensore di movimento presenta una piccola finestrella sulla parte frontale, dove per l’appunto è collocato il sensore e il led rosso utile a segnalarci lo stato del device. Sul retro, troviamo i dati del dispositivo e, al di sotto, la batteria dall’ottima autonomia.

Smart Home D-Link Smart Home D-Link Smart Home D-Link Smart Home D-Link Smart Home D-Link Smart Home D-Link

Il sensore di porte e finestre è praticamente identico a quello visto in precedenza, con la sola differenza del posizionamento effettivo del sensore vero e proprio. Infatti esso presenta un altro piccolo modulo che, in coppia con quello principale, permette il corretto funzionamento.

Infine, l’allarme è il prodotto realizzato meglio in quanto a qualità costruttiva, con un led che notifica lo stato del device e la potente (davvero potente) cassa posta al di sotto della scocca.

Nel complesso, nonostante la scocca di tutti i vai moduli sia realizzata interamente in plastica, questi appaiono compatti e resistenti e lo si nota in particolare durante il collocamento nelle varie zone della casa.

Configurazione

La fase di configurazione prevede, prima di tutto, il collegamento dell’unità centrale al modem di casa, così da fornire l’accesso ad Internet a tutte le unità. Successivamente, è necessario scaricare l’app mydlink Home dal Play Store e creare un account cosicché, collegandoci alla rete di casa, potremo configurare la base centrale tramite la scansione del relativo codice QR. Il gioco è fatto, non resta che eseguire la stessa procedura con le altre componenti per poter avere la lista completa dei device connessi.

Funzionamento

Dopo aver dunque completato la nostra lista, passiamo ad analizzare il funzionamento di ogni singolo dispositivo. Il sensore di movimento, ad esempio, presenta un’impostazione in grado di regolare la sensibilità con la quale rileva eventuali movimenti. Tappando sulla relativa voce, avremo uno storico di tutti gli spostamenti registrati e, nel caso, la possibilità di eliminare la cronologia

Il sensore per porte e finestre poi presenta un’icona che riferisce in modo intuitivo lo stato di apertura e chiusura, determinata dalla vicinanza o meno del sensore dal suo modulo più piccolo. Tappando anche qui sull’apposita voce, accediamo alla lista delle aperture e chiusure, affiancate dal corrispettivo orario.

Smart Home D-Link Smart Home D-Link Smart Home D-Link Smart Home D-Link Smart Home D-Link Smart Home D-Link Smart Home D-Link Smart Home D-Link Smart Home D-Link Smart Home D-Link Smart Home D-Link Smart Home D-Link

Già da soli, dunque, questi sensori forniscono un ottimo supporto in grado di avvertirci circa eventuali situazioni sospette tramite notifiche dall’app principale e/o e-mail. Per abilitare tale funzionalità non dobbiamo far altro che creare un azione scaturita dal rilevamento di dati da parte di uno dei sensori. E se volessimo un sistema ancor più completo, in grado di avvertirci anche in caso di intrusioni notturne? Per garantire anche questa sicurezza, il potente e compatto allarme ci viene incontro. Tra le azioni selezionabili, infatti, è possibile scegliere se far scattare la sirena, con la possibilità di scegliere un suono diverso a seconda del sensore scattato.

Autonomia

Spulciando tra le specifiche tecniche, le batterie incluse nella confezione, sia per quanto riguarda il sensore di movimento che per il sensore di apertura di porte e finestre, hanno un’autonomia che va da 1 a 2 anni a seconda dell’effettivo utilizzo dei dispositivi. Personalmente ho avuto modo di testare questi prodotti per poco più di 2 settimane, lasciando i sensori attivi 24 ore su 24. Ebbene, in tutto questo tempo nessuno di questi ha visto calare la propria carica di un punto percentuale.

Conclusioni

Certamente il progetto portato avanti da D-Link risulta molto valido ed interessante. La possibilità di scegliere come strutturare il proprio allarme in base a quantità di sensori, tipologia e posizionamento rende il sistema Smart Home uno dei più versatili nel suo genere. Il controllo remoto, poi, e la possibilità di ricevere notifiche da ogni modulo conferiscono un ulteriore valore aggiunto alla gestione della sicurezza della vostra abitazione.

L'articolo Recensione Smart Home D-Link: sensori per tutta la casa! appare per la prima volta su Chimera Revo - News, guide e recensioni sul Mondo della tecnologia.

La ‘storia della chat’ prima di Facebook [Editoriale]

di Jessica Lambiase

Dire “chat” è dire “Facebook Messenger” o tutt’al più WhatsApp… ma sapevate che tanti, tanti anni fa i sistemi di chat erano tanto più “brutti”, molto meno “ricchi” di quanto sono oggi e che, soprattutto, era indispensabile trovarsi faccia a faccia con un computer per poter comunicare con i propri amici o conoscenti?

Ripercorriamo un po’ insieme la storia della “chat” oggi meglio definita come Instant Messaging vista dall’ottica di una classe ’84 che, già alla tenera età di 11 anni (che, anche se oggi è praticamente la normalità, all’epoca era precoce parecchio) bazzicava in quel che la rete offriva per socializzare con il mondo.

E vi dirò, tante amicizie e tanti rapporti nati su uno di questi servizi quasi anacronistici sono ancora forti e vivi – vi basti sapere che, più o meno a cavallo tra il 2001 ed il 2002, ho conosciuto Gaetano Abatemarco (che all’epoca si faceva chiamare fieramente “Tanino Rulez”) proprio su IRCnet.

Voglio precisare che tutto ciò che troverete in basso è scritto nel mio ordine temporale, ovvero quando la sottoscritta ne ha scoperto l’esistenza, tuttavia l’ordine cronologico può essere (anzi, lo è) piuttosto differente. Vi lascio a questo proposito il link ad un PDF veramente ben fatto che mostra rigorosamente in ordine cronologico la nascita e la diffusione dei vari sistemi di messaggistica istantanea

LINK | Chat Timeline (crediti: Sameroom)

I Newsgroup e la posta elettronica

I newsgroup mi hanno aperto un mondo: dovevo avere più o meno 12 anni, parliamo quindi del 1996, quando leggendo un po’ sul web 1.0 aiutata da un rumoroso modem 14.4 capivo cosa fosse una email; ricordo chiaramente che la posta elettronica era un servizio a pagamento e che per esplorare questo mondo mi affidavo all’account di uno zio (in casa Lambiase Internet sarebbe entrata soltanto un paio d’anni dopo), già iscritto ad alcuni newsgroup storici i cui messaggi arrivavano incessantemente sul client – che doveva essere Microsoft Mail ma non ci metterei la mano sul fuoco.

Ciò che scoprii mi piacque un sacco: grazie a quei messaggi di posta in nero su bianco, contornati di parentesi e [RE], si poteva parlare praticamente di tutto; i primi newsgroup con cui ho avuto a che fare grazie a mio zio riguardavano gli scacchi e la tecnologia: per i primi mesi mi sono limitata a guardare ed a seguire, dopo – sempre “camuffata” da uomo – iniziai anche a rispondere (si, mi piacevano e gradisco tutt’ora gli scacchi e si, divoravo già qualche rivista tecnologica stampata).

Quando entrò per la prima volta un “56K” in casa Lambiase, il primo newsgroup a cui la sottoscritta si iscrisse con la sua “identità virtuale” fu it.comp.os.linux. E ve ne furono molti, molti altri.

C6 (TIN – Telecom Italia Network)

Questo è stato il vero e proprio “programma” che mi ha avvicinata irrimediabilmente al mondo della chat: C6 nasce nel 1994 per opera della all’epoca TIN – o Telecom Italia Network – come client di chat dedicato a pochi eletti, che si sarebbe successivamente diffuso grazie ad una discreta pubblicità online (sempre sul famoso web 1.0).

Ai tempi di C6 avevo 13 anni e lo ricordo bene, per cui a conti fatti parliamo più o meno del 1997: bastavano un nickname ed una password per potersi mettere in comunicazione con il mondo grazie alle stanze di discussione! 

c6

C6 mostrava infatti una lista di stanze tematiche in cui entrare e di cui parlare degli più svariati argomenti, stanze sottoposte ad un minimo di moderazione e che principalmente servivano (ah, beata ingenuità!) a fare razzia di contatti. C6 infatti permetteva di comunicare anche con utenti singoli quando essi erano connessi (in “privato”) e di aggiungerli ai propri contatti grazie ad una serie di liste.

Fu all’epoca che scoprii quella cosa salvavita che è la lista nera: C6 ne aveva una ed i contatti ad essa appartenenti non potevano comunicare con voi. 

C6 era “la novità” e mi piacque un sacco, ed è lì che ho imparato cosa fosse una netiquette (i moderatori erano molto più rigidi dei membri dei newsgroup), che il maiuscolo corrispondeva ad urlare e che non era bello entrare ed uscire continuamente dalle stanze di discussione.

E, senza nessuno che me lo dicesse, ho imparato una cosa fondamentale: in rete potevi essere chi volevi ed era meglio dire di sé meno cose possibili, poiché l’80% degli interlocutori sparava fandonie a tradimento e non sarebbe stato così strano beccare personaggi che oggi avremmo definito “stalker”.

Guai, inoltre, a dire il proprio cognome, dare il proprio indirizzo (anche solo la città) ed eresia parlare di numero di telefono, poiché era molto facile incontrare sulla propria strada persone con intenzioni non proprio candide.

C6 aveva inoltre un meccanismo che permetteva di inviare e ricevere foto e, quando succedeva con gli sconosciuti, diciamo che non sempre queste immagini erano visi o paesaggi!

AIM e ICQ

icq

Diciamo che AIM ed ICQ vennero poco dopo C6 e si aggiunsero ai network che frequentavo: il sistema di messaggistica di America-on-line e quello che soltanto qualche mese dopo scoprì essere l’acronimo di “I seek you” avevano più o meno le medesime funzionalità di C6, con un’interfaccia un po’ più spartana e più orientati alla chat 1 ad 1, molto più vicini a MSN Messenger (che esisteva già ma che non conoscevo ancora).

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La cosa che più mi ha colpita in particolare di ICQ era la possibilità, oltre che barcamenarsi tra stanze di discussioni e chat private, di poter avviare dei piccoli giochi online per passare qualche ora di spensieratezza. Rispetto a C6, sia AIM ed ICQ avevano dalla loro il fatto di essere usati in tutto il mondo.

Nonostante fossimo ancora nei tempi del meno dici di te, meglio è (ancora una volta nomi, residenze e foto personali erano quasi un taboo), AIM ed ICQ richiedevano dati personali (nome, cognome ed email) oltre che un ID utente/codice per accedere alle proprie reti.

Inutile dire che all’epoca inserire dati falsi era praticamente un must.

IRC (ed IRCnet)

Ok, questo è uno dei punti cruciali della mia personale storia da chatter 16enne: il sistema IRC era già in uso da una decina d’anni e la rete IRCnet si stava espandendo; ricordo che qualcuno mi disse di scaricare un programma per Windows chiamato mIRC, di inserire un paio di fesserie nei campi “Nome”, “Email” e “Ident” che sarebbero comparsi quando lo avviavo, e di cercare dalla “Lista server” qualcosa come “EU, IT, Random” dopodiché cliccare su “Connetti” ed entrare sul canale “Cava”.

mirc

E’ stato l’inizio della mia (ironica) fine: stanze di discussione piccole o grandi (poi ribattezzate in chan) in cui c’erano utenti che condividevano la città, l’età, i gusti o quant’altro, tantissime persone dietro ad un monitor che pur senza conoscersi intavolavano discussioni più o meno serie e sempre il solito modus operandi: sei chi vuoi essere meno si sa di te, meglio è.

Come funzionava IRC? Semplice: sceglievi un server (IRCnet era il più flessibile, mentre altri come Undernet ed Azzurra richiedevano cose come le registrazioni di nick, canali e la presenza di bot automatici), entravi in uno o più canali e socializzavi con la comunità. Ovviamente era possibile aprire conversazioni private, oltre che inviare e ricevere file (ma soltanto se il “DCC” era ben configurato!).

IRC aveva in particolare una comunità alle spalle – tale IRCQ – che permetteva ad ogni utente di creare delle vere e proprie pagine personali per meglio farsi conoscere, in cui dichiarare (sempre a discrezione) nome, sesso, network IRC, canali frequentati ed una descrizione di sé. Inoltre, i gestori dei canali di discussione potevano creare le pagine tematiche ed aggiungere gli utenti che frequentavano il canale.

Su IRCnet era tutto gerarchico: c’erano gli operatori (@) che gestivano letteralmente i canali imponendo limiti, eventuali password d’accesso, topic, si occupavano di cacciare provvisoriamente o definitivamente utenti dal canale e quant’altro, i voice (+) che erano spesso gli “affezionati” del canale a cui potevano essere garantiti privilegi amministrativi e, infine, gli utenti “comuni”. Altre reti, ad esempio EFnet, prevedevano altre figure come il gestore o il semi-op.

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Insomma IRC era (ed è tutt’ora) un mondo a parte, una comunità in cui nessuno è obbligato ad identificarsi ma in cui tutti possono diventare qualcuno; raccontarvi la mia esperienza su IRCnet richiederebbe un libro, ma vi basti sapere che è lì che ho imparato alcuni aspetti avanzati dell’informatica “blackhat” di allora – cosa fosse un DDoS, cosa fossero BOT e BOTNET, cosa fosse IPv6, cosa fosse un tunnel, cosa significasse “bucare”, cosa fosse un exploit, cosa fosse uno 0day e tante, tante altre cose.

IRC è usato tutt’ora come canale preferenziale di alcune realtà GNU/Linux per meeting e confronti, senza contare che grazie alla facilità di configurazione di bot e connessioni dirette (DCC) viene usato come vera e propria rete di filesharing spesso pirata.

MSN Messenger (Windows Live Messenger)

Si tratta per me dell’ultimo capitolo prima dell’avvento di Facebook: in MSN Messenger, che sarebbe successivamente diventato Windows Live Messenger, sparisce completamente il concetto di stanza di discussione e compare quello di “contatto”: gli utenti potevano creare le proprie liste pescando contatti su Internet (spesso nelle catene di Sant’Antonio) per conoscere gente nuova, oppure chiedere ai propri amici il “contatto MSN” per aggiungerli alle proprie liste.

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MSN è il primo dei sistemi di messaggistica che ho incontrato a richiedere obbligatoriamente un indirizzo di posta elettronica valido (in genere @hotmail.it) per l’iscrizione, indirizzo di posta che doveva essere comunicato ai propri amici per essere aggiunti, di fatto era il “contatto MSN” che abbiamo menzionato prima.

MSN Messenger – e poi WLM – rappresentarono per tanto tempo il non plus ultra dei sistemi di chat perché quando Microsoft fa una cosa… la fa bene: era possibile usare le emoticon (che oggi chiameremmo emoji) prima statiche e poi animate, impostare foto profilo, inviare e ricevere file, giocare in multiplayer (questo solo in un secondo momento), collegare al proprio account un blog personale in cui parlare di sé e da personalizzare a volontà tramite HTML, CSS, Javascript, GIF animate e quant’altro… insomma MSN era diventato un network in cui, forse per la prima volta (almeno per ciò che io sapessi), contava l’identità personale vera più che l’identità virtuale.

Esattamente come IRCnet vide il suo declino “per colpa” di Windows Live Messenger, così Windows Live Messenger ha visto il suo “declino” e la sua successiva chiusura (oggi è tutt’uno con Skype) “per colpa” di Facebook.

Tutto il resto… è storia contemporanea!

Morale della favola?

Ora vi starete chiedendo perché vi ho raccontato tutto ciò: se avete letto attentamente, più e più volte ho parlato di dati fasulli ed identità virtuali, la contrapposizione naturale di ciò che oggi avviene su Facebook – in cui tutti sanno tutto di tutti.

Ebbene, questa storia mi ha insegnato che la percezione della rete e della privacy è cambiata – e di molto – durante gli anni: se prima le chat su Internet erano un modo di svago e di evasione dalla realtà di tutti i giorni in cui meno si sapeva dei propri interlocutori e meglio era, oggi come oggi sono diventate dei veri e propri mezzi di comunicazione in cui una delle poche sicurezze è sapere esattamente (o quasi) con chi si sta parlando.

L’esperienza mi ha comunque insegnato che all’epoca era possibile creare e coltivare rapporti personali anche ben prima che fosse così semplice scoprire con chi si stesse parlando, come oggi il pericolo può celarsi dietro l’angolo anche parlando e frequentando virtualmente chi dice tutto di sé.

E, se devo essere sincera, sono stata felicissima di aver vissuto la storia della messaggistica istantanea in prima persona e di aver vissuto quel brivido dell’ignoto che, chi è partito da Facebook, purtroppo (o per fortuna) non conoscerà mai.

Voi avete esperienze da raccontare? In che fase della “chat” avete approcciato alla rete? Fateci conoscere le vostre esperienze!

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Recensione Acer Aspire Switch 10 E: Windows 10 sempre con voi

di Jessica Lambiase

Non è un notebook, non è un tablet, non è un netbook: quello che vogliamo mostrarvi oggi è un dispositivo 2-in-1 di fascia media, pensato per chi ha bisogno contemporaneamente sia di un pratico tablet che della comodità che può offrire la produttività con mouse e tastiera. 

Stiamo parlando dell’Acer Aspire Switch 10 E, dispositivo che racchiude in sé un piccolo notebook con diagonale da 10.1″, un pratico tablet e due ulteriori modalità d’uso – “pad” e “tenda”. La versione da noi provata è la NT.MX1ET.001in colorazione Moonstone White.

Vediamo insieme come si è comportato!

Design

Davvero molto bella l’estetica di questo 2-in-1, che non smentisce la qualità a cui Acer ci ha abituati: la plastica con cui è rivestita la scocca posteriore è davvero piacevole al tatto e, nella versione in bianco da noi testata, crea un particolare effetto sfumato all’esposizione alla luce.

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Per il resto, il design non si discosta molto dai colleghi sui generis; lo schermo dalla diagonale da 10.1″, analizzato in modalità landscape (dunque con orientamento orizzontale), è organizzato in tal modo:

  • bordo superiore: libero;
  • bordo superiore (facciata): fotocamera anteriore;
  • bordo superiore (retro): fotocamera posteriore;
  • bordo destro (dal basso verso l’alto): tasto Windows, bilanciere del volume, tasto di blocco/spegnimento;
  • bordo sinistro (dal basso verso l’alto): entrata microUSB, entrata miniHDMI, jack da 3.5″ per le cuffie, alloggiamento per microSD;
  • bordo inferiore: cerniera di collegamento alla dock + connettore.
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La tastiera/dock, che presenta tutto quanto una tastiera “comune” possa offrire, è di ottima qualità ed è molto piacevole alla vista; prevede come unica entrata fisica una USB 2.0 regolare posta sul bordo destro.

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Piccola nota stonata di questo dispositivo è il peso, che nel complesso si aggira intorno a 1200 grammi, nulla di eccessivamente alto ma che in qualche caso può rappresentare un deterrente: la versione da noi in possesso totalizza 1168 grammi, suddivisi in 623 grammi per il tablet e 545 grammi per la tastiera.

Modalità d’uso

Questo prodotto si presenta non soltanto come un 2-in-1 utilizzabile come tablet e come notebook in miniatura ma, grazie alla particolare modalità di connessione della tastiera/dock al corpo principale del dispositivo, è possibile posizionarlo in ulteriori due modalità di utilizzo.

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La prima, la modalità “pad, permette di utilizzare il dispositivo in modalità tablet ma “rialzato” rispetto alla superficie d’appoggio, cosa particolarmente utile quando si ha bisogno di un device touch di cui usufruire dalla propria scrivania.

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La seconda, la modalità “tenda”, permette di utilizzare la tastiera/dock come base d’equilibrio per tenere il tablet in modalità semi-verticale, ottima in caso di presentazioni o per rilassarsi leggendo un libro comodamente seduti in poltrona.

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Hardware

Configurazione interna & Tablet

Una configurazione hardware di tutto rispetto quella dell’Acer Aspire Switch 10 E, che lo rende adatto a diversi scenari di utilizzo: specificando che l’intero comparto hardware è contenuto nel tablet, sotto la scocca da 10.1″ dotata di un display IPS a risoluzione WXGA 1280 x 800, troviamo una CPU Intel Atom Z3735F quad-core a 1.33 GHz, affiancata da 2 GB di RAM DDR3L e 32 GB di memoria interna, espandibile tramite microSD.

Acer Aspire Switch 10 E

AcerAspire Switch 10 E

Tablet

Sotto l’aspetto connettività il dispositivo non delude: troviamo a bordo una scheda WiFi 802.11 b/g/n e Bluetooth 4.0, microfono integrato nel tablet, jack da 3.5″ per la connessione di auricolari, entrata miniHDMI, connettore microUSB per dati e ricarica. A completare il tutto sono presenti due fotocamere, una anteriore ed una posteriore, entrambe dalla risoluzione di 2 MP.

Tastiera/dock a corredo

La tastiera, nonostante personalmente non apprezzi particolarmente i formati ridotti, mi ha piacevolmente sorpresa: la tastiera è praticamente una “miniatura” delle più classiche tastiere di cui i notebook sono dotati, tasti funzione e tasti speciali inclusi – fatta però eccezione del tastierino numerico, che per un form factor ridotto sarebbe chiedere davvero troppo.

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A bordo della tastiera anche un touchpad con la parte bassa resistiva, in grado dunque di generare click sinistro e click destro, che Windows 10 riconosce come “di precisione”, ciò significa che è possibile configurare gesture e click fino a 4 dita.

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 Al di là dell’aspetto estetico, a colpirmi è stata la comodità dell’intero blocco: i tasti sono morbidi e poco rumorosi, piacevoli al tatto e ben distanziati. Il touchpad è davvero preciso e sensibile, dunque non avrete problemi anche in mancanza di mouse in quanto il cursore seguirà con esattezza i vostri movimenti ed i vostri desideri.

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La tastiera si aggancia al resto del tablet grazie ad un meccanismo a calamita, che fa inoltre da connettore I/O – il sistema operativo riconosce la dock come un dispositivo USB; se proprio vogliamo trovarvi un difetto, bisogna stare particolarmente attenti alle operazioni di aggancio e sgancio poiché la calamita, se non perfettamente aderente, indebolisce la presa e può portare sgradevoli sorprese in caso di movimenti bruschi.

Software

Nulla più nulla meno che il sistema operativo Windows 10 che tutti conosciamo: ottima la scelta di Acer di aggiornare la sua linea di Aspire Switch 10 E, originariamente creata con a bordo Windows 8.1, equipaggiando i dispositivi con l’ultima generazione dei sistemi operativi Microsoft.

La modalità tablet si sposa benissimo con la tastiera/dock a corredo, “riconosciuta” dal sistema come una periferica USB; Windows 10 si accorge di quando questa viene sganciata o agganciata ed è possibile far sì che il dispositivo cambi modalità in automatico.

Ciò non succede invece quando la tastiera viene agganciata in modalità “tenda” o in modalità “pad”, in tal caso Windows 10 continuerà a leggere il dispositivo come “solo tablet” grazie al particolare meccanismo a cerniera.

Poche le personalizzazioni Acer che si limita a pre-installare il browser Firefox, il lettore PDF FoxIt, alcune app proprietarie come QuickAccess, Portal ed Explorer, le quali tuttavia non infastidiscono in nessun modo l’utente.

Multimedia

Il display è di buona fattura ed il comparto hardware è garantito dalla qualità Intel, dunque è possibile riprodurre filmati e visualizzare immagini anche ad alta qualità ottenendo un’immagine nitida e colori vivi e ben distinti.

Per quanto riguarda l’audio la resa è decisamente buona anche a volume massimo, in particolare se utilizzato in modalità notebook il dispositivo è in grado di virtualizzare un discreto effetto 3D che alle orecchie non dispiacerà affatto.

Chiaramente l’audio perderà un po’ se il tablet è usato in modalità pad poggiato ad una superficie piana, ciò tuttavia è da imputarsi semplicemente alla posizione posteriore della cassa e non ad un vero e proprio problema hardware.

Autonomia

Come vi abbiamo già detto in precedenza, la tastiera/dock non è dotata di alimentazione indipendente, pertanto quando connessa “intacca” – ed anche un bel po’ – sulle prestazioni in termini di autonomia di questo pratico 2-in-1.

E’ dotato di una batteria da 8060 mAh, bella capiente, che si comporta in modo diverso a seconda di come andremo ad utilizzare il dispositivo.

Tutto sommato, però, ciò che abbiamo visto non ci ha delusi: in modalità solo tablet, ad utilizzo medio (browser Chrome con diverse schede aperte, riproduzione audio e qualche programma d’ufficio) siamo riusciti a totalizzare oltre 7 ore di autonomia, che tuttavia diminuiscono sensibilmente circa 4 ore quando il dispositivo viene utilizzato con la sua dock.

In modalità di utilizzo che noi definiamo “light”, ovvero un minimo di navigazione web, qualche video su YouTube e un po’ di scambio file, l’autonomia in modalità solo tablet ha sfiorato le 8 ore e mezza, mentre si assesta sulle 7 ore quella in modalità tablet+tastiera.

Rapporto qualità/prezzo

E’ possibile acquistare l’Acer Aspire Switch 10 E ad un prezzo che varia tra i 270 ed i 320€, variabile sia in base allo store che alla colorazione scelta.

A nostro avviso, vista la qualità dei materiali, le prestazioni dell’hardware e la presenza della tastiera/dock già da confezione, possiamo affermare con estrema tranquillità che la fascia di prezzo è quella esatta e che, sebbene 320€ siano un po’ tanti, una spesa che si aggira intorno ai 280-290€ è assolutamente consona al tipo di device che andremo a portare a casa.

Conclusioni

Nonostante si tratti di un dispositivo compatto e rientri in quella che definisco la fascia media del mercato dei combinabili, questo Acer Aspire Switch 10 E non mi ha affatto delusa: è l’ideale per chi cerca un dispositivo che permetta uno scenario di utilizzo medio sia casalingo che da ufficio, che comprende

  • navigazione web;
  • riproduzione multimediale;
  • utilizzo di software di video-scrittura;
  • utilizzo di software per la creazione di presentazioni e diapositive;
  • utilizzo di webclient…

…e tanto altro, il tutto accompagnato da un prezzo senz’altro concorrenziale. Dunque, a meno che non cerchiate prestazioni avanzate come editing video, editing fotografico, CAD ed altri programmi che notoriamente richiedono un’elevata potenza di elaborazione, e non siate nella condizione di dover lavorare con decine e decine di applicazioni aperte contemporaneamente… questo è certamente il combinabile che fa per voi.

Poco spazio, tanti utilizzi, notevole comodità.

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Il corriere consegna un pacco danneggiato: ecco cosa fare

di Gianluca

L’acquisto di merce online è un’operazione spesso conveniente, però ai prezzi vantaggiosi corrispondono spesso dei rischi e uno dei principali è quello di ricevere merce guasta o danneggiata. In queste situazioni riportare il pacco danneggiato indietro è una situazione più complessa e lunga rispetto a quanto accade in negozio ma ci sono degli accorgimenti da fare se volete evitare qualunque problematica.

Firmare Con Riserva

La cosa più importante che potrete fare per proteggervi da eventuali danni alla merce in arrivo è quella di firmare con riserva la bolla di spedizione del corriere. Una firma con riserva significa che accettate il pacco danneggiato ma non avete la certezza che il suo contenuto sia integro, in questo modo se il contenuto dovesse essere danneggiato potrete facilmente avere ragione nei confronti del venditore. Questo metodo di accettazione dei pacchi nasce come garanzia degli acquirenti che non possono testare il contenuto del proprio ordine senza prima firmare l’accettazione dell’ordine stesso.cardboard-box-155563_960_720

Ovviamente non parliamo della panacea di tutti i mali dell’e-commerce, in quanto il corriere è tenuto ad accettare una firma con riserva solo se il pacco è esteticamente danneggiato, ovvero solo quando ci sono crepe o ammaccature sull’imballaggio. Non è una situazione molto comune, in quanto le società di spedizione che imballano da sé i pacchi si prendono molta cura della qualità degli imballaggi ed i problemi possono nascere da cadute accidentali magari causate dagli stessi corrieri.

Questa situazione entra in contrasto con i consigli dei negozi online che spesso chiedono sempre di accettare con riserva i pacchi, in quanto in questo modo i danni alla merce sarebbero automaticamente accollati alla società di spedizioni. Una buona pratica sarebbe quella di chiedere sempre se potete firmare con riserva: molti spedizionieri potrebbero non avere interesse a discutere su questa vostra richiesta ma qualora si rifiutino, e soprattutto qualora il pacco arrivato sia evidentemente danneggiato, l’unica cosa che vi resta da fare è rifiutare il pacco danneggiato e quindi rimandarlo indietro. Sarà cura del rivenditore assicurarsi dell’integrità del prodotto e rinviarvelo appena possibile.

Avete in questo modo evitato qualunque problematica successiva.

Pagare con PayPal

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Quando possibile scegliete sempre, come metodo di pagamento, PayPal. Il popolare servizio di pagamenti online è la migliore soluzione per acquistare prodotti in sicurezza perché evitate lo scambio di informazioni sensibili con il rivenditore (che non avrà i dati della vostra carta di credito) e soprattutto perché se nascono problemi inerenti al pacco arrivato potrete chiedere l’intermediazione della stessa società PayPal per avere un rimborso immediato o un nuovo prodotto spedito. Non è ovviamente una procedura veloce o semplice, come prima cosa dovete infatti dimostrare che il prodotto non sia stato danneggiato da voi o dallo spedizioniere: nel primo caso la responsabilità sarebbe vostra, nel secondo caso avreste ragione soltanto con una firma con riserva. In generale PayPal è un servizio indispensabile per l’acquisto tra privati, in quanto è l’unico modo per avere la possibilità di avere ragione qualora dall’altra parte ci siano venditori poco professionali o poco corretti.

Sfruttare il diritto di recesso

Su alcuni siti, soprattutto i più seri e importanti come Amazon, potrete in ogni caso provare a far valere i vostri diritti di consumatori sfruttando il diritto di recesso che, salvo indicazioni differenti, vale almeno 14 giorni dall’arrivo del pacco. In questi casi potrete inviare il pacco danneggiato indietro chiedendone la sostituzione con un altro articolo uguale. Questa procedura è influenzata dal rivenditore: rivenditori come Amazon tendono ad accettare sui loro prodotti facilmente il recesso, all’arrivo si preoccupano di controllare se la merce era effettivamente difettosa e hanno comunque la forza di contrattare con i fornitori un rimborso anche per loro.parcel-service-151369_960_720
I siti più piccoli però potrebbero non avere voglia di perdersi in questioni con i fornitori, e negarvi il diritto di recesso. Per la legge avrete però la possibilità di sfruttarlo comunque se riuscite a dimostrare che la responsabilità del danno al prodotto non è vostra, e preferibilmente non date la colpa al corriere, per evitare anche qui di farvi ricadere addosso la responsabilità di non aver firmato con riserva.

Di seguito alcuni nostri articoli che potrebbero tornarvi utili:

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Controllare PC a distanza con Unified Remote

di Giuseppe F. Testa

Ci sono alcune app che trascendono dall’utilità diventando dopo poco indispensabili, estensioni naturali del nostro braccio e della nostra mente; una di queste è sicuramente Unified Remote. All’inizio potrebbe sembrare un’app come tutte le altre per il controllo remoto a distanza del PC, ma una volta provata non tornerete più indietro: vi dimenticherete di avere mouse e tastiera (specie sui PC da salotto o i TV box).

Unified Remote offre oltre 70 telecomandi personalizzati in base al programma aperto (sia esso browser, Spotify, un player, Kodi, Plex, un media center etc.), permette di regolare il volume e di spegnere/riavviare/sospendere la macchina in uso in qualsiasi momento. Scopriamo insieme come utilizzare quest’app nella nostra guida completa.

NOTA: per far funzionare il server e le varie app è necessario che tutti i dispositivi siano connessi alla stessa rete WiFi (preferibile) o via Bluetooth.

Unified Remote: telecomandi supportati

Ecco i programmi e le funzionalità supportati dall’app, visibili nella pagina dedicata.

LINK | Telecomandi supportati

Remotes – Unified Remote

Tra questi troviamo: Kodi, Plex, Skype, Spotify, VLC, Windows Media Player, YouTube, Safari, Firefox, Chrome, Netflix (sia via app sia via Web), Opera, foobar2000, Google Music più molte altre.

Unified Remote: configurazione PC

Prima di tutto bisogna installare il server sulla macchina da controllare, senza il quale non potremo realizzare alcun controllo a distanza. Avviamo l’installer, confermiamo la licenza e terminiamo con un’installazione tipica (Typical installation). Al riavvio (richiesto per via della periferica HID installata dal server) troveremo il programma in autoavvio nella system tray, come da immagine sottostante.

Controllare Netflix

La nostra configurazione è terminata! I più curiosi o smanettoni possono aprire l’interfaccia di configurazione del server da browser web all’indirizzo:

http://localhost:9510/web/

dove potremo impostare una password d’accesso, regolare i servizi offerti e le interfacce di controllo (supportato WiFi, Bluetooth e sensore IR se supportato dallo smartphone e dal PC).

Unified Remote non si fa mancare nulla a riguardo: il server supporta Windows, GNU/Linux e OS X (Mac), con l’aggiunta del supporto a Raspberry Pi e Arduino Yún.

LINK | Download Unified Server

Unified Remote

Al momento bisogna segnalare l’assenza di un server per Android (sarebbe molto utile se dobbiamo usare un TV Box o un TV Stick Android) e l’assenza di un server per Chromebook (in arrivo secondo la pagina ufficiale).

Unified Remote: configurazione Android

Da Android andremo ad installare l’app dai seguenti link; essa è disponibile in due versioni, una gratuita (con funzionalità limitate) e una completa a 3,32 €, con pieno supporto per tutti i telecomandi, i widget e i comandi rapidi.

Per scaricare la versione gratuita possiamo usare il link qui in basso.

DOWNLOAD | Google Play Store (free)

Per scaricare la versione completa (caldamente consigliata) possiamo usare il link qui in basso.

DOWNLOAD | Google Play Store (a pagamento)

Provate l’app con la versione gratuita, vi renderete conto della bontà del prodotto e di come possa nel concreto migliorare l’usabilità del controllo a distanza. Una volta convinti correte ad acquistare la versione completa.

L’app è in grado di riconoscere al volo il server presente nella rete WiFi o via Bluetooth senza alcuna configurazione, basterà aprirlo per connettersi al server. Ecco l’app in azione con il telecomando Spotify.

Unified Remote

Unified Remote: configurazione iPhone e iPad

Anche per iOS è possibile scaricare una versione di prova ed effettuare, se convinti della bontà dell’app ci sono gli acquisti in-app per sbloccare varie funzioni.

DOWNLOAD | App Store
Unified Remote in-app

Ecco uno screen dell’app in funzione su iOS, con i vari telecomandi e il simulatore di puntatore in azione.

Unified Remote sull'App Store

Unified Remote: configurazione Windows Phone/10

Anche i dispositivi Windows Phone o Windows 10 Mobile possono provare il controllo remoto senza utilizzare VNC o il Desktop remoto utilizzando solo Unified Remote.

L’app è scaricabile a pagamento dal seguente link.

DOWNLOAD | Windows Phone/Windows 10 (3,99 €)

Ecco una schermata di prova con il telecomando VLC attivato su un Lumia.

Unified Remote Window Phone

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Windows: installare programmi essenziali con un click

di Jessica Lambiase

Una delle cose più seccanti di un Windows “pulito” è quella di doversi armare di santa pazienza e scaricare, uno per volta, i programmi essenziali utili per portare a termine il nostro lavoro giornaliero.

Quante volte vi sarà capitato di installare software come Steam e Google Earth ma di dimenticare, ad esempio, un “banale” lettore PDF o addirittura un riproduttore multimediale con funzionalità avanzate?

Ebbene, grazie a Ninite ciò non succederà più: questo pratico servizio online permette di installare programmi essenziali per Windows con pochissimi click, semplicemente selezionandoli da una lista ed installando un piccolissimo software!

Prima di continuare teniamo a precisare che Ninite è – almeno al momento della stesura dell’articolo – contrario a priori a toolbar, adware e “mezzucci” vari, dunque l’eseguibile che utilizzeremo in questa guida è da ritenersi – almeno al momento – assolutamente sicuro.

Installare programmi essenziali con un click grazie a Ninite

installare programmi essenziali

La prima cosa da fare è recarsi sul sito web del servizio contrassegnare con un segno di spunta i programmi che desideriamo scaricare ed installare sul nostro PC Windows.

LINK | Ninite (Home)

Trattandosi di software praticamente essenziali la scelta non è molto ampia ma copre tutto ciò di cui potremmo aver bisogno per un utilizzo generico del PC: da riproduttori come VLC e GOMPlayer ad applicazioni come Google Earth, passando per i browser principali e terminando a strumenti di sviluppo come Eclipse e l’intera JDK.

Una volta scelti i programmi, è sufficiente cliccare su Get Installer ed attendere il download (sarà automatico) di un file eseguibile sul nostro PC, che avrà il nome di parte del software scelto per l’installazione – ad esempio “Ninite Audacity Everything FileZilla KeePass 2 Installer.exe”.

ninite-2

Una volta terminato il download, dovremo semplicemente eseguire il file scaricato prima per dare inizio al download e all’installazione dei programmi scelti;  attendiamo pazientemente il completamento del processo, che sarà notificato graficamente grazie ad una comoda barra di progresso. Per visualizzare lo stato di ogni singolo software, basterà cliccare su “Show Detalis” all’interno della finestra di Ninite.

ninite-3

Al termine del procedimento i programmi saranno tutti installati sul nostro PC.

Ma le sorprese di Ninite non finiscono qui: conservando l’installer ed eseguendolo periodicamente, infatti, sarà possibile verificare se i programmi installati tramite esso sono aggiornati all’ultima versione; qualora siano disponibili aggiornamenti, sarà lo stesso Ninite che in maniera totalmente automatica e silenziosa si occuperà di scaricarli ed installarli per noi.

ninite-4

L’unico accorgimento è quello di ricordare di eseguire periodicamente il programma o, in alternativa, di aggiungere un’operazione pianificata affinché questa operazione sia portata automaticamente a termine – bisognerà però impostare, per evitare di dover dare il consenso manuale, l’esecuzione con privilegi elevati.

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Dentro il rifugio di Batman grazie a… Google Maps!

di Manuel Baldassarre

Batman è da sempre uno dei supereroi più apprezzati dai fan e, uno dei motivi che ci spinge ad interessarci, è senz’altro il suo ricco stile di vita e i suoi armamenti, tutti ben nascosti nella sua bat-caverna… fino ad oggi! In occasione del film Batman vs Superman, il team di Google Maps ha scattato delle foto sferiche in modo da poterci regalare un tour virtuale a 360° della casa di Bruce Wayne… compresi i sotterranei!

batcaverna - batman batcaverna - batman batcaverna - batman

Passeremo dunque dalla “zona giorno” dove il nostro supereroe vive la sua giornata controllando le email sul suo bat-computer, si scalda vicino al bat-camino o magari fa uno spuntino, per poi passare alla caverna sotterranea dove Batman si prepara per combattere il crimine! Ecco allora che spuntano armi e super computer, ma ovviamente non possono mancare la bat-mobile e le armature.

Link | ESPLORA LA BAT-CAVERNA

Se questo tour vi è piaciuto, ricordate che non è la prima volta che Google Street View ci porta in posti bellissimi o addirittura inaccessibili; ecco qualche esempio:

PS: voi da che parte state, da quella di Batman o da quella di Superman?

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ASUS ZenWatch 2 in vendita in Italia a 179€

di Gaetano Abatemarco

L’attesa è finita e a partire da oggi ASUS ZenWatch 2, la seconda generazione dell’elegante smartwatch basato su processore Qualcomm® Snapdragon400 e sistema operativo Android Wear1.4 Marshmallow, sarà disponibile a un prezzo consigliato di Euro 179,00. Realizzato con la massima attenzione ai dettagli e caratterizzato dall’impiego di materiali di qualità eccellente, ZenWatch 2 è il compagno perfetto per qualsiasi dispositivo Android e iOS, fornendo informazioni utili e tempestive a colpo d’occhio e consentendo all’utente di portare a termine ogni operazione attraverso un semplice tocco o comando vocale.

ASUS ZenWatch 2 segue la tradizione dei mastri orologiai, con un design elegante e raffinato che reinterpreta la filosofia ZEN – fonte d’ispirazione di diversi prodotti ASUS – per assicurare ergonomia, comfort e praticità d’uso senza pari. Caratterizzato dalla grande attenzione ai dettagli e dalla raffinatezza tipica degli orologi di lusso, il display di ASUS ZenWatch 2 è avvolto da un unico corpo racchiuso in un’elegante cassa di acciaio inossidabile in due diverse misure – ZenWatch 2 (WI501Q), con cassa in acciaio da 49 x 41 mm e cinturino da 22 mm, e ZenWatch 2 (WI502Q) con cassa da 45 x 37 mm e cinturino da 18 mm – e due colorazioni (Silver e Gunmetal) per adattarsi a ogni stile e grandezza del polso. Inoltre, il modello WI501Q, permette – tramite comando vocale – di effettuare chiamate e rispondere a quelle ricevute grazie allo speaker integrato.

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Il pulsante a corona, che rispecchia lo stile degli orologi tradizionali, offre un modo rapido per accedere alle app o accendere e spegnere lo schermo, mentre il lato superiore dell’orologio, protetto da un cristallo curvo, realizzato in Corning® Gorilla® Glass 3, ne aumenta l’usabilità e garantisce la massima reattività ai tocchi. ZenWatch 2 è disponibile con un’ampia gamma di cinturini realizzati in diversi materiali e colori per un’ulteriore personalizzazione. Il robusto ma flessibile cinturino in gomma ideale per gli atleti, le persone con uno stile di vita attivo o semplicemente chi preferisce un look più casual. Il morbido cinturino in pelle che garantisce un look estremamente elegante in qualsiasi situazione. Il cinturino in acciaio inossidabile per un look glamour e inconfondibile.

L’eleganza di ZenWatch 2 viene ben completata da una serie di oltre 50 sfondi, intercambiabili istantaneamente e realizzati in modo professionale. La varietà delle interfacce disponibili consente di personalizzare facilmente lo smartwatch affinché si adatti a qualsiasi stile, stato d’animo e occasione, passando dall’aspetto di un orologio tradizionale e di classe per un’uscita serale a uno più casual e contemporaneo per il tempo libero.

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Con la versione più recente di Android Wear, ASUS ZenWatch 2 è un assistente intelligente per tutti gli smartphone Android e iOS e fornisce informazioni precise con la massima tempestività: visualizza chiamate in arrivo, messaggi, notifiche e altre informazioni importanti – senza alcuna necessità di estrarre il telefono dalla tasca o dalla borsa, permettendo di portare a termine ogni operazione attraverso un semplice tocco o comando vocale.

La nuova batteria di cui è dotato ZenWatch 2 offre fino a due giorni di utilizzo con una singola carica, mentre l’innovativo caricabatteria magnetico fast-charging si collega con la massima facilità e permette una ricarica della batteria più veloce del 35% rispetto al modello precedente. Occorrono soltanto 15 minuti per caricare ZenWatch 2 da zero al 60% di capacità ovvero quanto basta per un’intera giornata di utilizzo.

ZenWatch 2 offre la bellezza e facilità d’uso dell’interfaccia utente ASUS ZenUI in un dispositivo indossabile: inoltre, chi utilizza uno smartphone ASUS può sfruttare l’integrazione perfetta con ZenUI sul proprio telefono e utilizzare le versioni ottimizzate delle esclusive app ZenUI, come What’s Next e Do It Later, in modo ancora più comodo ed efficace. Con What’s Next l’utente gestisce in modo intelligente la pianificazione di eventi, appuntamenti o attività importanti, visualizzando promemoria e avvisi, mentreDo It Later permette di posticipare eventi come messaggi e telefonate in arrivo creando dei promemoria da leggere in seguito.

Business Helper, novità assoluta per ZenWatch 2, è una suite di funzionalità che assistono l’utente nelle attività di lavoro quotidiane come il controllo dell’agenda, la gestione delle email e la visualizzazione dei registri delle chiamate, mentre FoneHelper raccoglie una serie di funzioni – tra cui Quick Settings, Cover to Mute, Unlock My Phone e Forgot Phone Warning – studiate per rendere più comodo e divertente l’uso dello smartphone.

Remote Camera offre nuove opportunità a livello fotografico, visualizzando in remoto su ZenWatch 2 l’immagine inquadrata dalla fotocamera dello smartphone. Questa funzionalità permette di scattare foto usando angolazioni particolarmente creative in cui l’immagine del mirino risulterebbe difficile da vedere, per esempio quando si tiene il telefono in alto durante un concerto o in occasione di eventi affollati. Remote Camera è stata ottimizzata per ZenWatch 2 e offre prestazioni migliori, un raggio d’azione più ampio, la possibilità di passare dalla fotocamera anteriore a quella posteriore del telefono e viceversa, oltre alla funzionalità di zoom. ZenWatch Message è invece una nuova e divertente app per le comunicazioni watch-to-watch che consente di scambiare brevi messaggi, emoji e disegni con altri possessori di ZenWatch 2, direttamente dal proprio polso.

Completamente impermeabile al sudore, ZenWatch 2 è impeccabile anche negli allenamenti più impegnativi. Combinando una serie di sofisticati sensori con il massimo comfort per l’intera giornata, ZenWatch 2 è un complemento ideale per la gestione del benessere personale grazie a un pedometro integrato, che offre la massima precisione nel conteggio dei passi per un quadro chiaro e preciso del livello di attività, e all’app per smartphone Wellness, completamente riprogettata, per tenere traccia di informazioni rilevanti quali il battito cardiaco, il numero di passi percorsi e il livello complessivo di benessere o rilassamento.

Per aiutare l’utente a mantenere uno stile di vita sano e correttamente bilanciato e raggiungere i propri obiettivi di fitness, la nuova funzione per la gestione degli allenamenti consente di tenere traccia di molte diverse tipologie di attività (per esempio camminata, corsa, push-up e sit-up), impostando gli obiettivi per ogni allenamento.

Dopo l’allenamento – o in qualsiasi momento si desideri controllare il proprio livello di attività sportiva – si può aprire l’app Wellness sullo smartphone per visualizzare tutte le informazioni sull’attività, ben raggruppate e organizzate per la massima comodità di consultazione in comodi grafici e diagrammi temporali di facile comprensione.

ASUS ZenWatch 2 è disponibile inizialmente su ASUS eShop a un prezzo consigliato di Euro 179,00, IVA inclusa.

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Ubuntu 16.04 stabile è ufficiale: novità e download

di Jessica Lambiase

Dopo poco più di sei mesi di lavoro e perfettamente in linea con la release schedule, finalmente ci siamo: Canonical ha rilasciato le ISO stabili di Ubuntu 16.04 LTS Xenial Xerus, mettendo dunque fine al ciclo di sviluppo della distribuzione ed avviando il suo ciclo di vita, che durerà – trattandosi di una distribuzione a lungo supporto – ben 5 anni (che scendono a 3 per alcuni flavor).

Sono numerose le novità che Canonical ha progettato e concretizzato per il suo nuovo sistema operativo: in questo articolo, in particolare, ci occuperemo di ciò che riguarda Ubuntu 16.04 Desktop (e che viene principalmente riflesso in tutti gli altri flavor ufficiali), con una dettagliata panoramica sulle novità e, a fondo articolo, i link al download del sistema operativo.

Ubuntu 16.04Ubuntu 16.04 – Novità

Un nuovo kernel LTS

Come ogni distribuzione a lungo supporto che si rispetti, anche il kernel Linux su cui questa è basata ha la medesima caratteristica: Ubuntu 16.04 è infatti basata sul kernel Linux 4.4 LTS, che porta con sé un bel po’ di novità rispetto alla precedente versione a lungo rilascio.

In breve, troviamo un miglioramento per il supporto all’architettura Intel Skylake, il supporto per le piattaforme TPM 2.0, il supporto al journaling su RAID 5, il completamento del supporto al filesystem ZFS e numerosi altri miglioramenti che abbiamo trattato dettagliatamente in un articolo dedicato.

Inoltre, grazie al kernel Linux 4.4 gli utenti Ubuntu avranno la possibilità di aggiornare il firmware direttamente dall’interno del sistema operativo (ne parleremo tra pochissimo)…

Aggiornamenti firmware tramite GNOME Software

Si tratta di uno dei più importanti miglioramenti da diversi anni a questa parte: grazie ad una funzionalità già introdotta in Linux 4.2 e perfezionata in Linux 4.4, è possibile aggiornare il firmware del dispositivo tramite GNOME Software (che, come scopriremo in seguito, ha sostituito Ubuntu Software Center).

Ciò significa che non bisognerà più uscire dal sistema operativo per aggiornare componenti quali, ad esempio, il BIOS o il sistema EFI: di fatto ciò potrebbe essere per molti un addio definitivo alla convivenza con una partizione Windows dedita esclusivamente a tale compito.

Apt-get diventa… deprecato!

Abbiamo passato anni ad iniziare qualsiasi azione riguardasse i pacchetti con il comando da terminale sudo apt-get; ebbene, Canonical ha deciso di indurre gli utenti a cambiare questa attitudine abbandonando il classico strumento apt-get in favore del simile ma più stabile apt.

apt

Di fatto le differenze di utilizzo (sebbene quelle funzionali non siano trascurabili) sono davvero pochissime: ad esempio, apt-get update diverrà apt update, così come apt-get install diverrà apt install e via discorrendo. Se siete però abituati ad apt-get non abbiate timore: il comando continua a funzionare, sebbene il sistema vi notifichi l’obsolescenza di esso e vi inviti a passare ad apt.

Unity 7 – Novità globali

La parola d’ordine di una distribuzione LTS è stabilità, e questo vale anche per il desktop a cui questa si affida! Gli sviluppatori di Ubuntu, durante gli ultimi anni, hanno infatti lavorato affinché il desktop Unity 7 diventasse più stabile ed affidabile possibile, concretizzando il lavoro svolto in Unity 7.4 – la versione presente in Ubuntu 16.04.

Il codice è stato notevolmente ripulito, sono stati risolti numerosi problemi con Compiz (backend/decorator di sistema) e l’intera struttura di Unity 7.4 è stata funzionalmente migliorata ed alleggerita.

Guardando per un attimo il desktop secondo l’ottica degli utenti, ecco invece le novità visibili che riguardano Unity 7.4:

  • è possibile navigare nella Dash grazie a nuove barre di scorrimento, ove necessario;
  • è possibile accedere alle opzioni di sessione (logout, spegnimento, riavvio) dalla dash;
  • le ricerche online dalla Dash sono disattivate di default (ne parleremo in seguito);
  • è possibile spostare il launcher in basso (anche di questo parleremo in seguito);
  • lo switcher desktop ora ha una propria quicklist;
  • è stata aggiunta l’opzione “Formatta” alla quicklist dei dispositivi rimovibili;
  • è possibile visualizzare quante finestre del cestino e quante finestre relative ai dispositivi di archiviazione esterna sono aperte;
  • lo slider del volume per il microfono è sempre visualizzato se questo è connesso;
  • le icone delle app compaiono ora nel launcher anche durante la fase di caricamento.

Insomma, cambiamenti piccoli ma più che utili!

Microfono Indicatore cestino Quicklist desktop switcher

Unity 7 – Ricerca online disattivata di default

Canonical ha fatto infuriare numerosi utenti attivando la ricerca online tramite la Dash in Ubuntu 12.04: dopo 4 anni divisi tra critiche, elogi e discorsi, la funzionalità di ricerca online su Unity 7 è stata disattivata per impostazione predefinita a partire da Ubuntu 16.04.

Quindi niente più spyware, come molti hanno definito questa ricerca, attivo di default! La funzionalità di ricerca online resta comunque attivabile in qualsiasi momento recandosi in Impostazioni > Sicurezza e Privacy > Ricerca.

sic-priv

Unity 7 – il lanciatore può essere spostato

Dopo anni di richieste e mesi di attesa, finalmente le preghiere di molti sono state ascoltate: grazie agli sviluppatori di Ubuntu Kylin che inizialmente hanno avuto “l’idea”, è ora possibile spostare il lanciatore di Unity in basso!

launcher-unity

Al momento non esiste nessuna impostazione inclusa nei menu di sistema per farlo, ma è possibile comunque ottenere l’effetto desiderato grazie ad un semplice comando da terminale (guida in basso) o installando il software Unity Tweak Tool.

NOTA: al momento della stesura dell’articolo, spostare il launcher in basso provoca il funzionamento non corretto dell’opzione di scomparsa automatica del launcher (questo non ricomparirà al passaggio del mouse, bisognerà richiamarlo tramite pressione prolungata del tasto Windows).

Unity 7 – GNOME 3.18 – Integrazione con Google Drive

In realtà non si tratta di una caratteristica propria di Unity 7, ma è una funzionalità di GNOME 3.18 che compare per impostazione predefinita in Ubuntu GNOME LTS: il desktop ha infatti ottenuto la compatibilità nativa con Google Drive, che ora può essere integrato nel sistema usando il “solito” filesystem fuse.

E’ semplice intuire, visto che Unity nasce un po’ come una costola di GNOME, che – se proprio GNOME non vi piace ed amate il desktop di Ubuntu – è possibile integrare facilmente Google Drive a livello di sistema anche in Ubuntu 16.04 e Unity 7.4: in basso troverete la guida su come fare!

E Unity 8?

Unity 8 avrebbe dovuto fare il suo esordio già in Ubuntu 16.04 grazie a delle ISO dedicate, tuttavia l’idea è stata abbandonata per motivi funzionali. Chiaramente, trattandosi di una distribuzione LTS, Canonical ha preferito ancora una volta lasciare le cose come stanno e basare Ubuntu Desktop su Unity 7.

Ciò tuttavia non significa che non sia possibile provare Unity 8 insieme al nuovo server grafico Mir. Per farlo sarà sufficiente aprire un terminale e digitare

sudo apt update && sudo apt dist-upgrade
sudo apt install unity8-desktop-session-mir

Una volta completato il processo, bisognerà selezionare la sessione Unity8-Mir dalla schermata di login.

unity8-mir

A meno di altri incidenti di percorso, Unity 8 e Mir diventeranno rispettivamente desktop e server grafico di default in Ubuntu 16.10.

Addio Ubuntu Software Center, benvenuto GNOME Software

Sapevamo da tempo che sarebbe successo: la morte di Ubuntu Software Center è stata molto lenta e va inesorabilmente a concretizzarsi con Ubuntu 16.04, che abbandona definitivamente il vecchio gestore in nome di GNOME Software.

Sostanzialmente le differenze tra i due non sono molte e le patch applicate a GNOME Software vanno a sopperire alla totalità di funzioni che in precedenza offriva Ubuntu Software Center con una piccola, grande differenza: GNOME Software è più stabile, più pulito, meglio organizzato gestito in modo nettamente superiore rispetto al predecessore.

gnome-sw-1 gnome-sw-2 gnome-sw-3

Gli aggiornamenti per i software core

Abbiamo parlato degli aggiornamenti relativi al sistema, ora è tempo di parlare degli aggiornamenti disponibili per i programmi pre-installati e quelli disponibili nei repository. Tra questi, si distinguono:

  • Nautilus (File) 3.14;
  • Totem (Video) 3.18;
  • Rhythmbox 3.3.1;
  • Shotwell 0.22;
  • Firefox 45;
  • Thunderbird 38.6;
  • LibreOffice 5.1;
  • Chromium 49.

Programmi che vanno, programmi che vengono!

Oltre agli aggiornamenti, sono stati inclusi nel parco software preinstallato di Ubuntu 16.04 anche nuovi programmi, tra cui GNOME Calendar, GNOME Software Center il gestore della webcam/fotocamera Cheese.

Abbandonano invece i programmi preinstallati Brasero (software di masterizzazione) ed Empathy (client email), non più presenti per impostazione predefinita ma comodamente installabili tramite gestore pacchetti. Addio per sempre, invece, a Ubuntu Software Center – che sparisce definitivamente dalla circolazione.

La prima LTS di Ubuntu con systemd

Con Ubuntu 16.04 Canonical mette definitivamente un punto alla questione Upstart: si tratta infatti della prima distribuzione LTS dell’azienda ad essere migrata totalmente a Systemd e ad usare questo init system per impostazione predefinita, grazie ad un processo progressivo iniziato con Ubuntu 15.10 e protratto progressivamente nei successivi rilasci intermedi.

Arrivano gli ‘snap’!

Ve lo avevamo anticipato qualche settimana fa: Ubuntu 16.04 supporta sia i pacchetti .deb che i pacchetti “snap”, ovvero quelli introdotti grazie alla “convergenza” (mobile + IoT) ed in grado di gestire il processo di upgrade, downgrade e le dipendenze di un software senza rischiare di intaccare in maniera critica sul restante sistema, grazie ad una metodica di packaging di nuova generazione.

Ciao ciao Catalyst, ecco AMDGPU

Abbiamo lasciato per ultima (ma solo in ordine di elenco) questa novità poiché, purtroppo, farà felici molti ma sarà una spina nel fianco per molti altri: Ubuntu 16.04 dice infatti definitivamente addio ai driver Catalyst, altresì noti dagli addetti ai lavori fglrx, in favore della già esistente alternativa Radeon e dalla novella alternativa AMDGPU – anch’essa open source ma risultato del lavoro degli sviluppatori di AMD.

Giusto per essere chiari, i driver proprietari fglrx non funzioneranno con Ubuntu 16.04 neanche tramite compilazione manuale, poiché la versione di Xorg in uso su Ubuntu 16.04 ne elimina la compatibilità; va sottolineato che senza i driver fglrx al momento sarà impossibile eseguire applicazioni che richiedono OpenGL 4.3 o successivi e che, inoltre, il processo di aggiornamento ad Ubuntu 16.04 eliminerà brutalmente sia il driver fglrx che l’attuale Xorg.conf.

Dopo la rimozione, Ubuntu 16.04 tenterà di assegnare automaticamente al sistema i driver Radeon o AMDGPU più appropriati per il proprio hardware. Pertanto, anche in caso di aggiornamento da sistema operativo precedente, consigliamo di effettuare dei test preliminari sul corretto funzionamento dell’hardware video utilizzando una Live di Ubuntu 16.04.

Ubuntu 16.04 – Download

Se il sistema operativo vi piace ed avete intenzione di scaricarlo ed installarlo sul vostro PC, o semplicemente di provarlo in macchina virtuale o in live (quindi senza apportare di fatto modifiche al disco rigido), potrete trovare le ISO masterizzabili scrivibili su chiavetta USB di Ubuntu Desktop a 32 e 64 bit ai link in basso.

DOWNLOAD | Ubuntu 16.04 Desktop ISO a 32 bit (http)
DOWNLOAD | Ubuntu 16.04 Desktop ISO a 32 bit (torrent)
DOWNLOAD | Ubuntu 16.04 Desktop ISO a 64 bit (http)
DOWNLOAD | Ubuntu 16.04 Desktop ISO a 64 bit (torrent)

Se invece avete già installato Ubuntu 15.10, Ubuntu 14.04 o Ubuntu 12.04 (o altre distribuzioni Ubuntu non più supportate ma non meno recenti di 14.04) potrete far riferimento alla nostra guida all’aggiornamento per procedere.

E quando avrete finito di installare o aggiornare il sistema operativo, potrete dare un’occhiata alla nostra guida post-installazione!

I flavor

Contestualmente ad Ubuntu è stata rilasciata la versione numero 16.04 anche di tutti gli altri flavor ufficiali – Xubuntu, Kubuntu, Lubuntu, Ubuntu GNOME, Ubuntu MATE e Ubuntu Kylin -, che differiscono dalla distribuzione madre per desktop e parte del pacchetto applicativo, ed alcune per periodo di supporto – Lubuntu e Ubuntu Kylin hanno supporto pari a 3 anni. Potrete scaricare ciascun flavor direttamente dai link in basso:

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